Maria Immacolata. La verginità al di là del mito…

(Susanna Curci) – Parliamo del mito del Vangelo, cercando di uscire dalla contrapposizione ideologica sorta tra coloro i quali si ostinano a voler distinguere tra “leggenda” e “realtà”. Parliamo del mito di Maria Immacolata, del concepimento del Cristo e del dogma della verginità. Parliamo di tutto questo senza pretesa di rivelare qualche verità, ma solo col tentativo, forse audace, di portare avanti una riflessione. In questo senso, le considerazioni di Mircea Eliade attorno al valore esistenziale dell’esperienza del mito, rendono possibile iniziare a contemplare l’idea che narrazione e realtà non debbano necessariamente appartenere a due sfere distinte e inconciliabili.

Per Eliade, infatti, appartiene al mito il modo con il quale l’uomo primitivo entra in contatto con la realtà divina. Il mito è un racconto di creazione, e pertanto è sempre una storia sacra. «Per lo storico delle religioni ogni manifestazione del sacro è importante; ogni rito, ogni mito, ogni credenza, ogni figura divina riflette l’esperienza del sacro, e di conseguenza implica le nozioni di essere, di significato, di verità». Se quindi il Vangelo (il cui senso etimologico è “buona novella”) è portatore di un messaggio, questo messaggio dovrà necessariamente scaturire dall’incontro tra realtà e simbolo.

Il primo motivo che si incontra, nell’approcciarsi ai Vangeli, è quello di due nascite miracolose. La prima, quella di Giovanni, che prepara la strada alla seconda, quella di Gesù. «L’idea che il personaggio centrale di un mito o di un racconto non sia venuto al mondo nel modo abituale, ma che la sua nascita sia miracolosa e circondata di mistero», scrive Marie Louise Von Franz, psicoanalista svizzera, allieva e collaboratrice di Jung, «è un’idea universale. L’aspetto irrazionale della nascita dell’eroe e dell’eroina è una chiara prova che si tratta non di esseri umani, ma di contenuti psichici». Contenuti psichici, dunque, la cui nascita eccezionale è annunciata in modi e tempi completamente diversi. Perché diverso sarà il loro ruolo.

Giovanni, figlio di Elisabetta e Zaccaria, annunciato dall’Angelo del Signore ad un uomo  incredulo, che aveva ormai perso la speranza – a causa dell’età ormai avanzata e della sterilità della moglie – nella possibilità di avere un figlio. «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni», ribatte Zaccaria all’Angelo, dimostrando la sua insicurezza.  L’angelo gli risponde: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo». Ma, dunque, qual è il fine di questa nascita? Chi è destinato ad essere Giovanni?

«È frequente che la nascita dell’eroe o dell’eroina sia preceduta da un lungo periodo di sterilità», precisa ancora Marie Loise Von Franz: «la nascita avviene allora in modo soprannaturale. Tradotto in termini psicologici, ciò significa che un periodo di attività particolarmente intenso della coscienza è molto spesso preparato da un periodo di completa sterilità». Una visione estremamente interessante, soprattutto se letta alla luce delle parole del Vangelo di Giovanni apostolo: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce».

Dunque, per arrivare al Cristo, bisogna necessariamente passare per la nascita di Giovanni. Una nascita che quindi rappresenta simbolicamente, come sottolinea Alejandro Jodorowsky nel suo libro I Vangeli per guarire, «un lavoro cosciente di preparazione all’avvento e alla fioritura del divino che è in ognuno di noi». Che si tratti di un lavoro particolarmente faticoso, poi, è dimostrato dalla portata dell’isolamento che i personaggi della narrazione sono costretti a subire. Agli anni di sterilità, infatti, va aggiunto l’intero periodo della gestazione: un periodo che Elisabetta dovrà evidentemente passare nascosta agli occhi del resto della comunità, e che Zaccaria, invece, sarà costretto ad affrontare in assoluto silenzio. Così Giovanni, che è l’uomo nuovo che testimonierà l’incarnazione della luce divina, dovrà a sua volta prepararsi al suo compito, abbandonando la casa paterna ed isolandosi nel deserto.

Durante il sesto mese di gravidanza di Elisabetta, l’Angelo del Signore si dirige dunque in una piccola città della Galilea, chiamata Nazaret, per completare la propria missione. Qui avviene l’annuncio della seconda nascita miracolosa. E se il primo annuncio era stato portato ad un anziano sacerdote ormai privo di speranza, il secondo arriva ad una giovane “vergine”, di nome Maria, promessa sposa di Giuseppe e colma di fede. Due situazioni completamente diverse, dunque. Ma cosa determina, in questo caso, l’aspetto irrazionale della nascita di Gesù? Maria è giovane, ha un uomo accanto che la ama e che è pronto a formare con lei una famiglia. Non ha alcun problema fisico. Cosa dovrebbe esserci di “miracoloso” nella nascita di un suo figlio?

Prima di tutto, estremamente particolari sono le parole dell’Angelo: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. […] Non temere, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Con queste parole l’Angelo, che è l’unico essere in grado di sedere al cospetto di Dio, si inchina a lei, e al Signore che è con lei.

Per chiarire il senso (importantissimo) di questo passaggio, viene nuovamente in aiuto Jodorowsky, il quale scrive che se la grazia è la pienezza del cuore, allora l’amore di Maria è tale da colmare tutta l’umanità, l’infinito, l’eternità: è tale da aver trovato la divinità che è dentro di lei, e da essere riuscito a farla risplendere. Vi è però un altro aspetto sul quale è il caso di porre l’accento: Maria è una vergine. La sua “verginità”, però, non ha nulla a che vedere con la sfera sessuale. Non è un caso, infatti, che per indicare la sua mancanza di rapporti sessuali col promesso sposo, usi sempre la locuzione “non conosco uomo”. Evidentemente, dunque, la sua verginità ha un significato differente, che può essere ricercato nella stessa etimologia della parola.

La parola “Vergine” proviene dalla radice indoeuropera “Urg-”, da cui sembra essere uscita la nozione di “gonfiare”, “essere turgido”, “essere rigoglioso”, “lussureggiante”. La stessa radice da cui proviene il greco “orgas”, nel significato di “fanciulla pronta al matrimonio”. E chi l’ha detto che  una fanciulla rigogliosa, giovane, bella, pronta al matrimonio, debba privarsi dei rapporti sessuali, che sono parte integrante e fondamentale del nostro essere anime incarnate in dei corpi materiali? È forse un caso che dalla stessa radice da cui proviene la parola “vergine”, derivi anche la parola “orgasmo”?

Nonostante ciò, Maria “non conosce uomo”. Ma la sua mancanza di rapporti sessuali con Giuseppe è funzionale, per l’appunto, alla nascita miracolosa. Maria è vergine, nel senso vero del termine: è pronta, matura a sposarsi completamente con il divino che è dentro di lei, quel divino che lei stessa ha generato e che porta nel suo ventre. Nel momento in cui lo Spirito Santo è sceso su di lei, scrive Jodorowsky, «la Vergine ha sperimentato il più grande orgasmo nella storia dell’umanità», raggiungendo l’estasi in quel momento di comunione totale con il divino.

Ciò non vuol dire, ovviamente, che non avrà modo successivamente di conoscere suo marito e il padre dei suoi figli (che, come riportano alcuni Vangeli, furono diversi) in modo totale e profondo, e ciò non vuol dire assolutamente che per raggiungere la santità sia necessario sacrificare i piaceri del corpo. Quale senso simbolico avrebbe avuto altrimenti l’incarnazione del Cristo, se non quella di testimoniare il valore fondamentale del corpo e della materia, pur nella tensione verso l’effimero e lo spirituale?

Scrive Jodorowsky: «Bisogna sapere che abbiamo una divinità interiore. Possiamo sentirla in qualsiasi momento; è anche la divinità esteriore, ma è dall’interno che la sentiamo. Se l’angelo non sorge dall’intimo, se non sgorga dal cuore, non arriva da nessuna parte. Siamo un Universo infinito con un centro. Se entriamo in contatto con questo centro, la nostra divinità interiore potrà nascere. Così, quando parliamo di tutto ciò siamo Giovanni. Annunciamo, mostriamo, descriviamo: “Il tuo Dio interiore è il Cristo; il tuo corpo diventa il tempio, è la Vergine”». Il tempo dei dogmi è finito. Inizia, forse, quello della comprensione.

Susanna Curci

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