Art. 46 della Costituzione / 6. La partecipazione tedesca e quella europea…

Nel quadro degli studi preparatori per la proposta di legge applicativa dell’art. 46 della Costituzione italiana, che Il Fondo intende intraprendere, proponiamo degli estratti dalla tesi di laurea di Gianluca Passera. Quello che segue, è il 6° paragrafo del III Capitolo. Sotto si trovano i link dei capitoli precedenti.

La redazione

Nel corso di un approfondimento mirato e allo scopo di maturare esperienza per applicare l’articolo 46, balza all’occhio il concetto di partecipazione della Germania e i tentativi dell’Europa di applicare il concetto di collaborazione e socializzazione. Partendo da molto lontano nel tempo:  l’abolizione dei consigli d’azienda di Weimar ad opera del nazismo ci collega alla loro ricostruzione, del 1946-47, mentre già in molte costituzioni dei Lander furono previste misure di codeterminazione, che si allargarono poi a tutta la Germania. Storicamente nel 1951 fu emanata la prima legge sulla “Mitbestimmung” nell’industria estrattiva e siderurgica, che fu poi estesa nel 1952 alle altre aziende. La stessa legge venne rivisitata nel 1972, con un rafforzamento dei principi collaborativi e nel 1976 il cancelliere Helmut Schmidt estese il principio legislativo della codeterminazione a tutte le società di capitale con più di 2000 addetti. Nel 2001, toccò poi a Schroder abbassare il limite dimensionale delle imprese cui si applicano i principi di codeterminazione da 300 a 200 dipendenti.

Il modello tedesco successivamente introdotto in numerosi paesi europei, opera principalmente a livello di stabilimento e di impresa. L’organizzazione è predisposta principalmente su due livelli: quello dei rapporti introaziendali e quello della composizione degli organi societari. Nel primo caso, alla base della cogestione troviamo il consiglio d’azienda, che ha competenza riguardo: funzioni e possibilità di intervento articolate in affari sociali, affari del personale, questioni economiche. Nelle aziende con oltre cento dipendenti, il consiglio di azienda ha anche un ulteriore strumento, il “comitato economico”. Tale organo previsto come rappresentativo dei soli lavoratori, è dotato di particolari diritti di informazione e supportato da potere penale, che viene attivato nel caso in cui il datore di lavoro non soddisfi le sue legittime richieste. Nel secondo caso, riguardante appunto la composizione degli organi societari, la legislazione è molto complessa e varia in base alla tipologia di società: è prevista la partecipazione dei lavoratori agli organi di vigilanza e di direzione delle società di capitali.

La legge più importante riguardante la materia è quella datata 4 maggio 1976, che riguarda le imprese organizzate come: società per azioni, in accomandita per azioni, a responsabilità limitata, oppure di cooperative di produzione con più di 2000 assunti. Tale iniziativa legislativa è comunque il prodotto di una lotta tra ambienti sindacali e imprenditoriali. In concreto, l’immissione dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza è paritetica solo formalmente, in quanto sia l’organizzazione dell’organo, sia l’elezione del presidente (espresso dagli azionisti e provvisto di voto doppio in caso di parità nelle votazioni), sono nei fatti predisposte per favorire gli azionisti a discapito chiaramente del potere dei lavoratori. Il sistema elettorale inoltre è complicatissimo, e determina non poche problematiche. Tuttavia i poteri partecipativi sono notevoli, tanto da suscitare un dibattito serrato tra le diverse posizioni: gli imprenditori sostengono che la cogestione allunghi notevolmente i processi decisionali, mentre i sindacati chiaramente sono allineati a difesa della legge.

Il sistema tedesco, sicuramente più avanzato di quello italiano, penetra per qualche aspetto, nelle attribuzioni che gli imprenditori e i proprietari, si sono sempre assegnate, ma non riesce neppure in questo caso a cambiare il carattere capitalistico dell’impresa. Sicuramente le attribuzioni del consiglio di azienda o di gestione, del comitato economico e del consiglio di sorveglianza, nel modello tedesco superano notevolmente i poteri e le competenze riservate alle rappresentanze sindacali in Italia; ma la clausola generale in cui si sostanzia l’accettata ideologia del Partnerschaft, ovvero della collaborazione di classe è ancora lontana dall’essere raggiunta, anche se ad oggi il sistema in Germania è sicuramente il più avanzato dal punto di vista sociale, oltre ad essere quello che potrebbe nel futuro garantire i migliori margini di sviluppo.

La partecipazione in Europa ha preso sicuramente sentieri diversi da quella italiana, che come abbiamo visto ha purtroppo lasciato ai rapporti di forza le relazioni industriali, e al contratto i limitati poteri solo di informazione.  La linea della Cee., allude appunto a diverse ipotesi di coinvolgimento dei lavoratori alla vita aziendale: partendo appunto dalla possibilità di informazione, per arrivare alla possibilità di fornire pareri, sino ad giungere a forme di vera e propria codecisione con l’espressione di opinioni vincolanti per il datore di lavoro. Le proposte europee si sono sviluppate a partire dal 1970, secondo due prospettive: la prima riguarda il diritto delle relazioni industriali, nella quale rientra la proposta di direttiva “Vredeling” del 1975, inerente le procedure di informazione e consultazione dei lavoratori, la seconda prospettiva è quella di costituire uno “statuto dell’impresa europea”, affiancata dalla proposta per le società per azioni, di inserire forme di partecipazione collettiva dei dipendenti.

Per quanto riguarda la prospettiva relativa ai diritti di informazione, tutti i Paesi membri della Comunità, hanno previsto questo tipo di soluzione. E anche in quei paesi come l’Italia, dove è assente una specifica normativa che li preveda, questi diritti di informativa, sono comunque stati inseriti nei maggiori contratti collettivi nazionali. Chiaramente sono differenti tra i vari Paesi membri, le materie oggetto dell’informazione, i soggetti aventi diritto di ricevere tali comunicazioni, i tempi e le modalità. Per quanto riguarda invece le forme di consultazione obbligatoria o facoltativa e la partecipazione alla vita decisionale dell’impresa, solo paesi che hanno una profonda tradizione in tal senso, hanno riconosciuto e regolato per legge tali diritti.

La proposta invece di costituire uno “statuto di società europea”, introduce un modello nuovo di società, con caratteristiche partecipative per i lavoratori, da affiancare a schemi societari già esistenti nei vari Paesi membri. Nel 1972 viene predisposta la V direttiva comunitaria che fallisce,   volta ad accordare i vari diritti societari dell’area europea, sulla base anche in questo casi di diritti partecipativi per i lavoratori, a cui tutti si dovranno uniformare. La proposta riformulata di V direttiva prevede: la partecipazione dei lavoratori solo per il controllo e non per la gestione della società, prospettando la presenza dei dipendenti o in un consiglio di sorveglianza appositamente costituito, oppure tra i membri non gestori del consiglio di amministrazione.

L’innovazione del modello non ha portato a risultati migliori rispetto al quadro precedente, le resistenze ancora una volta imprenditoriali in quei Paesi senza alcuna tradizione partecipativa, hanno fatto fallire anche questa ulteriore proposta. Sorte migliore non è toccata poi ad una nuova proposta di società europea nel 1989,  sollecitata dal Parlamento Europeo e intimamente collegata ad una nuova direttiva comunitaria sulla partecipazione dei lavoratori. La società europea nei fatti non potrà essere applicata disgiuntamente da forme partecipative, la scelta fra i modelli societari proposti dalla Cee., dovrà essere effettuata con un accordo tra azienda, e rappresentanti dei lavoratori e in mancanza dalla direzione aziendale. Inoltre ogni Stato, potrà decidere le modalità di applicazione e decidere quali modelli tra quelli proposti prediligere.

Le opzioni da tenere in considerazione sono: cogestione tedesca, cogestione olandese oppure un sistema concordato in via collettiva, tra azienda e rappresentanze dei lavoratori. Il progetto prevede inoltre, forme partecipative alla produttività o al capitale sociale. L’opposizione delle organizzazioni datoriali e imprenditoriali anche in questo caso è stata profonda, per questo motivo si è arrivati ad una ulteriore proposta di società europea, che è chiaramente la più recente e innovativa proposta sul tema. Una cosa mi preme evidenziare: io faccio l’operaio ed è notizia di questi giorni che tambureggia per la maggiore tra i lavoratori, che in Germania in alcune aziende siano stati riconosciuti ai lavoratori dei bonus economici alti e maggiori ferie. Loro sono in Germania e abbiamo visto quale sia il loro patrimonio culturale riguardo la partecipazione e il lavoro, noi saremmo capaci di fare la stessa cosa?

Gianluca Passera

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I link dei Capitoli precedenti

1 – La storia

2 – La legge Morandi

3 – La discussione in Aula

4 – L’odierna Concezione

5 – La partecipazione tedesca

 

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