Chi è Beppe Grillo? Un demagogo moderato: un po’ Pajetta un po’ Almirante

(Piero Sansonetti) – Beppe Grillo ha raccolto il voto di protesta. Un dilagante voto di protesta? Non saprei, direi, su base nazionale, tra il 5 e il 10 per cento. Con punte attorno al 15 al Nord e risultati assai più modesti al Sud. A me un voto di protesta attorno al 10 per cento non sembra dilagante. Né mi pare che possa mettere in discussione il “sistema”. Direi che in Francia e in Grecia il voto di protesta (raccolto dalla estrema destra) è stato di proporzioni analoghe o forse superiori.

Il voto di protesta non è una novità. È una caratteristica dei sistemi democratici. È un voto che si colloca al di fuori degli schieramenti tradizionali della destra e della sinistra (cioè delle forze politiche che si candidano a governare) senza indicare una linea politica ma esprimendo solamente opposizione e rivolta.

In passato, in Italia, il voto di protesta ha trovato sbocchi in vari partiti o gruppi. Per la prima volta apparve nel 1946, cioè alle prime libere elezioni dell’Italia Repubblicana: fu raccolto da un giornalista che si chiamava Guglielmo Giannini, il quale aveva presentato la lista dell’ “Uomo Qualunque” e conquistò il 5,5 per cento dei voti. Il 1946 non era, come oggi, un momento di crisi dei partiti: la Democrazia cristiana di De Gasperi e Dossetti si stava preparando al trionfo del 1948, il Partito comunista di Togliatti aveva due milioni di iscritti, il Partito socialista di Nenni era solo un pochino meno forte e organizzato. I partiti controllavano “totalmente” lo svolgimento della vita pubblica e civile, attraverso centinaia di migliaia di sezioni, di circoli culturali e ricreativi, di centri sportivi, di bar, di parrocchie, di case del popolo.

Il voto di protesta negli anni successivi si espresse utilizzando direttamente il sistema dei partiti. Il voto di Giannini fu ereditato in gran parte dal neonato Msi, partito post-fascista che all’inizio degli anni settanta arrivò a sfiorare il 10 per cento dei voti, raggruppando tutto quel pezzo di opinione pubblica anticomunista che non ne poteva più del centrosinistra, di Moro, di Andreotti e delle politiche clientelari. Pochi anni dopo – appena due o tre anni dopo – il voto di protesta abbandonò il Msi e si trasferì a sinistra, nelle file del Pci, che tra il 1972 e il 1976 conquistò quasi il 7 per cento dei voti che andarono ad aggiungersi alla sua forza tradizionale del 27/28 per cento, e per pochissimo non diventò addirittura primo partito. Poi fu la volta dei radicali. I quali, dopo una serie di discreti successi negli anni ’80, ebbero l’exploit del 1999, quando alle europee ottennero, con le liste Pannella-Bonino, quasi il 10 per cento.

Parallelamente si sviluppa il fenomeno della Lega. La quale certamente non è solo un partito di protesta, visto che è una forza radicata socialmente e con un programma politico assai marcato, che tuttavia ha sempre oscillato tra la sua grandezza naturale, non superiore al 5 per cento su base nazionale, e i picchi del 10/11 per cento ottenuti, appunto, raccogliendo il voto di protesta al Nord.

Il voto di protesta è un voto sovversivo? No, esprime la necessità di una sovversione ma la risolve con una risposta politica moderata nei contenuti ed estremista nell’espressione. Il movimento Cinque stelle non è portatore di un programma di sovversione sociale, o economica, o nell’organizzazione dello Stato. È un movimento moderato che chiede, essenzialmente, ordine, legge e pulizia. E il suo leader, Beppe Grillo, è un fenomeno – tutt’altro che nuovo – di straordinario “demagogo”.

Nella parola “demagogo” non ci metto niente di necessariamente negativo. Il “demagogo” è un tipo di leader assolutamente necessario, e comunque non eliminabile, in un regime democratico. E’ appunto un leader capace di mantenere, dentro un programma moderato, spinte e pulsioni sovversive ed estremiste. Programmi moderati e parole di fuoco. In Italia – terra di grandi leader politici – ci sono stati molti esponenti della demagogia. Anche ai tempi della prima “sobrissima” repubblica di De Gasperi, di Togliatti, di Moro e di Berlinguer. Loro sicuramente non erano demagoghi. Però al loro fianco, e con ruoli importantissimi, agivano delle figure eccezionali di demagoghi. Ne cito solo due, le più grandi: Giorgio Almirante e Giancarlo Pajetta.

Giorgio Almirante era un ex militante e dirigente del fascismo. Prese la guida del Msi all’inizio degli anni Cinquanta, poi ebbe un periodo defilato, infine tornò come leader neofascista alla fine degli anni Sessanta. Almirante era un oratore fantastico. Tenne in mano il partito giocando soprattutto su questa sua grande dote. E lo guidò “soffocando” ogni spinta sovversiva e anarchica del neofascismo, e spingendolo a diventare una forza di complemento della Dc.

Giancarlo Pajetta aveva una biografia opposta a quella di Almirante (del quale era più o meno coetaneo: era nato nel 1911, tre anni prima di Almirante, morì nel 1990, due anni dopo Almirante). Pajetta era stato un oppositore “eroico” del regime fascista da quando era ragazzino. Era finito in prigione a 16 anni e, in periodi diversi, aveva sommato 13 anni di carcere. Era stato uno dei capi della Resistenza. Poi, nel Pci, aveva svolto un ruolo di primissimo piano ed era esponente dell’ala “migliorista”, cioè della cosiddetta destra comunista, quella che metteva al primo posto le alleanze e non i programmi, l’uso di sinistra del potere e non l’elaborazione politica e la lotta di massa. Pajetta, ad esempio, fu nemico giurato del grande movimento sindacale – guidato da Bruno Trentin e da Pier Carniti – che nei primi anni settanta sconvolse la politica italiana e modificò clamorosamente il volto del movimento operaio, portando l’istruzione, la salute, i diritti, la democrazia, al centro della battaglie sindacali, inventando la democrazia consiliare, strappando terreno e competenze ai partiti e legando i sindacati ai movimenti rivoluzionari che stavano crescendo nella società. Pajetta si opponeva, in nome di una politica delle relazioni alte, in nome della “Grande Tattica” di origini togliattiane e amendoliane. E fu anche protagonista della lotta “sorda” con la sinistra del partito, “movimentista”, guidata da Ingrao (Pajetta e Ingrao non si sono mai sopportati, e probabilmente nemmeno stimati: erano opposti). Eppure Pajetta, col suo travolgente modo di parlare, con la sua ironia geniale e tagliente, con la sua capacità di dominare – prima di tutti gli altri – la comunicazione di massa e la radio e la Tv, è passato alla storia come il più agguerrito dei leader comunisti.

Ecco, la demagogia è questo: mediazione e fusione tra ribellismo e conservazione. È una grande “applicazione” della politica. Non è affatto una novità, né è particolarmente pericolosa. Il potere non l’ha mai temuta. Capisco di offendere almeno tre persone, dicendo questo: ma Pajetta, Almirante e Grillo si assomigliano moltissimo. Tecnicamente sono identici.

Piero Sansonetti
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