Angelino Alfano. Ovvero, come scambiare un partito per un computer…

Fu una delle prime versioni del quarto ginnasio a mettere ko la classe. Non ricordo bene l’autore, ma ho ben impresso il morale della truppa, piuttosto basso, dopo la pletora di voti negativi segnati in rosso sui fogli protocollo. Era, appunto, una delle prime prove di verifica e, come comprensibile, il latino non era certo materia semplice per persone appena uscite dalla scuola media.

L’insegnante nota dispiacere e disappunto e si mette a parlare di Pirro. “Conoscete tutti Pirro, no? Il re dell’Epiro che avrebbe voluto sconfiggere i romani. Beh, nelle prime fasi della campagna il monarca dell’Epiro mise in campo gli elefanti. L’effetto che quelle bestie fecero sui romani fu simile a quello che i carri armati avrebbero avuto sui soldati della Prima Guerra Mondiale oltre duemila anni dopo. Ma i romani non si arresero. Scoprirono invece che i pachidermi temono il fuoco e si organizzarono di conseguenza. A rendere grande Roma furono ingegno e capacità di analisi delle situazioni passate e delle conseguenze degli errori commessi.

Discorso limpido, trasparente, teso a motivare una classe che, di fronte ad un votaccio non avrebbe dovuto abbattersi ma andare subito a cercare e a capire i motivi che l’avevano portata ad una generale scarsa valutazione

IMPARARE, NON FORMATTARE

Mi spiace che Alfano non abbia avuto una professoressa come la mia, altrimenti non avrebbe parlato di “formattazione”  e di ricerca con il lumicino di una nuova classe dirigente. E poi che vuol dire formattare un partito? Gli informatici potrebbero spiegare che si tratta di «dividere la capacità del disco in una serie di blocchi di uguali dimensioni e fornire una struttura in cui verranno scritte le informazioni che permetteranno l’accesso ai dati desiderati». Sinceramente, qualcuno ha capito? Io no.

Stando alla sopra citata definizione, il PdL andrebbe sezionato in blocchi destinati ad essere ‘riscritti’, ad ottenere nuove informazioni. Non è ancora chiaro. Come si fa a creare dei blocchi in uno schieramento e a  scrivere sopra di essi dei dati? Forse il segretario pidiellino avrebbe voluto dire tabula rasa dell’attuale contenitore, al fine di ricostruirlo da zero. Avesse usato il latino forse tutti avremmo capito meglio ma già, Angelino Alfano  non ha avuto la mia insegnante.

UN PARTITO SENZA IDENTITA’

Dal 2008, anno di nascita del PdL, la percentuale dei militanti e degli iscritti di fede aennina è sempre stata molto alta. Gente di destra, di una destra molto sfaccettata e dalle varie sfumature: gli orientati verso il sociale, quelli che aspirano ad un conservatorismo in stile tories; infine i liberal che sognano un centro destra liberale e che forse non hanno mai letto Friedrich H. Von Hayek:

Il conservatorismo vero e proprio è un atteggiamento legittimo, probabilmente necessario e, certo molto diffuso, di opposizione a drastici cambiamenti. Ma la caratteristica principale del liberalismo è che esso vuole muoversi, non stare fermo 

Correnti ed idee differenti, ma un unico comun denominatore: l’appartenenza a qualcosa di definito, identificato dall’elettore nell’ala destra della politica italiana. Chi c’è a destra, chiede oggi l’elettore. Nessuno gli risponde perché, al di fuori di strutture marginali e di poco peso istituzionale, un polo di destra nel nostro paese non esiste. Quella che i militanti di AN hanno portato ai ‘cugini’ di Forza Italia è un’eredità fatta di presenza sul territorio, di conoscenza del tessuto sociale delle realtà locali, di valori e di identità. Qualcosa insomma che è stata costruita in decenni di lotte, cosa più importante di qualsiasi tesoro o tesoretto.

Nel 2008 il bipolarismo sembrava essere la via giusta. La cultura di destra fu vista, dai nuovi padroni di casa, come anacronistica, inutile nel novello scacchiere parlamentare che, stando alle previsioni di quattro anni fa, sarebbe stato dominato da due grandi forze, su modello americano ed inglese. Nel 2012 la nave bipolare si è arenata. I piccoli partiti (IDV, vendoliani, Grillo), dati per morti dopo la nascita di PD e PdL, hanno progressivamente riconquistato terreno tanto da permettersi di porre condizioni nelle alleanze.

UNA CLASSE DIRIGENTE CHE C’E’ MA NON SI VEDE

Formattare e trovare una nuova classe dirigente. Non ci siamo Angelino, proprio no. Non bisogna distruggere per ricostruire. Al limite, se le fondamenta sono marce, si può ipotizzare di abbandonare l’edificio e costruirne un altro, tenendo però presente che una casa va conservata e tenuta con cura. Niente rimpasti la gente è stanca dei soliti volti e di nuovi capi e capetti che, chimere che scompaiono nell’arco di una stagione. Per quattro anni il movimento giovanile del PdL ha continuato a lavorare sul territorio, con iniziative, battaglie, tesseramenti. E, come  tradizione vuole, mai il movimento giovanile è stato chiamato a discutere delle scelte del partito. Nuovo contenitore, vecchi difetti. La base non conta o per lo meno conta solo quando c’è da convincere amici e conoscenti a votare, o per mostrare i muscoli nelle grandi manifestazioni di piazza.

“Trovare una nuova classe dirigente” fa molto Veline di Antonio Ricci: tutti in passerella davanti alla giuria che valuta portamento e bellezza dei candidati. Se invece si spendesse tempo ad ascoltare cosa hanno da dire i militanti nelle sezioni di quartiere e delle università? D’altronde chi vive a contatto con la gente e i suoi problemi può meglio valutare scelte e decisioni per il futuro di un partito.

Buoni dirigenti che vengono dalla vecchia e sana militanza di strada. Si potrebbe tentare. Oltre che a svecchiare l’immagine del PdL, aiuterebbe anche a riacquistare un concetto più sano, onesto, trasparente e popolare della politica.

Marco Petrelli

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