Levateci anche il voto: non siate ipocriti…

Secondo un sondaggio apparso domenica sul Corriere della Sera, di politica in Italia si interessa un cittadino su tre. Dieci su dieci però, sono costretti a subire le decisioni della politica stessa. Ergo, sette su dieci subiscono passivamente le continue sbandate di una classe dirigente che non sa più a quale Santo votarsi. Per fortuna i cittadini, almeno in Italia, ancora non s’incazzano come potrebbero. “Tanto sono tutti uguali” è il refrain che si sente da decenni, con qualche aggiunta relativa al costo delle pietanze nei ristoranti di Camera e Senato. Per poi correre a votare il primo che s’indigna più forte oppure quello che promette meglio.

Gli osservatori politici dicono che tutto ciò – a cui sono stati affibbiati due nomi: antipolitica e clientelismo – è segno di profondo disprezzo e disaffezione verso la cosa pubblica, di sfiducia piena e totale nelle Istituzioni e nella classe dirigente che le affolla. Nessuno dice però che, visto che solo il 30% della popolazione è teoricamente informato di quel che vota o che sostiene, siamo davanti ad un caso di ‘democrazia inconsapevole’, a voler essere buoni. In questo quadro si è infilata sorniona, un passo alla volta, l’avanguardia oligarchica. In questo preciso istante ci sarà qualcuno che sta lavorando ad una immagine, ad una visione: farci credere che Monti, e i suoi colleghi, sanno, per scienza infusa, cosa è giusto per noi in questo periodo storico. Non è più lecito dire “voglio” oppure “ho bisogno”. Dobbiamo accontentarci di quel che c’è o, meglio, di quel che rimane. La crisi, appunto.

L’errore più frequente è ritenere che questo pensiero sia nato con Monti. In realtà risale a qualche tempo prima, con la complicità di tanti tra quelli che oggi fanno le anime belle. La legge elettorale vigente, la stessa che ha portato in Parlamento 915 tra onorevoli e senatori che oggi decidono le nostre sorti disumane e regressive, è il primo vulnus dell’attuale vuoto pneumatico civile. Un vulnus voluto e cercato con ogni mezzo. Il resto è solo una conseguenza, prevista per giunta. Sembra un paradosso, un romanzo di Philip K. Dick, uno scherzo della natura: lo strumento principale per cui una democrazia può definirsi tale (le elezioni), è diventato un rituale di castrazione, di adesione volontaria alla democrazia inconsapevole. Più consenso fornisci, meno democrazia hai. Nella sua paradossalità non può essere causale. E l’andazzo è destinato a continuare chissà per quanto, visto che, al di là di tante dichiarazioni di rito, nessuno ha realmente intenzione di cambiare sistema. “Chi ce lo fa fare?”. Perché rassicura e rafforza quelli che nell’oligarchia ricoprono i ruoli gerarchici più elevati e, per tutti gli altri, garantisce una sistemazione, basta solo essere fedeli. La chiusura del cerchio, magico. La creazione di una nostra personalissima casta di Intoccabili.

Per questo motivo chi, ancora oggi, sostiene che il governo Monti sia illegittimo sa di mentire. Perché può essere odioso, inutile, fastidioso, irritante, vampiro, liberalissimo, reaganiano ma non certo illegittimo. Le regole della democrazia, dettate dalla nostra Costituzione, proprio grazie all’attuale legge elettorale, sono diventate un copione comico. Ma rimangono sempre le regole fondanti del nostro Stato. Il governo Monti rientra perfettamente nel quadro schizofrenico. Invece che parlare di illegittimità, dovremmo dire che la “Costituzione migliore del mondo” è diventata la peggiore, e di gran lunga. Tolta ogni sostanza ai principi elencati nella Costituzione, rimangono valide solo le regole formali. Ed è grazie a quelle, e ai contrappesi istituzionali e ai piccoli calcoli politici, che un governo come quello di Monti, diretta espressione del burocratismo europeo, mantiene il controllo di un intero Paese. Come nemmeno era mai riuscito a fare Berlusconi. E forse questo, più delle mignotte e degli intrallazzi, è quello che ha pagato l’ex presidente del consiglio. Ormai le finzioni non servono più. Aspetto solo il giorno in cui qualcuno, armato di coraggio, arrivi a sostenere che le elezioni, così com’è nella realtà, non servano più a un cazzo. Gli uomini della finanza e delle banche e con loro i politici, si chiedono perché mai dovrebbero far decidere le loro carriere, le loro teorie o i loro disegni da gente non informata. E che per giunta prova a lamentarsi. Addirittura da gente che non ha un euro per piangere e che vota secondo le indicazioni del proprio stomaco vuoto. Le elezioni, per qualcuno a Bruxelles, sembrano ormai essere diventate uno dei tanti vecchi e stanchi rituali: utili solo per chi ci crede, o almeno fa finta di crederci.

Basti pensare a cosa è successo in Francia. Appena eletto Hollande al secondo turno e registrate le prime sue volontà, il burocratismo s’è messo in allarme – “ma allora questo non ha capito come vanno le cose” – e ha iniziato a ricordare, elencandoli, i doveri a cui il neo Presidente francese doveva attenersi. “Devi fare così”, “devi fare cosà”, “devi andare su e devi andare giù”. “Soprattutto, non ti inventare niente”. Sennò fanno come in Italia, che mandano una letterina poi applicata alla lettera. E quello, il Presidente francese neoeletto, che in pubblico resiste, in privato si ricorda benissimo di come non può fare a meno di bond europei pronti ad assorbire parte del debito pubblico o di nuovi finanziamenti a sostegno del solito sistema.

Differente, ancor di più differente, sembrava il caso della Grecia, dove ogni cittadino ha votato secondo la propria coscienza portando in Parlamento le ali più estreme, i partiti di protesta. “Esticazzi?” deve aver gridato qualcuno alla Bce dopo aver sentito i risultati elettorali. “Tanto, prima o poi, un giretto alla Bce lo devono fare tutti”, non si scappa. Che si chiami Grillo o Le Pen o chissà in quale maniera. Così in Grecia le alternative sono due, massimo tre: o nuove elezioni oppure compromesso tra le varie anime del Parlamento per fare un governo d’emergenza, l’ennesimo ma non l’ultimo. Terza e ultima: uscita dall’euro. Per diventare schiavi di chissà chi altro. A questo ormai si limita la libertà dei greci, ma anche dei francesi e degli italiani, così come dei tedeschi e degli inglesi e di tutti quanti gli altri: scegliere quale padrone servire. Proprio come i cani a catena che, secondo il riflesso di Pavlov, ogni tanto hanno bisogno di recarsi alle urne.

Ci hanno ridotto così. Peccato, sarebbe bastato il coraggio di toglierci il diritto al voto. Avrei apprezzato di più.

Graziano Lanzidei

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