Seconda Repubblica, i giudici, la tecnocrazia…

Le maree si abbassano e si alzano, a seconda dell’influenza lunare. L’alta marea è un fenomeno che sommerge tutto, che inonda ogni cosa senza avere l’impeto di uno tsunami. La marea dell’antipolitica sta raggiungendo livelli molto alti, probabilmente i più alti degli ultimi anni.

La nuova tangentopoli non ha certo l’irresistibile fascino dell’originale, che venti anni fa turbò coscienze, fomentò suicidi eccellenti, e ci rese spettatori del disastro e delle lunghissime maratone da “Un Giorno in Pretura”.

Ecco, quella tangentopoli ebbe l’effetto di uno tsunami. In effetti, serviva impeto e violenza per spazzare via, nel giro di pochi mesi, un sistema politico cinquantenario. Questa, al contrario, non ha la stessa veemenza.  Semplicemente perché, oltre ad essere cambiati vari meccanismi insiti nell’istituzionalità italiana, il proscenio dell’alluvione ha cambiato completamente i connotati. La Seconda Repubblica, con la complicità del crollo delle grandi ideologie novecentesche, ha trasformato radicalmente il paese. Negli ultimi venti anni abbiamo avuto a che fare con un nuovo rapporto elettore-rappresentante: la linea che prima demarcava con decisione una differenza di pensiero e di competenze si è gradualmente assottigliata, avvicinando sensibilmente il mondo politico alle pulsioni del volgo. Questo “contatto del terzo tipo” si è rivelato un dramma, perché la vicinanza tra politico ed elettore medio non si è creata per necessità di soddisfare richieste ed esigenze, ma per trovare identità soprattutto negli istinti più bassi.

Insomma, se prima accadeva che il politico furfante potesse lasciare l’elettore sgomento e far crollare modelli, ora quei modelli non esistono più. Lo si evince dai toni dei vari servizi giornalistici che come falchi piombano sullo scandalo: venti anni fa si ragionava su finanziamenti e su appalti, dando una dimensione più grave sì, ma anche più solenne. Oggi, si parla di SUV, di lauree, di ristoranti, di ville, e di squallidi conti in tasca.

Appurate le differenze tra le due “epoche”, ci si può addentrare nell’inquietante campo (minato) delle similitudini. Spostando quindi le lancette e il calendario di vent’anni, ci accorgiamo che allora come oggi il paese venne consegnato in mano “tecniche”. Giuliano Amato era il nostro Mario Monti, commissario straordinario incaricato di “traghettare” il paese verso l’Europa. Allora, per riuscire ad entrare. Oggi, per cercare di non uscirne.

A partire dal 1992 le privatizzazioni, mascherate sotto il vestito da festa delle “liberalizzazioni” (chissà, forse per suscitare meno paura), cominciavano a trasformare lentamente il paese, contribuendo alla disgregazione  dell’apparato produttivo statale. L’azione fu tanto inesorabile quanto silenziosa, offuscata dal fragore delle inchieste e dal clima da “caccia alle streghe”. Oggi, più o meno, sta accadendo la stessa cosa.

Usciamo da un ventennio berlusconiano che ha portato in dote l’emersione dello scontro politica-magistratura. Silvio Berlusconi per mesi ha denunciato (e continua a farlo, a dire il vero) l’uso strumentale delle inchieste per mistificare e per sconvolgere il teatro politico. Noi, ovviamente, non gli abbiamo creduto, e abbiamo anteposto la sua caduta ad una reale riforma dell’apparato giudiziario. Questo perché serpeggiava la paura di favorire il suo morboso attaccamento alla poltrona, per sfuggire ai processi in cui l’ex-Premier era imputato principale. Poi arrivò la notte di novembre in cui Berlusconi fu costretto ad abbandonare il timone nell’incredulità generale, e tutti si dimenticarono di quella reale esigenza di cambiamento, presi dall’esultanza, manco fossero i Mondiali. Nessuno parlò più del problema giustizia, nonostante rimanesse un problema reale. Nessuno se ne interessò, né ai piani alti, e né in mezzo alla strada, nonostante ci fosse la necessità di evitare che le procure potessero in futuro continuare ad essere strumenti di manipolazione politica.

Finita la festa, vennero i nuovi tecnocrati, e ci convertirono al sacrificio, imponendo di raccogliere bottiglie e petardi da terra. Una sorta di diktat, il sacrificio, parola che ha origine dal latino sacri- ficàre, dove ficàre sta per  fàcere: letteralmente, fare una cosa sacra. Dunque, per arrivare ad un dignitoso quotidiano, siamo stati costretti da subito a fare i conti col sacro, ove il sacro ha insito il concetto di privazione. Sacrificio: «offrire vittime o doni alla divinità (privandone sé medesimi), rinunziare ad alcuna cosa per altrui bene, onde il significato dell’uso Rimaner danneggiato».

In questo clima di rinuncia e di fatica, oggi come nel 1992, l’indice è puntato sullo sperpero. Non il grande sperpero, sia chiaro. L’attenzione è infatti dedicata al medio-piccolo sperpero, mentre in parallelo si buttano picconate a quel che resta del sistema naufragante. Perché di fronte ai tecnici, la politica è remissiva. O si prostra con accondiscendenza, o cade sotto i colpi delle inchieste. Non esiste opposizione, non è ammessa dissidenza.

Fa specie dunque assistere a qualsiasi telegiornale, o leggere qualsiasi giornale, ed essere sepolti, oggi come allora, da inchieste, conti in tasca, avvisi di garanzia. Fa altrettanto specie che sia proprio la Lega, il partito dei duri e puri, ad incarnare l’agnello pasquale, in vista delle prossime amministrative. Perché se nel caso di Lusi, Rutelli e compagnia bella si parla comunque di un partito estinto, nel caso del Carroccio si tratta dell’unica opposizione, insieme all’Idv di Di Pietro, rimasta a contestare (e contrastare) l’operato del governo Monti.

In sostanza, le epoche passano, i colori si rincorrono, ma la realtà non cambia mai di molto. Alla fine di un Impero, si vedono soltanto macerie, con “mea culpa” dal colore bianco torbido e balbettanti giustificazioni a far da triste corollario. Questo martellamento sulla corruzione della politica (in un periodo in cui la politica ha valenza nulla in confronto all’implacabile e fredda contabilità dei tecnici) ha lo stesso sapore acre della carne frollata e buttata in pasto ai piranha, per permettere ai bovari di guadare il fiume col resto del branco. D’altronde, siamo  immersi nell’era dello scontro politico con mezzi non convenzionali: si pensi all’affare Strauss-Kahn, e alla sua corsa  all’Eliseo bruscamente interrotta.

A conferma di questa tesi (che per ora rimane tale), sono di poche settimane fa le dichiarazioni dell’ex segretario della Lega, Umberto Bossi, che in tempi non sospetti esprimeva la sua idea a seguito delle sentenze su Berlusconi: «I giudici non sono ciechi e sordi, vivono anche loro il momento politico. Berlusconi è stato abile, pensavo che fosse condannato, invece i suoi voti sono determinanti per il governo. Magari non aveva commesso niente, come sosteneva lui, però vista da fuori è una brutta impressione».

 E ora che le acque han cominciato ad alzare il livello, chi sarà il prossimo ad annaspare? Vendola e le sue magagne sanitarie? Oppure Di Pietro e le sue case? E chi, invece, rimarrà a galla? Purtroppo non possiamo fare previsioni: le risposte sono scritte nella Luna, e nelle sue imprevedibili fasi.

Nicola Mente

.

.

.

 

 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks