Articolo 46 della Costituzione / 5. Prospettive e interpretazioni

Nel quadro degli studi preparatori per la proposta di legge applicativa dell’art. 46 della Costituzione italiana, che Il Fondo intende intraprendere, proponiamo degli estratti dalla tesi di laurea di Gianluca Passera. Quello che segue, è il 5° paragrafo del III Capitolo. Sotto si trovano i link dei capitoli precedenti.

La redazione

Il problema rimane essenzialmente quello di come riuscire oggi ad applicare questi principi, ed anche in questo caso la storia ci fa scuola per non sbagliare nuovamente. Nel 1977 il Senatore Dionigi Coppo già Ministro del lavoro, presenta una proposta di legge incentrata sulle “Norme d’informazione, sulla consultazione e sulla partecipazione dei lavoratori nell’impresa”. L’iniziativa prevede per le imprese industriali, commerciali, dei servizi e dell’agricoltura comprendenti più di cento dipendenti, l’attribuzione di un diritto di consultazione e d’informazione, mentre per le SPA costituite di unità produttive con più di 500 dipendenti, prevede la costituzione di un consiglio di vigilanza. Del diritto d’informativa sono titolari le rappresentanze sindacali aziendali, e gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali firmatarie dei contratti collettivi delle categorie relative. Oggetto delle informazioni saranno: le prospettive economiche, i programmi relativi a nuovi insediamenti produttivi o ad ampliamenti rilevanti, la descrizione degli investimenti deliberati e la loro localizzazione.

Il potere di consultazione concerne invece nei casi di prevista totale o parziale dismissione dell’attività, chiusura o trasferimento dell’impresa o di sue parti importanti, la modificazione dell’organizzazione aziendale, le politiche di assunzione, la promozione professionale, i provvedimenti in tutela della salute e della sicurezza lavorativa. Ai contratti collettivi anche di secondo livello è poi lasciata la possibilità di stabilire modalità e procedure concernenti l’esercizio dei diritti di consultazione e informazione, chiaramente con la possibilità di ampliarli. Il consiglio di vigilanza per le SPA, che è costituito con formula elettiva tra i lavoratori e le persone segnalate dal CNEL, deve essere informato dagli amministratori degli affari concernenti la gestione delle società e il suo parere deve comunque essere richiesto in particolari casi specificati per legge.

La proposta di legge così strutturata diventa purtroppo oggetto di un aperto scontro sociale che ha come obbiettivo quello di definire l’ampiezza del potere imprenditoriale, e la capacità di influenzare le decisioni aziendali da parte del sindacato. Abbiamo comunque un miglioramento generale della situazione: infatti, se negli anni 60 i contratti collettivi e gli accordi interconfederali prevedevano che l’informazione si limitasse solo alla gestione del personale, negli anni settanta con i cosiddetti “contratti di sviluppo” e i primi contratti nazionali di categoria, vengono raggiunti accordi sindacali riguardanti la gestione dell’impresa.

Anche se sono ancora frutto di un braccio di ferro sociale determinato dal variare dei rapporti di forza delle categorie che costituiscono il mercato del lavoro, più che essere dovuti a una reale volontà partecipativa. Si spera che in un prossimo futuro, la maturità, il raggiungimento ormai evidente da parte degli operai di livelli di benessere sociale ed economico notevoli, servano a far toccare una coscienza comunitaria rivolta all’interesse di tutto il tessuto economico e che da tale presupposto prendano avvio iniziative legislative volte ad ottimizzare l’uso delle risorse economiche, energetiche, lavorative, lasciando perdere una volta per tutte i singoli egoistici e deleteri interessi di bottega.

Il travaglio che si manifestò in Assemblea Costituente, ha determinato una pluralità di interpretazioni a una norma che viene definita “la più debole o, se si preferisce la più vuota del modello costituzionale”. L’articolo 46 tenderebbe in linea di principio ad eliminare il concetto di “partecipazione conflittuale”, in cui gli interessi dell’imprenditore si confrontano con gli interessi antagonisti dei lavoratori. È però chiaro che l’auspicata forma collaborativa dell’articolo in oggetto, se in linea di principio è indirizzata alla costruzione di una comunità produttiva e d’interessi tra capitale e lavoro, viene nei fatti bloccata dalla posizione ostile e conflittuale del sindacato come abbiamo più volte visto. Le dell’impresa oggi possono essere influenzate solo ed esclusivamente dai mezzi di pressione della lotta sindacale, riconducibili alla contrattazione collettiva.

Se consideriamo nel nostro tempo, sia l’attività imprenditoriale sia purtroppo quella operaia sono indirizzate ad un modello di mercato liberista e concorrenziale, che il nostro mercato nazionale si deve confrontare con il mercato mondiale; la possibile applicazione dell’art. 46 e i suoi eventuali risvolti legislativi, rimangono ulteriormente mutilati. L’esperienza, infatti, ci insegna che con gli strumenti ad oggi messi a disposizione del sindacato per la tutela dei lavoratori, il condizionamento delle decisioni aziendali rimane un semplice accompagnare le decisioni più gravi cercando di renderle il meno traumatiche possibili.

Nel nostro ordinamento la collaborazione ha trovato nei fatti solo un’applicazione sporadica. L’attenzione deve essere indirizzata più in profondità: si devono cioè, individuare nuovi meccanismi che mettano in relazione diretta i lavoratori e gli imprenditori, in tema di partecipazione o collaborazione alla gestione aziendale. In Italia, non sono neppure prese in considerazione, forme di negoziazione obbligatorie, che impongano al datore di lavoro di sospendere qualsiasi decisione prima dello svolgimento delle trattative sindacali.

Il sistema italiano è fondato sulla contrattazione collettiva, che assicura alle organizzazioni sindacali limitati diritti d’informazione e consultazione, ma non dall’interno della struttura aziendale, bensì dall’esterno, con tutto quello che ne consegue. Il datore di lavoro, infatti, è si obbligato a informare le associazioni sindacali in tema di prospettive economiche, sui livelli occupazionali delle singole imprese, sulla situazione economica-finanziaria, ma nella realtà queste informazioni possono essere falsate, mutilate, o accomodate, per favorire eventuali interventi del datore di lavoro in azienda; i sindacati di fronte a queste situazioni, agendo dall’esterno, non hanno nessun tipo di arma per tutelarsi e nessuna previsione legislativa è mirata a punire quelle aziende, che in tema d’informazione non tengano comportamenti trasparenti.

Attraverso i contratti collettivi, si riesce certamente a influenzare le scelte gestionali degli imprenditori nel comparto, o a livello nazionale (livelli retributivi, condizioni di lavoro, crisi industriali, investimenti), ma diventa difficilissimo a livello di singola azienda. Il fatto che la collaborazione dei lavoratori, sia stata indirizzata sin dal dopoguerra a forme di partecipazione conflittuale, in questi ultimi periodi ha evidenziato tutti i suoi limiti: infatti in fasi economiche involutive, in presenza di congiunture negative, gli strumenti di pressione sindacale si indeboliscono notevolmente, sino a perdere completamente la loro efficacia. Naturalmente ponendoci il problema delle forme con cui il sindacato sia a livello nazionale che aziendale possa partecipare alla fase decisionale delle politiche economiche, rimane chiaro che una reale partecipazione consultiva ma anche e soprattutto deliberativa, è quantomeno improponibile inserita in questo modello conflittuale.

Il perché di questa situazione purtroppo si annida nella mancanza di una coscienza comune, la nostra struttura sociale e industriale ha per troppo tempo utilizzato rapporti di forza economici o numerici per spuntare migliori condizioni contrattuali. La sfiducia che ha sempre caratterizzato i rapporti sindacato – confindustria, unitamente ad un modello di pensiero volto esclusivamente a sfruttare il tessuto industriale per raggiungere soddisfazioni egoistiche, è stato e sarà probabilmente ancora per molto tempo il germe che impedirà la costruzione di una comunità lavorativa, anche se; e questo è il peggiore rammarico, i precedenti storico legislativi per continuare su questo sentiero ci sarebbero, ma non si vogliono assolutamente considerare.

Gianluca Passera

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Link dei Capitoli Precedenti 

1 – La storia

2 – La legge Morandi

3 – La discussione in Aula

4 – L’odierna Concezione

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