Céline, come non lo avete mai letto…

L’articolo di Miro Renzaglia che segue è stato pubblicato sul numero 1 del trimestrale diretto da Massimo Ilardi, Outlet, in edicola da pochi giorni.

La redazione

GENTILE MARIE, SONO UNO CHE NON MOLLA
FIRMATO: CÉLINE

Tra gli aneddoti di Louis-Ferdinand Auguste Destouches, per i frequentatori del suo repertorio narrativo semplicemente Céline, c’è questo: nella sua libreria domestica c’era solo una decina di libri. Ma non interi, macché: dentro la copertina c’erano le pagine migliori che aveva amato e che, a suo insindacabile giudizio, meritavano di essere conservate e rilette. Tutte le altre erano state eliminate: solo la bellezza meritava di restare. Un ottimo metodo che inutilmente mi sono provato a replicare con la mia libreria. Che volete farci? Sono troppo affezionato all’integrità dei miei libri.

Però, però… per non scampare del tutto all’esempio, e anzi per imitazione del maestro, ho applicato la ricetta a lui stesso. Non su tutta la sua produzione, solo sulle lettere inviate a Marie Canavaggia, tradotte e ristampate in Italia per i tipi delle edizioni Archinto, nel 2010. Si tratta di un epistolario che copre l’arco di tempo che va dal 1936 al 1960 (ovvero, concluso proprio l’anno precedente alla sua morte).

Erano gli anni del suo confino dalla società delle lettere francesi, prima e di quello fisico-geografico, poi. Costretto come fu, durante la Seconda guerra mondiale, ad espatriare per evitare ritorsioni più gravi (a parte qualche mese di galera nella in-ospitale Danimarca).

Ricorderete, no? Per certi suoi peccatucci ideologici non propriamente politically correct, nemmeno al suo tempo, uno dei più grandi narratori del Novecento europeo fu posto all’indice. Un indice maledetto per il presunto schieramento antisemita e filonazista. In realtà non fu, Céline, né l’una né l’altra cosa. Il suo antisemitismo, infatti, non era per nulla di stampo razzista o religioso: nell’ebreo vedeva il ricco finanziere che con le sue speculazioni affamava società e nazione.

Certo, era uno sguardo abbastanza miope e parziale: gli ebrei non erano i soli agenti della finanza internazionale. E se solo avesse amato un po’ di più Émile Zola, senza bollarlo come «ebreo di origine italiana» e avesse letto, per esempio, L’argent, avrebbe snebbiato la propria critica dal discrimine e dalla prevenzione che, purtroppo, lo abbagliarono. Il suo presunto filonazismo, invece, è del tutto falso: sarà lui stesso a ricordare, anche proprio in queste lettere, come i suoi libri avessero divieto d’accesso nella Germania hitleriana, letti com’erano in una chiave nichilista (o anarchica, come sosterrà) che li rendevano irricevibili colà.

Delle lettere a Marie Canavaggia – come dicevo – ho estrapolato i passaggi utili a connotare il personaggio in una sua versione più intima rispetto all’ufficialità dell’icona rassegnata alla storia della letteratura, ricomponendo il tutto senza tener conto della successione cronologica delle missive. Non credo di avergli fatto un grande danno: in fondo, quello che viene fuori è lo stile rapsodico proprio alla sua scrittura.

Per il resto, il risultato conferma – credo –  la fisionomia bio-psico-logica che di Céline è nota: tic e piccole nevrosi, risentimenti vari,  furia contro l’universo mondo e rassegnazione al proprio destino di reietto. E poi, e anche, un ribadire con forza le ragioni dei torti (l’ossimoro è apparente) che gli sono rimasti, e probabilmente gli rimarranno, imputati per sempre.

Gentile Marie,

se lo ricorda chi mi ha difeso per Morte a Credito? I paladini della grande letteratura? Chi? Ci ossessionano con la «nobiltà d’animo». Loro però se ne fottono altamente della nobiltà d’animo e sono i Padroni del mondo. Voglio scannarli con la loro stessa meschineria. Questo libro è stato scritto all’insegna del più grande disgusto. Non è fatto per piacere, a nessuno.

È stata una vera persecuzione, la più vile, la più ingiusta, la più ributtante… Pertanto la mia sola intenzione è rispondere colpo su colpo. Me ne strabatto alla milionesima potenza anche di essere semplicemente corretto… Sono in guerra con tutti. Visto che tutti sono stati solidali nel cercare di ridurmi a zero. Sarà me­schino forse, ma è concreto e tangibile. Non conosco odio, stravaganza e felice ripiego: categoricamente, no. Me le addosso tutte le difficoltà, tutti gli sforzi per concludere. È a lavoro finito che si riconosce il vero operaio. Che non molla mai. E io non sono uno che molla.

Io non avevo niente da rinnegare o da abbandonare. Non avevo promesso niente, firmato niente di niente, mai. Ho perso tutto in questo schifo di storia in modo assolutamente gratuito, in totale gratuità. Né in Germania né in Francia ho mai tenuto ufficio, ruolo o parvenze di ruolo politico. Ero libero: l’impiegato, l’associato di niente e nessuno. Fossi stato più vigliacco sarei partito per la Spagna nel 1940 visto che ero completamente estraneo a qualsiasi coinvolgimento o vantaggio. Sono gli altri in debito con me – io non devo niente a nessuno e l’ho sempre gridato forte.

Abetz mi detestava. Tutta la Germania ufficiale mi detestava. Tutti i miei libri sono vietati in Germania dal tempo di Hitler. Mi consideravano un anarchico insopportabile. Se la Germania avesse vinto la guerra, la Gestapo mi avrebbe fatto assassinare. La mia sorte era segnata. Prima i libri, poi l’autore: potevo contare soltanto su di me. Ed è quel che ho fatto in condizioni atroci.

D’accordo, mi hanno dimostrato una stupefacente indulgenza ma me l’hanno anche fatta discretamente notare… E posso ritenermi abbastanza al sicuro proprio perché sono straordinariamente discreto, silenzioso, solitario e riservato. In realtà, il mio isolamento è completo. Non vedo nessuno, uomo o donna – non sarebbe proprio il caso. Non sto a nascondermi, ma non mi faccio neanche vedere. Non si immagini niente di piacevole – è una lotta perpetua e moralmente assai meschina, molto triste e tormentosa, e alla fine, data l’età, senza molte speranze di venirne più fuori. Sto bruciando le mie risorse. Se mai tornassi sarei povero, malridotto e odiato come è giusto che sia.

Quel che gli prude in culo ai miei nemici è che sia ancora vivo, perdio! E che di sicuro prima di crepare li striglierò come si deve! Non so ancora bene come ma non creperò sconfitto! Questi cani vedranno come se la sono giocata male.

Attualmente l’antisemitismo è un’insulsa idiozia e l’anticélinismo pure. Cosa diavolo c’entro con tutto questo? In verità la questione ebraica è chiusa. Ci sono tanti Ebrei a Mosca quanti ce ne sono a New York, e non chiedono altro che di scannarsi tra loro! I miei fottuti libri non vogliono proprio più dire niente. Non hanno più senso nel mondo di oggi. Questa storia mi ha rotto le scatole. In un certo periodo c’è stata una malattia – poi le cose sono andate in maniera tale che adesso la malattia non esiste più: si va avanti a ripetere, a rimasticare, a rimuginare. Ma ormai non vuole più dire niente, non vale per il mondo com’è fatto oggi.

In due ore di colloquio, il Rabbino Hindus è riuscito a stancarmi al punto che ho dovuto liquidarlo! Con le sue stupide penose domande da deficiente mi ha fatto venire una superemicrania! Che vada a farsi spulzellare da un’altra parte! l’idiota! Questa gente viziata, risparmiata, libera mi fa venire il vomito. Non ne posso più… Merda! ho sofferto e soffro troppo per soffrire anche loro – anche solo per due minuti! Un nemico in più vorrà dire! Al diavolo! Si metta in fila! In coda!

Avevo un po’ di speranza in quel cretino di de Gaulle- ma i «mulini di Dio» girano troppo lenti. Sarò già sotto terra e quell’idiota non avrà ancora commesso l’irreparabile! È un idiota scaltro e diffidente – un don Chisciotte che ha paura dei mulini. Anche i comunisti hanno paura.

I miei difensori sono isterici – Cosa posso farci? Sono anni che si comportano come dei deficienti strampalati e senza considerazione – Me ne servo come posso!… Quanto a dargli retta? Manco per sogno!

Sarà di certo al corrente di quel che è appena successo a mia figlia. Isterectomia totale – operazione che costituisce una mutilazione perpetua e che cambia tutto. In definitiva… con la vita che faceva, sempre incinta, con quel maniaco… non l’avrei più rivista… Non è il caso di brindare, però.

E questi Pirazzoli, odiosi – avari – rapaci – sudici – avvinazzati – rimbambiti – idioti – la suocera isterica – folle. Niente da metter sotto i denti. Tutto scassato. Niente che funzioni, né acqua né luce – una baracca. Ma ho ritrovato la lingua francese: la mia musica! Tutto il resto è spossante e infetto. Qui si crepa: lassù c’era il freddo e ora c’è l’afa! E dei suoceri deficienti come pochi! Oh la la!

miro renzaglia

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