Gli ebrei ultraortodossi contro internet. Una guerra persa…

 Orto-dosso. Letteralmente, l’uomo la cui opinione è diritta, elevata. Giusta. Per para-dosso, però, siamo tutti convinti delle nostre opinioni, e tutti pronti a protestarne la nobiltà. Così nascono gli ultra-ortodossi: quelli la cui opinione è ancora più alta rispetto alle altre. E non bastasse ancora, gli ultra-ultra-ortodossi. In una gara infinita al rialzo. Perché i dogmi, si sa, sono tanti quante sono le persone.

I “Satmar”, in particolare, costituiscono una frangia estremista all’interno della comunità ebrea ultra-ortodossa, ed è di pochi giorni fa (precisamente di domenica scorsa, 20 maggio) la notizia della loro manifestazione presso lo stadio Citi Field di New York contro il nemico-pubblico-numero-uno, monsieur internet. Difficile pensare che ci possa essere qualcosa di più pericoloso e difficile da controllare, per quelli-la-cui-opinione-è-più-elevata, di un intero universo di opinioni diverse e in contrasto tra loro. La “rete” pesca nel mare del pensiero umano: è una trama di funi tessute insieme da più mani. Su ognuna di esse un uomo in precario equilibrio, una bocca pronta a esprimersi, a rivendicare la propria esistenza. Ovviamente inaccettabile per la comunità chiusa degli ultra-giusti, ma il loro pensiero è anacronistico.

Riesce difficile immaginare un ragazzo di vent’anni che non possa navigare liberamente in internet, o che non possa usare uno smartphone, o non frequenti social network. Eppure questa dovrebbe essere, secondo il parere del rabbino Aaron Teitelbaum, la vita di un giovane Satmar, la cui trasgressione all’ordine ultra-sommo di non poter disporre in casa e in famiglia di un computer personale comporterebbe l’esclusione categorica dalle istituzioni scolastiche affiliate con il movimento. Che fortuna! Si potrebbe pensare che sia meglio non frequentarle, quelle scuole. Ché forse per la formazione dei giovani potrebbe essere più utile la pluralità di opinioni infime, piuttosto che l’unilateralità di un dogma “altissimo”.

La vera fortuna, in ogni caso, sta nel fatto che per i giovani (persino per i Satmar!) l’unico obbligo è proprio la trasgressione, e che, essendo questi ultra-ortodossi incredibilmente prolifici, diventa sempre più complicato arginare le loro esigenze.

Da qui, la manifestazione. Fosse semplice infatti imporre le regole scolastiche, non sarebbe necessario urlarle ai quattro venti. Si tratta di una guerra contro il tempo, che gli anziani rabbini sono destinati a perdere, con buona pace delle idee ultra-giuste. Smartphone, Pc e tablet sono ormai popolari anche nella comunità Satmar, ed è vano il tentativo di eliminarne l’esistenza.

Dunque, non potendo nascondere la testa sotto la sabbia, si tenta di mettere una pezza dove possibile. La toppa in questo caso si chiama iShop, un nome che richiama le luminescenti immagini del moderno marketing tecnologico, ma dietro cui si nasconde il più vetusto e inutile dei mezzi politici: la censura. Il filtraggio di internet non è riuscito al governo cinese, né ai regimi mediorientali: l’idea che possa funzionare attraverso un internet-café bloccato al centro di Brooklyn fa semplicemente sorridere.

Perciò, sorridiamo. Più che una questione politica, quella della chiusura della rete sembra essere una questione generazionale. Un po’ dispiace per il rabbino Teitelbaum, ma i numeri non sono dalla sua parte.

Susanna Curci

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