Calcioscommesse. Fermare il campionato? No, fermate le scommesse…

Il calcio italiano sembra giunto a una nuova torrida estate, tra procure, interrogatori, ricorsi, deferimenti e pressing mediatico. Lo scandalo destinato a riempire le pagine dei quotidiani è quello del calcio scommesse, vecchio amico ritrovato dopo oltre trent’anni, almeno a questi livelli. Situazione già vista e riadattata a questi tempi nostalgici e inquieti, in cui ogni scheletro di un passato prossimo sembra uscire sua sponte dall’armadio del dimenticatoio, cavalcando il malessere generale. Un gigantesco disagio che ora abbraccia anche lo stadio, le partite che riempiono il weekend, l’oasi di distensione domenicale (mai troppa, a dire il vero) intaccata dalla vile avarizia. L’avarizia nella sua forma peggiore, quella dei perlati protagonisti, i quali per una mancetta fuori stipendio sono stati capaci di togliere ogni forma di umanità ad uno sport nato come il più umano del mondo.

Apparentemente logico osservare come l’indignazione si riversi nei confronti di questa presunta banda di onesti, tesi a intrallazzare giri d’affari con pericolose organizzazioni criminali come se nulla fosse. Criscito dalla faccia d’angelo immortalato in compagnia di narcotrafficanti e capi ultras, Mauri intento a tendere fitte comunicazioni con criminali dell’est, agli atti noti come “zingari”. Un precipizio molto alto, quello da cui son caduti i nostri (ex) eroi. Una piega brutta, che non si è mai scrostata da quel malessere calcistico figlio del Totocalcio prima, dei diritti televisivi poi, fino ad arrivare al mondo SISAL e alle sue facili illusioni.

La nefasta stagione del 1980 ha fatto scuola, anticipando lo show della giustizia che poi, col passare del tempo, assunse connotati decisamente più importanti. Nella primavera di quell’anno, mentre l’Inter sul campo si avviava a vincere il suo dodicesimo tricolore, si svilupparono i prodromi della più complessa forma di esecuzione che l’uomo abbia mai inventato dai tempi della Rivoluzione Francese: la ghigliottina mediatica. I finanzieri entrarono negli spogliatoi e nelle sedi societarie, non lesinando manette istantanee e carcere preventivo, con lo scopo di terrorizzare gli addetti ai lavori e aumentare lo sgomento dell’opinione pubblica.

In questo 2012, dopo trentadue anni in cui non sono mancati atteggiamenti recidivi, dopo trentadue anni  in cui il mondo pallonaro italiano è stato capace di regalare altre immense emozioni da “Un Giorno in Pretura”, ecco che si ripresenta lo scandalo sulle scommesse, che nel frattempo ha imparato a globalizzarsi, facendo affidamento su  giganteschi flussi di capitale estero investito sul nostro campionato di calcio.

I nomi eccellenti rimbalzano da una redazione all’altra, in un losco gioco in cui magistratura e media sembrano procedere di pari passo, tanto per dare alla vicenda una colorazione da avanspettacolo. Un atteggiamento volto a smuovere le coscienze tramite la potenza dell’immagine, che vale (ormai) molto più rispetto a qualsiasi spiegazione. Ecco Stefano Mauri in manette, come se fosse un latitante, piuttosto che una mezz’ala; ecco la polizia irrompere a Coverciano, come se si trattasse di una bisca clandestina. Normali procedure, direbbe qualcuno. Normali procedure sì, per questo mondo disumano, in cui nessuno ha ancora capito quale sia la vera utilità del carcere, figuriamoci quello preventivo.

Le misure cautelari andrebbero prese (forse) nel caso di un pericoloso latitante assetato di sangue, con lo scopo di preservare l’incolumità di chi potrebbe incontrarlo per strada. Invece? Invece si preferisce ammanettare e sbattere in carcere un ragazzo di trentadue anni che col carcere non ha mai avuto niente a che fare: “giusto, deve pagare”, si alza il coro all’unisono. Come se il bisogno di saperlo in cella potesse essere davvero garanzia di giustizia. Non bastano gli arresti domiciliari, non basta una carriera rovinata e una possibile radiazione. Non viene contemplata neanche qualsiasi forma di redenzione, di percorso utile al risarcimento economico verso gli altri, e a quello morale verso di sé. Per esempio, lavori socialmente utili per coprire il danno.

Nulla di tutto questo. Perché la giustizia in questo paese è prima di tutto show, e per l’aspetto umano non è lasciato alcuno spazio. Nessuno spazio all’umanità delle vittime, nessuno spazio all’umanità dei carnefici. In questo modo, assistiamo all’assoluzione tardiva di insegnanti erroneamente dipinti da pedofili e impunemente calunniati a scala nazionale, o a provvedimenti penali su innocenti (vedi Enzo Tortora) seguendo ciecamente le indicazioni del pentito di turno. Fino ad arrivare a Doni, a Mauri e alla galera preventiva: così, per far paura, per mostrare i denti.

“La tempesta in arrivo”, “il terremoto sul calcio” (come scriveva oggi La Repubblica in una tristissima preveggenza) si sta scatenando con colpi di scena, effetti speciali e scene da poliziesco dell’anno. Calciatori dietro le sbarre, il tutto accompagnato da sconcertanti dichiarazioni dalle istituzioni: “Il calcio si dovrebbe fermare due-tre anni” dice Monti, come se ogni soluzione si nasconda dietro uno stop di due-tre anni, in segno di punizione. Il problema sono soldi pubblici? Chiudiamo i giornali per due-tre anni. E sospendiamo qualsiasi attività culturale: gallerie e musei chiusi per due-tre anni. Fermiamo anche i partiti politici, che rubano i soldi di tutti. E anche i treni, che offrono un servizio scadente, nonostante i finanziamenti. E la sanità. E la RAI. Sospendiamo il governo incapace di far passare la crisi, nonostante i soldi dei contribuenti, e la polizia che manganella i manifestanti a Brescia. Per due-tre anni, non di più.
Nessuno, neanche l’illuminato premier, che abbia paventato l’idea di fermare le scommesse, semplicemente perché il sistema SISAL garantisce costanti entrate nelle casse dello Stato. Ricchezze generate dall’illusione dell’uomo comune, in un diabolico piano lucroso che banchetta sulla disperazione e sulla chimera del facile guadagno: eccolo, il vero rigurgito di antipolitica populista. Eccola, la minaccia reale.

C’è da ricordare, però, che in altri ambiti (finanziamenti pubblici ai partiti, sprechi e abusi edilizi, infrastrutture, evasione fiscale) il tintinnio di manette è più raro. Lecito pensare che il carcere (specialmente quello a misura preventiva) sia un fallimento in qualsiasi ambito e in qualsiasi situazione, altrettanto lecito porsi domande su questa disparità di risolutezza. Forse, è questione di allenamento: il carcere è adatto soltanto a chi ha il fisico per sopportarlo.

Nicola Mente

.

.

.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks