L’arte della gentilezza… questa sconosciuta…

L’articolo che segue sarà pubblicato domani, 1° giugno, sul settimanale Altri.

La redazione

FATE I GENTILI… SE POTETE

La gentilezza, questa sconosciuta. Perché si fa presto a dire: “sono gentile”, “sii gentile”… Eh! Il problema vero è che non si è gentili se non quando la gentilezza si fa azione. Infatti, basta andare alla radice etimologica del sostantivo “gentile” per accorgersi che tutto viene da “gens”, ovvero “gente” e, per derivazione “agente”.  Essere gentili non costa niente. Fare i gentili, invece, qualcosa costa. Il tutto sta nel vedere quanto si è disposti a spendere e, in ultima analisi, se si ha qualcosa da spendere per fare i “gentili”.

In origine, la gentilezza era il tratto caratteristico di un comportamento nobiliare appartenente alle “gens” romane (quelle che dalla fondazione dell’Urbe si erano tramandate il culto delle proprie radici).  Erano i cittadini migliori che trasmettevano alla città i propri valori di solidarietà e generosità, di gusti e di maniera, di solidità civile e di vincolo sociale. E non lo trasmettevano per sovraccarico di potere, ma con l’esempio. E l’esempio ha solo un modo per manifestarsi: darsi e, per darsi, farsi comportamento. Caratterizzarsi come gentili era, insomma, un modo di fare nobile (e non solo per diritto di classe). Solo a questo punto, la gentilezza diventava un modo d’essere. Niente a che vedere con il formalismo delle buone maniere, con cui siamo soliti associare, oggi, la gentilezza.

Friedrich Nietzsche sosteneva: «La gentilezza appartiene alla generosità dei magnanimi». Ora, chi del friburghese conosce solo la vulgata che ne fa il campione di un superuomo cinico e spietato nei confronti delle umane debolezze, potrà pure sorprendersi di questa apertura alla magnanimità, ovvero alla generosità e alla disponibilità verso l’altrui. Ma si tratta, appunto, di una cattiva e superficiale  lettura delle sue opere. Basterebbe solo riandare con la memoria all’atto della sua dichiarata pazzia biografica, quando a Torino abbracciò un cavallo, brutalmente frustato dal suo postiglione, per cambiare orizzonte interpretativo. Difficilmente troverete un esempio altrettanto suggestivo per significare cosa sia la gentilezza. E come la gentilezza del fare si trasformi, completandosi, nella gentilezza dell’essere.

Si può essere sempre completamente gentili? Probabilmente, no. Difficile manifestarsi gentili con chi non lo è; con chi scambia la vostra gentilezza per “cortigianeria” (ricordiamo che uno dei sinonimi di gentilezza è “cortesia”, da “corte”); con chi la travisa per arrendevolezza all’altrui prepotenza o anche solo alla loro “scortesia”. Ma queste, in fondo, sono solo le degenerazioni di un concetto che è, allo stesso tempo, molto più semplice e molto più complicato: qualcosa che ha a che fare con l’intima sensibilità dell’animo umano, con il suo tessuto connettivo nella società, con la sua predisposizione psicologica. L’istituto della gentilezza ha a che fare con l’indole umana a saper scegliere, di volta in volta, le modalità con cui manifestarla. Si è gentili anche quando di fronte al sopruso e alla vigliaccheria, alla violenza più o meno verbale e all’inganno si reagisce duramente con l‘onestà del detto, o con lo schiaffo più o meno metaforico che sia.

Per i fenici, ad esempio, era atto di gentilezza prendersi, letteralmente, a pesci in faccia, qualora il caso di una controversia lo richiedesse. E, sempre ad esempio, da molti non è per niente ritenuto gentile l’attentato alle virtù di Francesca che Paolo operò fino a condurla nell’inferno dantesco, dove il Sommo ne rintraccia le sorti, nonostante ella (Francesca) si ostini a reputare l’amato (Paolo) vittima dell’ «Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende».

La questione “gentilezza”, insomma, non si risolve per niente con un paradigma che ne stabilisca una volta per tutte, e con definitiva chiarezza, le modalità di espressione. Si può essere gentili anche a: «Prendere a pugni un uomo solo perché è stato un po’ scortese» (Lucio Battisti, Emozioni) perché, infine, gli insegniamo come stare al mondo: e questo è un atto di generosità. E non lo si è affatto, quando salutiamo con un sorriso qualcuno, mandandolo intimamente affanculo…

Miro Renzaglia

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