Altre resistenze… dai Werwolf ai Far ai Fratelli della Foresta…

Aprile e Maggio sono i mesi dedicati, per antonomasia, al ricordo della gesta della resistenza italiana ed europea all’occupazione tedesca.Bandiere rosse e stelle del medesimo colore sul bianco della bandiera nazionale esaltano ed evidenziano un ricordo, storicamente un po’ fazioso, di una lotta partigiana che si mescola alla lotta di classe, quasi che la guerra del ’43 ’45, anziché rovinosa e fratricida, sia stata in realtà un tassello del più ampio mosaico della rivoluzione socialista. D’altronde è lo stesso ANPI a rifiutare il concetto di guerra civile.

Badogliani, liberali, cattolici sembrano sparire dalle commemorazioni e dagli articoli di giornali che ormai identificano il partigiano nel combattente dal fazzoletto rosso, intento a marciare a pugno chiuso cantando quella canzone che Beppe Fenoglio, ne Il partigiano Johnny, così descrive:

Ora il coro rosso la riprendeva (Fischia il vento), con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. L’antagonismo era al suo acme sotto il sole, il sudore si profondeva dalle nuche squadrate dei cantori. Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri, anche la truppa, erano troppo nonchalants e poi quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso?

Resistenze. Storie di uomini e di lotta, una lotta idolatrata, esaltata, riproposta a più di mezzo secolo dagli eventi dalle massime cariche dello Stato.

Dalle belle città date al nemico/fuggimmo un dì su per l’aride montagne/cercando libertà tra rupe e rupe/contro la schiavitù del suol tradito.

Così è scritto in una canzone della Resistenza partigiana. Città date al nemico, rupe e rupe. I combattenti del PCI non furono gli unici a soffrire per l’occupazione dei centri abitati da parte dello straniero. Sentimento simile fu provato, in Italia, Germania e repubbliche baltiche da altre formazioni, di resistenza certo, ma differenti dai garibaldini per identità politica ed obiettivi.

Mart Laar è stato il primo presidente del consiglio estone dell’era post sovietica. Memore della accuse di Mosca che, in quarant’anni di occupazione militare aveva accusato i partigiani estoni d’essere filo nazisti, diede alle stampe un volume con intenti e contenuti chiarificatori: Guerra nelle foreste: la lotta dell’Estonia per sopravvivere, 1944-1956.

I Fratelli della Foresta furono un’organizzazione che ebbe grande diffusione in Estonia, Lettonia e Lituania, restando operativa ben oltre la data indicata dal volume di Laar. Il decennio dal ’44 al ’56 è tuttavia il più significativo e più intenso. Guerriglia anti sovietica, con assalti a depositi, colonne di rifornimento, militari dell’Armata rossa che aveva conquistato il paese dopo la ritirata  tedesca.

La rivalità tra le repubbliche baltiche e la Russia non è una novità anzi, come molti altri conflitti etnici nell’Europa orientale, sopravvive da secoli.

Durante la Seconda guerra mondiale il gioco delle alleanze e la contrapposizione ideologica non hanno fatto altro che acuire i termini dello scontro armato tra patrioti di diversa bandiera.

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’ ingresso dell’Armata rossa in Polonia, Lettonia, Lituania, Ungheria non fu da tutti salutata con favore ed entusiasmo: il ricordo del Patto di non aggressione stipulato da Mosca con i nazisti alla fine degli anni Trenta, le violenze della NKVD agli ordini del famigerato ministro Berija, le sofferenze già inflitte ai popoli ucraino e finlandese avevano timori e preoccupazioni nei paesi che Yalta aveva condannato ad una lunga e dura oppressione.

I Fratelli della Foresta rappresentarono il primo focolare di resistenza anti russa. Nata nel 1941, quando l’Urss si era già affacciata sulle sponde del Mar Baltico, l’organizzazione scelse le impenetrabili foreste di conifere per scampare alle rappresaglie della NKVD e ai bandi di arruolamento nell’esercito di Stalin.

Lettoni, lituani, estoni, idealisti, avventurieri, tedeschi tagliati fuori dalla ritirata della Wehrmacht: dopo i fratelli Bielsky, partigiani ebrei, odiati dai russi e temuti dai tedeschi (sovietici e nazisti condividono una cultura antisemita), ora è il turno dei metsavennad.

Come già in Italia, la ritirata tedesca lascia dietro a sé nuclei di sabotatori che, un bel romanzo di Pietrangelo Buttafuoco, chiamò Uova del Drago.

In est Europa, Germania e confine franco-tedesco operano i Werwolf, lupi mannari. Come l’essere mitologico, mezzo uomo e mezzo lupo, che nelle tradizioni nordiche si desta dal sonno per difendere il suolo natio, Edelweiss Piraten, Schwarzer Wolf St. Hubertus e Freies Deutschland con attentati dinamitardi ed azioni audaci oppongono il credo nazional socialista ai vincitori, Alleati e sovietici. La repressione americana e russa non si fa attendere: centinaia i i soldati e i civili fucilati perché sospetti di appartenere all’organizzazione che, tra i fondatori, annovera Reinhard Gehlen (futuro capo dei servizi segreti della Germania occidentale) ed Artur Axmann (capo della Gioventù hitleriana).

Un ruolo non di secondo piano quello del Werwolf: azioni condotte fino al 1954 e reti spionistiche che, nel dopoguerra, tornaranno utili a Gehlen e al controspionaggio NATO contro il Patto di Varsavia. Come con i Fratelli della Foresta anche i Lupi mannari tedeschi attireranno l’attenzione di CIA ed MI6, questi ultimi sfrutteranno le conoscenze tecniche e logistiche dei resistenti nei territori oltre cortina.

Seppur travolta dalla guerra civile, l’Italia non fu da meno di Lettonia e Germania: Sam (squadre azione Mussolini) e FAR (Fasci azione rivoluzionaria) furono tra le prime cellule anti americane e anti comuniste sorte l’indomani della sconfitta. 

Come i Werwolf alcuni di questi gruppi si attivarono già prima e dopo la caduta di Roma (Giugno 1944). Unità addestrate dai servizi segreti germanici venivano lanciate dietro le linee nemiche con compiti di sabotaggio e raccolta di informazioni(1). A loro si aggiungevano i militari (meglio addestrati) dell’ NP, il battaglione della Decima MAS specializzato nella neutralizzazione di obiettivi strategici. 

I FAR operarono con attentati dinamitardi o con azioni eclatanti, come l’assalto alla stazione EIAR di Monte Mario il 30 Aprile del 1946, dalla quale fu trasmessa Giovinezza. 

Altro episodio degno di nota il lancio di un ordigno contro l’ambasciata americana nel settembre 1951, atto al quale seguì l’arresto di numerosi componenti del gruppo neofascista: Clemente Graziani, Fausto Gianfranceschi e Franco Dragoni, Pino Rauti e il filosofo Julius Evola, quest’ultimo scagionato e assolto insieme a Rauti ed Erra.
Le attività dei FAR cessarono proprio agli inizi degli anni cinquanta. Contrariamente a Germania e repubbliche baltiche l’inserimento, lento ma progressivo, del Movimento Sociale Italiano nel contesto democratico, avevo reso inutile e nociva l’esistenza della sigla eversiva.

Le Sam, anch’esse scomparse sul finire dei ’40, ricomparvero a Milano un quarto di secolo dopo: ordigni contro sedi sindacali e di partito. Gesti spontanei e senza collegamento alcuno con i ‘padri ‘ di una sigla riproposta, forse, più per generare scandalo sui mezzi di informazione che non con un reale interesse strategico e politico.

Marco Petrelli

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Nota 

(1) LA GUERRA SEGRETA NELL’ITALIA LIBERATA
Spie e sabotatori dell’Asse – 1943-1945 di Donald Gurrey

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