L’arte di masturbarsi. Quando le dita cominciano a muoversi…

Ci sono argomenti dei quali è molto complicato riuscire a parlare senza essere costretti ad abbassare la voce, a sussurrare nell’orecchio, ad usare termini enigmatici e avvolti in un alone di mistero. Provare ad affrontare con semplicità il tema della sessualità femminile, nelle sue più intime e multiformi sfaccettature, risulta forse impossibile, in un mondo che tende a delineare ruoli preconfezionati, a tranciare di netto ogni sfumatura. Eppure, fortunatamente, ogni tanto qualcuno riesce a sfondare il muro del non-detto o dell’immaginato: a capovolgere i ruoli, a distruggere ogni schema. Sei ottavi, il tempo di un valzer lento e circolare, una melodia delicata e confortevole in grado di avvolgere un universo intero. Sembra incredibile che un simile testo possa essere stato partorito da un uomo, eppure è proprio così: l’intuizione creativa di Rino Gaetano si spinge fino ai limiti della comprensione della natura più intima, più viscerale dell’essere femminile, facendoci dono di una perla di rara bellezza.

Una donna, nella morbidezza letargica di un riposo solitario, domina la scena, completamente. Non c’è spazio per un uomo, se non nella sua mente, nei disegni fumosi che popolano il suo immaginario e da cui lei si lascia trasportare dolcemente, come dalla marea. Il tema del piacere subentra con prepotenza: il piacere ricercato, non quello ricevuto. Piacere lento, umido, ideale: piacere auto inflitto, e perciò personale. Parlarne è tuttora difficile: per quanto l’autoerotismo sia da considerarsi come una parte assolutamente fondamentale della vita di una donna, continua ugualmente a subire il retaggio di secoli di demonizzazioni, di censure, di giudizi insindacabili di condanna. Limitarsi a rinchiudere il discorso nell’ambito della ricerca di una soddisfazione sessuale che non si riesce a trovare nell’altro è naturalmente specioso, per non dire fuorviante.

Tutto ha inizio nella più completa innocenza. Forse sarebbe meglio definirla “inconsapevolezza”. L’inconsapevolezza di una bambina che incomincia ad avere una primitiva percezione della propria sessualità: che inizia ad accarezzare e toccare ed esplorare il proprio corpo più per gioco, per semplice curiosità, desiderio di scoprire e di scoprirsi, che per meditata ricerca del piacere. Una bambina a cui normalmente non viene spiegato nulla del processo che sta vivendo, e che si ritrova suo malgrado a dover interpretare da sola gli impressionanti mutamenti della propria immagine e del proprio pensiero. La masturbazione diventa un rifugio, un’oasi incontaminata in cui cogliere per la prima volta il fiore finalmente schiuso della propria sessualità.

Poi si cresce, ovviamente, e con la crescita vengono anche le prime esplorazioni furtive del corpo dell’altro, le prime misurazioni delle differenze tra i due sessi e il piacere di svelarsi, di svestirsi, di regalare frammenti di sé, come in un puzzle da comporre nel tempo. Immaginare anche solo per un momento, però, che questo nuovo approccio al sesso e al piacere possa pregiudicare in alcun modo l’approccio primitivo, che possa deturpare senza rimedio quell’oasi solitaria e personale conquistata con tanta fatica, sarebbe di certo superficiale. Si tratta invece di due universi completamente liberi e indipendenti, non alternativi, che possono anche incontrarsi o compenetrarsi – nell’ambito di un gioco a due, di un annusarsi reciproco, di una conversazione allusiva – ma non certo distruggersi vicendevolmente.

Si ritorna all’immagine della donna abbandonata, affusolata nel buio: Rino Gaetano dipinge con pennellate sapienti il ritratto di una persona libera, scevra dai condizionamenti della morale comune, capace di immaginare di offrirsi per una notte, una sola, ad un uomo immaginario (forse esistente, forse del tutto inventato) che sia in grado di incontrare i suoi seni con la delicatezza che solo lei è in grado di usare su se stessa. Schiava unicamente del proprio capriccio, riesce a dominare le immagini che assediano la sua mente – un sorriso, la profondità di uno sguardo, una lingua che tormenti con minuzia morbosa ogni centimetro del suo corpo – attraverso l’uso sapiente della sua mano. Le sue dita si muovono in una danza circolare, cadenzata, non affrettata, in grado di seviziare il desiderio, di torturarlo a più riprese, per allontanare il più possibile il momento-limite, il punto di non ritorno: per sottomettere il tempo al suo volere. Ma per quanto possa cercare di ritardare il più possibile il raggiungimento di quel momento inafferrabile, il desiderio, che ingenuamente aveva cercato di sottomettere, si impadronisce completamente di lei: la danza è troppo lenta, non le basta più. Le dita iniziano a muoversi forsennatamente, prepotentemente: si fanno strada nell’intimità sempre più umida, sempre più aperta e accogliente, finché arriva, inarrestabile come un ordigno sul punto di esplodere, la pienezza di un meraviglioso, solitario, gridato piacere.

Chi mi dirà buonanotte, stanotte, mio Dio? Ancora scossa da un filo di elettricità che le attraversa il corpo, si avvolge tra le coperte, nella quiete silenziosa di una notte stellata. Non ha bisogno di augurarsi una buona notte, sa già che sarà assolutamente perfetta.

Susanna Curci
Equilibrismi 

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