Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori… Pensiamoci bene…

Nonostante i deputati, quasi tutti, s’erano sprecati in giuramenti che mai e poi mai avrebbero toccato l’articolo 18, un tentativo di palpeggiamento e rimaneggiamento c’è stato. Qualcuno dice che poi, alla fine dei conti, non si vuol toccare così tanto, giusto qualche cosetta qui e lì, qualche aggiustamento di tiro per tenere la bocca chiusa da un lato a quelli dei sindacati e dall’altro a quelli di Confindustria.

In realtà le modifiche proposte e ancora non approvate, equivalgono ad un rimaneggiamento approfondito. Introdurre, così com’è allo studio, il licenziamento per motivi economici, equivale a mettersi di punta e andare a fondo. Lo sanno tutti che un licenziamento per motivi economici non si nega mai a nessuno, alla bisogna. Così come sanno tutti che inventare un motivo economico, e farlo convivere con la legge che ha depenalizzato il reato di falso in bilancio, non costa poi così tanta fatica. Se la modifica dovesse passare, sarebbero dolori. E fin qui siamo al livello di ipotesi, di progetti di legge, di idee di riforma del lavoro. Se cerchiamo per un momento di astrarci dall’attualità e di vedere la questione nei suoi aspetti più generali, la vicenda si potrebbe fare ancora più interessante.

Non è la prima volta che viene fatto un tentativo del genere, sono anni che si parla di modificare barra abolire l’articolo 18. E ogni volta che qualcuno, magari una mattina che non aveva nulla da fare se non rilasciare una dichiarazione stupida alla stampa, si alza e dice che l’articolo 18 va abolito, che le aziende con l’articolo 18 non possono licenziare liberamente, che l’articolo 18 è inventato apposta per i fannulloni, scoppia la bagarre. Da un lato i sindacati reagiscono sostenendo che una eventuale abolizione è la fine dei diritti dei lavoratori, che dopo c’è solo il baratro, che una volta cancellato l’articolo 18 non ce n’è più per nessuno. Dall’altro lato ci sono le industrie che insistono: “non siamo competitivi rispetto al resto del mondo”, “l’assunzione diventa una condanna”, “è un retaggio della preistoria”. E così avanti per settimane e mesi, con qualche sciopero, qualche riunione, qualche altra promessa di riforma del lavoro. Alla fine dei conti non se ne fa mai niente.

Strano, perché il governo Berlusconi, quando si trattava dei cazzi del padrone, non ha avuto remore ad approvare leggi ben peggiori. Non ha nemmeno tremato davanti agli scioperi autunnali. Come mai questa titubanza? In realtà hanno aggirato l’ostacolo. Già tantissimi sono i lavoratori che non sono mai stati tutelati dall’articolo 18. Lasciamo da parte chi lavora presso un’azienda con meno di 15 dipendenti – ma è già una prima discriminazione dal principio –, pensiamo a tutti i precari che, assunti con la legge 30, ormai sono costretti a doversi barcamenare tra una miriade di tipologie contrattuali. Se Treu aveva iniziato a fare danni, Maroni e Sacconi hanno fatto molto peggio. Hanno preso la riforma Biagi, l’hanno storpiata, accartocciata e ridicolizzata e ci siamo ritrovati la legge 30.

Eppure i sindacati, quest’articolo dello Statuto dei Lavoratori che vale per sempre meno persone, lo difendono a spada tratta. Convinti come sono che sia rimasto il solo diritto da difendere. Pensate ad ogni volta che ci hanno levato un diritto, segnateveli nella mente e poi tirate un filo, rosso o di qualsiasi altro colore. A forza di contrastare i continui attacchi all’articolo 18, ci siamo convinti che quello era il nostro unico punto di forza. Così abbiamo deciso che l’articolo 18 val bene qualsiasi altra cosa. E loro, gli imprenditori, ci hanno levato tutto il resto. Nell’ultimo decennio, oltre alla mannaia della legge 30, ci sono state anche le modifiche ai diversi contratti nazionali. In alcuni casi addirittura, si è arrivati a consentire alle aziende di licenziare lavoratori a tempo indeterminato per riassumere gli stessi – con le stesse mansioni – attraverso una cooperativa. Chi ancora può usufruire dell’articolo 18 a pieno titolo, può essere ormai considerato un Panda, una razza in via d’estinzione. Sembra di stare dentro il film Highlander: “ne rimarrà solo uno”, che poi finalmente andrà in pensione. E, in mezzo a questo affamare i cittadini che lavorano onestamente, negando anche i diritti più elementari, che dovrebbero risultare già acquisiti, continua a passare il messaggio: l’articolo 18 è Fort Apache.

Nessuno contrattacca, nessuno fa controproposte, nessuno riesce ad alzare la testa. Stiamo tutti dentro Fort Apache ad aspettare il nemico che arrivi. E quello, il nemico intendo, ad ondate successive stacca prima un pezzo di muro, poi una torretta, poi scardina il portone. E noi che ci guardiamo in faccia ogni volta da sotto l’elmetto, sapendo benissimo che prima o poi il fortino crollerà. “Poi che ci rimane?” è la domanda che uno nemmeno si fa per paura della risposta che dovrebbe darsi. Niente, senza Fort Apache non ci rimane assolutamente niente. Per gli imprenditori invece, visto che si sono presi già tutto il resto, è come la ciliegina sulla torta. Militarmente sarebbe possibile definire questo modus operandi una tattica d’accerchiamento e di sfinimento. Loro, se uno gli riuscisse a strappare una risposta sincera, nemmeno lo vogliono buttare giù, questo strabenedetto fortino. A loro conviene prenderci per fame, tramortirci di sacrifici, ammazzarci di stenti. Usciremo da soli, con la bandiera bianca, pronti a prendere il rancio che ci vorranno dare, carità loro. La resa finale.

Dice: “ma perché gli imprenditori non affondano il colpo, proprio adesso che il sindacato barcolla come un pugile suonato e che basterebbe solo una spintarella per buttarlo giù?”. Perché agli imprenditori fa comodo l’articolo 18. Forse fa più comodo a loro che a noi lavoratori, per paradosso. Quanti sussidi prende una qualsiasi azienda che si definisce impossibilitata a licenziare? Contate i milioni di euro spesi, soprattutto in questi anni di crisi. Casse integrazioni, mobilità, finanziamenti di stage e qualsiasi altro modo per spillare soldi alla comunità. Senza pensare alle volte che, nonostante la pioggia di incentivi alla produzione e finanziamenti straordinari a qualsiasi tipo di imprenditoria – femminile, maschile, giovane, vecchia, a metà, senza voglia di fare un cazzo, all’avventura, alla garibaldina – poi questi, quando hanno proprio accaparrato tutto l’accaparrabile, prendono e vanno all’estero. “Chi vi conosce”. E lo Stato rimane in silenzio. Buon viso a cattivo gioco. Guarda noi lavoratori e ci chiede di stringere i denti, che prima o poi la buriana passa e saranno rose e fiori per tutti. Che uno, visto che ormai sta buriana dura pure da troppo tempo, se lo immagina facilmente dove riuscirà a mettersi sia le rose che i fiori. Lo Stato dovremmo essere tutti noi, in teoria, ma in pratica sono i politici e i politici sono i partiti e i partiti oltre ai soldi che prendono dallo Stato hanno bisogno di altri soldi che arrivano proprio dall’imprenditoria. Quando si parla di finanziamento pubblico ai partiti, dovremmo immaginare cosa potrebbe succedere se venisse tolto. Anche in contesti come questo. Se la finanza già la fa da padrona, cosa mai succederà quando sarà l’unica a foraggiare la nostra vita politica?

Dice: “ma non ci sono alternative?”. Si, le alternative ci sono sempre. In questo caso specifico sono la resa o la trattativa, magari al rilancio. O uscire con la bandiera bianca o tentare di mettersi ad un tavolo, magari con qualche idea in mente. E io, prima d’arrendermi, se permettete le tenterei tutte. Anche mettendo sul piatto lo stesso articolo 18, con l’obiettivo di estendere a tutti le tutele.

Uno Stato come quello immaginato dai nostri Padri Costituenti, avrebbe dovuto garantire l’occupazione, piena, e avrebbe dovuto pensare alla salute e al benessere dei propri cittadini, oltre alla loro istruzione e alla loro libertà. Una Repubblica fondata sul lavoro – e sui lavoratori – e non sull’imprenditoria e la finanza. Sapevano anche loro, e ce ne rendiamo conto ancor di più noi oggi, che per essere una democrazia compiuta, non importa quale di meccanismo elettorale ci inventiamo. E’ roba buona solo per chi deve sedere in Parlamento o per chi s’è messo in testa che il sistema dei partiti è tipo un campionato di calcio dove al posto del pallone ci stanno gli elettori.

Per essere democrazia compiuta, per essere veramente liberi di esprimere le proprie idee anche attraverso il voto, bisogna necessariamente che tutti riescano a campare una vita quantomeno decente. Non sfarzosa, non piena zeppa di felicità, non all’insegna del consumo più sfrenato: solo e soltanto decente. Magari attraverso un salario minimo garantito, delle occasioni per poter lavorare, dei servizi che funzionino. Uno Stato che consenta ai lavoratori di co-gestire le aziende presso cui lavorano. Perché spesso sono costretti a pagare decisioni scellerate che non hanno potuto mai contrastare. Il lavoratore non deve entrare nelle scelte dell’azienda, ripetono sempre gli imprenditori. “Quelli sono affari nostri”. E chi l’ha detto?

Graziano Lanzidei

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