Pareggio di bilancio in Costituzione. Cioè la vittoria della destra (e la fine della politica)

Alla fine il governo ci è riuscito. La proposta di inserire il pareggio di Bilancio nella Costituzione è passata con il sì definitivo dell’aula del Senato, e non c’è da rallegrarsene. Il pareggio di Bilancio, diciamo, è l’obiettivo di tutte le politiche rigoriste. Le quali, solitamente, si realizzano tagliando la spesa sociale, perché la spesa sociale è la principale voce di spesa degli Stati. Il pareggio di Bilancio, di norma, è un cavallo di battaglia della destra tradizionale. Rendere il pareggio di Bilancio una indicazione della Costituzione vuol dire rendere l’ideologia neoliberista come unica legittima ideologia costituzionale. Tutte le altre idee politiche ed economiche – comprese quelle che a metà del secolo scorso hanno portato al patto tra capitale e lavoro che ha realizzato il compromesso socialdemocratico – diventano fuorilegge. La nuova Costituzione, di fatto, mette fuorilegge non il fascismo o il comunismo ma la socialdemocrazia.

Qual è il senso di questo attacco alla Costituzione? Semplicemente quello di sancire un “cambio” di regime. Cioè un “salto” nel funzionamento delle democrazia. Affermare definitivamente la sovranità assoluta dell’economia è un processo che impone una riduzione della democrazia. Non una riduzione della base democratica, cioè del sistema formale, ma una riduzione delle competenze e dei poteri. Questo cambio ha bisogno – dal punto di vista simbolico, ma anche dal punto di vista materiale – di una sanzione solenne e superiore alla politica stessa. Quindi di una modifica della Costituzione. La Costituzione è vista, dalla destra, come uno strumento della politica.

E in questo la destra di mostra molto più moderna e agile della sinistra. La quale, di fronte alla Costituzione, ha sempre avuto un atteggiamento immobile e sterile, di “adorazione”. Questo le ha impedito di vedere come la Costituzione formale sempre di più entrasse in contrasto con la Costituzione materiale e con lo sviluppo della società. E non le ha permesso di pensare a modifiche della Costituzione, al suo aggiornamento. Soprattutto nel campo del lavoro.

Oggi la richiesta di modifica costituzionale che ci viene dall’Europa e dai mercati trova terreno facile proprio per il conservatorismo della sinistra. Ed è molto difficile opporsi alla richiesta della destra senza trovare un progetto diverso, opposto, vero, di riforma costituzionale e di definizione di un nuovo e più avanzato diritto del lavoro e dell’impresa.

Piero Sansonetti
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