Hunger. La vera storia di Bobby Sands, secondo Steve McQueen…

A quattro anni dall’uscita è arrivato finalmente in Italia Hunger, letteralmente “Fame”,  opera prima del regista Steve McQueen, realizzato nel 2008 ma distribuito da noi solo da poche settimane, grazie al grande successo di Shame, sempre realizzato da McQueen nel 2011 e che ha convinto i produttori a recuperare questo film che avevano colpevolmente tenuto in un cassetto.

Hunger, dopo Some mother’s son (in italia tradotto con  “Una scelta d’amore”) del 1996 di Terry George, e Il silenzio dell’allodola (2005) di David Ballerini, è il terzo film a narrare la vicenda di Bobby Sands, il giovane militante della Provisional IRA (Irish Republican Army), poeta e giornalista, leader dei detenuti politici all’interno dei Blocchi H del carcere di Long Kesh in Irlanda del Nord, che iniziò il 1° marzo 1981 uno sciopero della fame per protestare contro le loro condizioni disumane di vita e per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici per i combattenti detenuti nelle prigioni dell’Ulster. Status che gli inglesi avevano abolito per tutti i crimini commessi dopo il 1º marzo 1976, considerando i prigionieri come detenuti comuni.

Le proteste dei militanti incarcerati  iniziate con la blanket protest (protesta delle coperte) nel 1976, quando i prigionieri si rifiutarono di indossare le uniformi da detenuti comuni, indossando solamente una coperta per tutto il tempo, per passare poi nel 1978 alla dirty protest (protesta dello sporco), che vide i prigionieri rifiutarsi di andare in bagno e spalmare i propri escrementi sui muri delle celle e buttare l’urina sotto le porte. Una protesta estrema che denunciava le percosse subite dai secondini nel momento in cui si lasciavano le celle per andare in bagno.

I detenuti in sciopero facevano cinque richieste: 1) Diritto di indossare i propri vestiti e non la divisa carceraria, 2) Diritto di non svolgere il lavoro carcerario, 3) Diritto di libera associazione con gli altri detenuti durante le ore d’aria, 4) Diritto di avere reintegrata la remissione di metà della pena, diritto che avevano perduto in conseguenza delle proteste, 5) Diritto di ricevere pacchi settimanali, posta e di poter usufruire di attività ricreazionali. Il governo britannico non intendeva cedere alle richieste dei detenuti per non compromettere la propria strategia di criminalizzazione del movimento repubblicano.

A differenza del precedente sciopero della fame di pochi mesi prima, nel marzo 1981 i dirigenti dell’IRA, in accordo coi compagni in carcere lanciarono uno sciopero ad oltranza, iniziato da Bobby Sands, a cui altri carcerati avrebbero dovuto unirsi ad intervalli regolari, così da aumentarne la risonanza esterna. Sands, che nel suo diario Un giorno della mia vita, aveva scritto «ero soltanto un ragazzo della working class proveniente da un ghetto nazionalista, ma è la repressione che crea lo spirito rivoluzionario della libertà. Io non mi fermerò fino a quando non realizzerò la liberazione del mio paese, fino a che l’Irlanda non diventerà una, sovrana, indipendente, repubblica socialista».

Durante lo sciopero fu perfino eletto membro del parlamento inglese in un’elezione suppletiva, ma ciò non gli risparmiò una lunga sofferenza ed infine la morte dopo sessantasei giorni di sciopero.

Dopo la sua morte e prima che la protesta venisse interrotta di fronte all’intransigenza del governo inglese, altri nove detenuti (5 militanti dell’IRA e 3 dell’INLA), trovarono la morte: Francis Hughes (morto il 12 maggio 1981), Raymond Mc Creesh e Patsy O’Hara (21 maggio), Joe Mc Donnell (8 luglio), Martin Hurson (13 luglio), Kevin Lynch (1° agosto), Kieran Doherty, deputato al Parlamento di Dublino (3 agosto), Tom Mc Elwee (8 agosto), Michael Devine (20 agosto).

Il film di McQueen è a mio modesto parere bellissimo: una sfilza di pugni nello stomaco che inchiodano lo spettatore dal primo all’ultimo fotogramma, una sfilza di pugni che ti butta giù a terra dolorante ma che non ti abbatte. E lungi dallo spingerti alla rassegnazione ti fa subito venire voglia di rialzarti e correre magari ad informarti sulle vicende di quel giovane ragazzo irlandese che scelse di morire di fame a soli 27 anni per un ideale.

La sceneggiatura scritta dallo stesso McQueen e da Enda Walsh è frutto anche del dialogo dei due autori con ex detenuti, alcuni dei quali sopravvissuti allo sciopero della fame, e con uno dei funzionari della prigione, oltre ad alcuni familiari dei prigionieri, ma non quelli di Bobby Sands.

McQueen, ha ricreato gli ambienti con grande realismo, senza smussare gli angoli e facendo così rivivere gli eventi in maniera molto tragica, dura, senza alcuno spazio per la pietà o la speranza. Le immagini sono molto crude, il ritmo è incalzante, esclusi i momenti di dialogo, pochi ed essenziali, escluso il colloquio tra Bobby Sands e padre Moran ripreso a distanza con telecamera fissa, che vede protagonisti Michael Fassbender (nei panni di Bobby Sands) e Liam Cunningham (nel ruolo di Padre Moran): una scena che con i suoi 17 minuti e mezzo, ha battuto ogni record e fatto entrare Hunger nel guinness dei primati come il film con la scena più lunga in presa diretta, scena ripetuta circa 23 volte al giorno per cinque giorni consecutivi prima di trovare la forma definitiva.

Di prim’ordine la fotografia, così come l’interpretazione di Michael Fassbender dimagrito fino all’inverosimile per interpretare Bobby Sands, che si è sottoposto ad una dieta inizialmente basata su 900 calorie giornaliere, poi scese a 600 (l’equivalente di 2 confezioni di more ed una sardina!) verso la fine delle riprese.

L’attenzione della spettatore non è indirizzata sulle vicende storiche ed i retroscena della protesta, ma sul corpo di Sands e dei suoi compagni, corpi che diventano una vera e propria arma di lotta e di resistenza dei detenuti, che subiscono brutali pestaggi dai secondini, e che sono anche l’unico mezzo per nascondere i messaggi da scambiare clandestinamente con l’esterno durante i colloqui con i parenti. Un corpo che nel caso di Sands dimagrisce fino alla morte, e le cui piaghe, in una delle scene memorabili del film, tragicamente realista e molto espressiva nel suo silenzio e nella sua esasperazione dei particolari, macchiano di sangue le lenzuola, fino a trasformarle nel sudario di un “martire” del nostro tempo.

Veramente meritati i riconoscimenti attribuiti a suo tempo ad “Hunger”, al protagonista ed al regista, vincitore della Caméra d’or per la miglior opera prima del 61º Festival di Cannes e dell’European Film Awards per la miglior rivelazione – Prix Fassbinder 2008.

Raffaele Morani

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