Marine Le Pen. Piccole Bossi crescono…

Il 12 Aprile 1985 la Repubblica commentava una notizia del tutto nuova ed inusuale per l’Italia di ventisette anni fa: 

Per la prima volta insieme, i leader della destra europea – il missino Almirante, il nazionalista francese Le Pen e il greco Dimitriadis, presidente dell’ Epen – hanno tenuto un comizio a Roma, in piazza del Popolo[…] Il francese Le Pen ha detto che “tre sono le minacce cui l’ Europa deve far fronte: la minaccia politico-militare dell’ Urss e del comunismo internazionale; la minaccia della denatalità e dell’ esplosione demografica nel Terzo mondo; la minaccia della decadenza morale e sociale”. Dimitriadis ha paragonato la Democrazia cristiana e il marxismo a “due balene agonizzanti” (Repubblica, 12 Aprile 1985).

Il Movimento sociale opera ormai da quarant’anni, ha superato diversi ostacoli, è una realtà che, alla metà degli anni ottanta, può contare su una base elettorale forte, malgrado Almirante, Michelini e Romualdi non abbiano mai avuta occasione di governare il Paese. Nel 1985 il partito degli sconfitti è un fronte di opposizione difficile  da liquidare: negli ultimi anni di vita il Msi raggiunge quote  prima impensabili del 13 – 14%.

Le Pen osserva stupito l’anziano segretario di gabinetto della Repubblica Sociale Italiana. Il Fronte Nazionale ha una discreta forza locale, conquistata in appena tredici anni (FN nacque nel 1972) e vede nel MSI un modello per aspirare ad essere alternativa vincente nel quadro politico d’oltralpe.

Aspirazioni comuni ma destini diversi. La morte di Almirante e l’egida di Gianfranco Fini spingeranno la destra italiana verso nuovi orizzonti: grandi coalizioni, ridimensionamento del passato e della identità, alleanze ed iniziative non sempre comprese dalla base.

Diciassette anni dopo Fiuggi conosciamo bene quale sia stato il risultato della svolta finiana. Con il PdL che appoggia il Governo tecnico di Mario Monti insieme a Pd e Terzo Polo, non sono pochi a domandarsi che fine abbia fatto la destra, quella vera.

Destra come la destra sociale francese, attenta alle necessità delle gente e scrupolosa osservatrice del tessuto sociale, in particolare del tessuto più debole e più esposto alla disoccupazione, all’aumento del costo della vita e a tassazioni eccessive.

Il Fronte Nazionale nell’ultimo decennio è uscito dall’angolo nel quale, come un pugile sopraffatto dalla forza fisica dell’avversario, ha sferrato i suoi colpi migliori fino a costruirsi un’immagine seria e vincente di opposizione alla sinistra e alla destra sempre.

Cammino non facile naturalmente. Da quel 1985 ne è passata d’acqua sotto i ponti. Nessun ministero per Le Pen e i suoi sodali, mai un governo di coalizione con la destra moderata; tuttavia il fronte Nazionale è cresciuto assicurandosi una presenza forte nelle amministrazioni locali, riuscendo addirittura a togliere voti a Chiracq e Sarkozy.

Dopo quarant’anni Jean Marie Le Pen passa le briglie alla figlia Marine. Quest’ultima non delude padre ed elettori, conquistando un decoroso terzo posto nelle presidenziali: la sera di domenica 22 Aprile Marine Le Pen sfiora il 20%. Ha votato il 75 per cento degli aventi diritto.

Ma chi sono gli elettori di Fn? Sono un universo eterogeneo: immigrati, ex comunisti, euroscettici, famiglie in difficoltà economica e in cerca di risposte. E tanti giovani. Secondo una stima della stampa francese, il 24% degli elettori tra i 18 e i 25 anni ha votato per l’estrema destra.

Eclatante, soprattutto per un paese nel quale la cultura antifascista è stata sempre particolarmente forte. D’altronde, nei tardi anni Sessanta, Parigi fu incubatrice della Contestazione che, di lì a poco, avrebbe infiammato anche l’Italia. Il ’68, giunto in ritardo nel Vecchio Continente, fu ‘filtrato’ dalle università francesi per poi essere irrorato nel resto dell’Europa occidentale.

Le Fascisme passeràt – il? Chiede un topo bianco  – Je sens que ca vient! – risponde un topone nero nell’atto di sodomizzare l’altro. E’ una vignetta molto poco politically correct, dono del genio di Jack Marchal, l’artista legato alla corrente del politologo Alain De Benoist.

Siamo più che certi che un esecutivo del Front National sia ancora utopia e che il fascismo, anche questa volta, non passerà. Eppure i frontisti non ricordano solo gli eredi di Doirot, ma anche gli attivisti in camicia verde di Bossi.

Infatti, analizzando il fenomeno Marine Le Pen, certamente non possono sfuggire i contatti avuti fino in tempi non sospetti con la Lega Nord, le ‘passeggiate’ nei corridoio della sede del Carroccio con il sanguigno Borghezio, quest’ultimo legato a tradizioni, simbologie ed identità comuni a quelle della collega d’oltralpe.

Lo strato sociale dell’elettorato, le parole d’ordine, le dure prese di posizione contro una politica assente e lontana dai reali bisogni del cittadino e contro l’immigrazione, non possono non far tornare alla mente i raduni di Pontida con i Volontari del Nord schierati e pronti.

Ad avvicinare i due partiti, poi, non sono soltanto linguaggio e bacino di utenza: i risultati ottenuti nelle realtà locali e sul nazionale ben delineano l’ambizione a porsi come opposizione pronta a dare battaglia sia alla sinistra radical e spesso priva di contenuti, che ad una destra in crisi identitaria e valoriale.

‘Piccole Bossi’ crescono e impongono la linea dura e ‘popolare’ come alternativa a quel mondo moderato che, di fronte alla speculazione internazionale e alle ingerenze dell’Europa, pare non essere più capace di esprimersi e di agire in modo determinato e risoluto.

Marco Petrelli

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