Il suicidio anomico dell’Occidente…

Si dice : “si muore”, si sa. Ogni giorno, da sempre, la regola della vita è legata a quella della morte. Ma per quanto democratica sia, la morte non è uguale per tutti. Diceva bene Heidegger, la morte non è un dato statistico e impersonale perché non si muore in maniera generica, ma sono io che muoio, con i miei cenni biografici di nascita, di appartenenza ad un popolo, di lavoro per vivere, di coinvolgimento relazionale, di emozioni e sentimenti.

In effetti la morte, quale accadimento anonimo, finisce per non essere avvertita come realtà pur continuando a restare limite insuperabile, sempre possibile, sicuramente certa.

Il senso della morte rimane comunque nascosto e, al massimo, si fa spazio con forza il diritto ad una fine almeno naturale, fisiologica, ad un decesso per esaurimento delle forze vitali a causa della vecchiaia, una morte legata strettamente al concetto di dignità umana.

Oggi la morte è sempre più anonima e astratta e la neghiamo perché è improduttiva, perché è la fine della circolazione monetaria, lo stop al mercato: non fa pubblicità, né audience, anzi, non deve, al massimo si chiude con l’ultima speculazione commerciale delle onoranze funebri. Il mercato è l’elisir dell’eterna giovinezza, “chiavi in mano” e ti dà l’illusione di non approssimarti mai alla fine, di rimandarne l’appuntamento ad un “poi” indefinito ed assoluto.

Ma un giorno l’anziana vedova che abita nel tuo palazzo al secondo piano, proprio lei, così discreta e silenziosa, che salutavi ogni mattina quando scendevi per andare in ufficio, che trovavi ad innaffiare le piante sul balcone, beh, proprio da quel balcone si è buttata giù. Perché? Perché lo stato le ha assottigliato la pensione da 800 a 600 euro. Ed ecco che la morte diventa scandalo perché assume un nome, un cognome, un volto noto, un corpo, una storia e abita la livida veste del suicidio.

Il suicidio è un’azione che risulta incomprensibile perché è compiuta scientemente con autodeterminazione feroce contro la vita e questo appare impossibile ai più.

Non esistono dati attendibili sul totale di suicidi nel mondo: quelli forniti dalle fonti ufficiali negli ultimi anni oscillano tra 400.000 e 779.000 e in molti Paesi il suicidio rientra tra le prime dieci cause di morte nella popolazione; Più dei 90% dei suicidi risultano affetti da qualche malattia psichiatrica, nella maggioranza dei casi si tratta di depressione e di alcolismo.

La depressione è un male trasversale poiché non è solo prerogativa dei pensionati emarginati dal circuito produttivo e deboli perché pervasi dalla coscienza dell’abbandono, dell”inutilità” in cui l’efficientismo sociale contemporaneo li relega irrimediabilmente. E’ un comune terreno favorevole per l’instaurarsi di stati depressivi e, quindi, per l’affacciarsi dell’idea di togliersi di mezzo.

Il viversi come “peso”, onere sociale, è una fonte inesauribile di colpi bassi all’ autostima e alla dignità dell’uomo. Il giovane disoccupato che vive il presente come unica dimensione esistenziale ha in comune con il “vecchio” il nichilismo della vita, l’improiettabilità dell’essere nella storia, ingrediente peculiare per innescare la miccia della depressione. Il vivere per il nulla, qui ed ora, è innaturale, alla lunga, per l’uomo di qualsiasi tempo e di tutte le età. Le dinamiche sociali di questi ultimissimi giorni, in cui la depressione economica coincide con la depressione esistenziale sono, in questo senso, perniciose: se un futuro esiste è solo intessuto di rinunce senza schiarite all’orizzonte. «L’uomo è ciò che fa», diceva André Malraux, ma se non riesce a provvedere ai bisogni elementari, tantomeno a garantirsi un benessere sociale, allora il senso di fallimento è tale da annientarlo su tutti i fronti.

Così, solo nei primi tre mesi del 2012 si sono verificati una decina di suicidi: una settanottenne pensionata di Gela, a cui era stato decurtata la già miserrima pensione, un artigiano romano di 57 anni si è impiccato nel retrobottega del suo negozietto di cornici per problemi economici, il quarantanovenne tranese Giuseppe Pignataro, imbianchino ormai da tempo disoccupato e incapace di provvedere alla sua famiglia, si è lanciato dal balcone di casa, un imprenditore quarantaquattrenne di Pescara, strozzato dai debiti si è impiccato nella sua azienda per estrema vergogna nel non poter più pagare i salari ai suoi dipendenti, un artigiano ventinovenne di Scorano (Lecce) sì è impiccato lasciando indelebile su un biglietto tutta la sua disperazione per l’impossibilità di trovare un lavoro, un elettricista di Sanremo di 47 anni si è sparato puntandosi la pistola alle tempie.

E’ così, si muore, si sa. Ma la nostra società ha gravi responsabilità in merito, quasi impegnata a realizzare lo smantellamento dell’istituto familiare, dopo averlo radicalmente stravolto con una crescita economica mal gestita e attuata. Una contemporaneità che disumanizza i rapporti interpersonali, privilegiando relazioni per lo più utilitaristiche e anonime che condannano l’uomo all’anomalia dell’ isolamento in un contesto sociale che scardina il vissuto esistenziale privato, intimo ed emozionale e lo fa sprofondare nel buio della solitudine senza speranza di aiuto. Incomunicabilità, ansia, angoscia. «Il suicidio anomico», così definiva Durkheim il moderno suicidio “occidentale”, “Anomia” significa “mancanza di valori”, di ideali da realizzare, di norme reali da seguire. E’ l’estremo urlo muto di chi non ha le spalle larghe per sostenere le congiunture economiche che gli cambiano il tenore di vita; il gesto di chi si è perso nel labirinto di una società che, nella chimera di un benessere per tutti, evolve troppo freneticamente. Una vita in corsa, non da percorrere, una vita che non riesce a vivere e abortisce lungo i margini della strada.

Già, si muore, si sa.

Mariella Pisicchio

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