Via Poma, assolto Brusco. Ora servirebbe un processo alla giustizia italiana

(Andrea Colombo) – L’assoluzione in appello di Raniero Busco per l’assassinio di Simonetta Cesaroni, dopo quella di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Knox, dopo quella di Alberto Stasi per l’uccisione di Chiara Poggi pone (anzi dovrebbe porre, perché purtroppo non le pone affatto) una impressionante quantità di domande sul funzionamento della giustizia in Italia.

La prima e più ovvia, ma non per questo meno rilevante, riguarda il funzionamento dei Ris, la polizia scientifica. Non si tratta dell’ultima ruota del carro investigativo ma del settore dal quale più di ogni altro dipende la sentenza di condanna o assoluzione. E’ una responsabilità enorme che dovrebbe comportare adeguata preparazione e adeguato rigore nella qualità delle analisi, nella salvaguardia della scena del crimine e nella intangibilità dei reperti. E’ del tutto evidente che nessuno di questi aspetti è affrontato in Italia come si conviene a un Paese dell’Occidente sviluppato. Il risultato è che il lavoro della scientifica ha lo stesso rilievo che ha negli Usa, ma l’accuratezza e la preparazione di chi quel lavoro svolge non sfigurerebbero in qualche Paese in via di sviluppo. Negli Usa, per essere chiari, i reperti  conservati nel cesto della biancheria e del tutto inaffidabili che nel primo processo avevano portato alla condanna di Busco nessun procuratore avrebbe avuto l’ardire anche solo di proporli, e se lo avesse fatto il giudice glieli avrebbe più  o meno tirati in faccia

Non che si tratti di un problema insolubile, per carità. Solo che per risolverlo bisognerebbe prima riconoscere che esiste e ciò suonerebbe come peccato di lese forze dell’ordine. Ma nell’Italia che vent’anni di berlusconismo e antiberlusconismo hanno riportato al livello dell’Italietta dei primi anni ’50 e forse anche più indietro questo non è ammissibile.

Il secondo ordine di problemi riguarda i meccanismi tramite i quali i pubblici ministeri formulano le loro accuse. Certo, si tratta dei rappresentanti dell’accusa e il loro compito istituzionale è quello di accusare. Ciò non significa però che si possa rinviare a giudizio qualcuno sulla base del “Mi sa tanto”.

Un esempio esemplare: la pubblica accusa ha sporto ricorso in Cassazione contro Alberto Stasi con questa motivazione, parola più parola meno. Siccome l’assassinio di Chiara Poggi è stato commesso con notevole brutalità, l’assassino non poteva essere uno sconosciuto ma doveva per forza essere qualcuno che con la vittima intratteneva un rapporto emotivo forte. Dunque il fidanzato.

Sembra un film a cavallo tra il comico e il grottesco, invece è la realtà della giustizia italiana. E’ seguendo logiche di questo tipo che i pm si formano i loro “legittimi convincimenti” e che altri giudici dispongono i rinvii a giudizio. Passi, ma quando il rinvio si basa su elementi di tale forza dovrebbe almeno essere proibita la custodia cautelare sino all’ultimo grado di giudizio. Gli imputati di cui stiamo parlando, che sono probabilmente solo la punta visibile di un iceberg mastodontico, hanno passato lunghi periodi in carcere senza alcun motivo, senza alcuna condanna definitiva, sulla base di prove che avrebbero dovuto imporre massima prudenza non solo nel rinvio a giudizio e nelle sentenze, ma anche nella disposizione della custodia cautelare.

E’ davvero giusto che in casi simili ai magistrati per così dire “leggeri” non debba essere addebitata alcuna responsabilità civile? Sia chiaro, dopo il bagno nel fango berlusconiano è ben chiaro il rischio che la responsabilità civile possa trasformarsi in strumento di condizionamento e ricatto. Però quel rischio non può farci trascurare quello uguale e opposto che comporta affidare l’amministrazione della giustizia a degli “irresponsabili”, nell’accezione letterale del termine.

L’ultima riflessione riguarda le condanne in primo grado a carico di Busco e della coppia Knox-Sollecito. Nessuno può legittimamente affermare che in quei processi la colpevolezza fosse provata al di là di ogni dubbio. Al contrario, nell’un caso e nell’altro i dubbi erano legione. La teoria dice che una giustizia non barbara nel dubbio assolve, essendo un innocente in galera molto peggio di un colpevole in libertà. Parole tanto belle quanto ipocrite. La norma, nei tribunali italiani, è opposta: nel dubbio condanna e se poi finisce dietro le sbarre un poveraccio reo solo di essere incappato nel pm sbagliato e in questi Ris che somigliano troppo ai Keystone Cops, i poliziotti delle torte in faccia, affaracci suoi.

Aspettiamo con ansia che il nostro loquace presidente della Repubblica in una delle sue 250 esternazioni settimanali, si ricordi di ricordare questo trascurabile particolare a chi nei nostro tribunali amministra, si fa per dire, la giustizia.

Andrea Colombo
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