Hunger Games, il best seller (e il film) che massacra l’Occidente…

(Andrea Colombo) – Sulla carta dovrebbero essere libri per adolescenti,  anzi per young adults, come dicono gli americani. Però bastano le nude cifre per dimostrare oltre ogni dubbio che, con la trilogia di Hunger Games, Suzanne Collins,  40 anni, sceneggiatrice e autrice di fortunati volumi per giovanissimi, ha varcato di molte lunghezze i confini di quel ghetto.

Il primo volume, quello che dà il titolo alla trilogia, era uscito nel settembre 2008 con una tiratura di 50mila copie. Poche settimane dopo aveva raggiunto le 200mila per passare in tempi record a 800mila. Attualmente la trilogia ha venduto circa 26 milioni di copie negli Usa, è stata tradotta in 26 lingue e pubblicata in 38 paesi (in Italia sono usciti per Mondadori i primi due volumi, il terzo arriverà il 15 maggio). La versione e-book è il libro più acquistato su Kindle di sempre, Il film tratto dal capitolo iniziale, in uscita il primo maggio anche in Italia, ha incassato 155 milioni di dollari solo nel primo giorno di proiezioni.

Del resto, gli elementi che autorizzano a parlare di libro per adolescenti sono solo tre, nessuno dei quali decisivo: l’età dei protagonisti, tutti tra i 12 e 20 anni; la totale assenza di turpiloquio, che ormai solo nei libri per poppanti; una certa discrezione in materia di sesso. Neppure esagerata, peraltro, dal momento che non ci vuole molta fantasia per capire come due diciassettenni che ogni sera si infilano nello stesso letto mossi dalla necessità di una vicinanza fisica e affettiva non possano campare a lungo di coccole e carezze. Quanto al resto, quanto a violenza, tensione e suspence, Suzanne Collins sembra più la sceneggiatrice preferita di Sam Peckinpah e Robert Aldrich che non una pronipote di Louisa May Alcott o Lewis Carroll.

Gli Hunter Games, i giochi della fame, sono l’evento spettacolare e il cuore della vita sociale di Panem, nazione che che sorge là dove un tempo erano gli Stati uniti d’America. Capitol City, la capitale, è opulenta, frivola e feroce. Dopo una rivolta domata e una guerra civile vinta, esercita un potere incondizionato sui 12 distretti in cui è diviso il Paese, ciascuno delegato a uno specifico tipo di produzione: l’agricoltura, la pesca, l’elettronica, il lusso…

Alcuni distretti sono più ricchi, altri poverissimi ma tutti devono pagare il tributo di sangue ai vincitori. Devono inviare ogni anno un ragazzo e una ragazza, sorteggiati a caso, per gareggiare nel più feroce dei reality:  un’isola dei famosi nella quale i partecipanti devono ammazzarsi tra loro, oltre che cercare di scampare alle trappole preparate dagli Strateghi del gioco, sino a che non ne resterà vivo uno solo. Il tutto seguito attimo per attimo, con ossessiva partecipazione e vorace passione, dal pubblico dell’intera Panem. La protagonista, Katniss Everdeen, viene dal più povero dei distretti, il dodicesimo, quello dei minatori, e non combatte perché sorteggiata ma perché si è offerta volontaria in sostituzione della sorella minore.

I partecipanti non possono neppure provare a farcela senza qualche supporto dall’esterno. Ma gli aiuti costano carissimi e dipendono dalla larghezza di manica degli sponsor, che finanziano l’uno o l’altro dei morituri a seconda delle doti guerresche e della capacità di sopravvivenza, ma anche della simpatia, della bellezza, della capacità di commuovere e portare dalla propria parte il pubblico. Chi fa più share avrà maggiori probabilità di ottenere al momento giusto l’arma mecessaria o il rimedio indispensabile per curare una ferita altrimenti mortale.

Praticamente tutti i recensori hanno segnalato l’ispirazione non originalissima dell’idea. Ricorda due racconti lunghi scritti da Stephen King con lo pseudonimo Richard Bachman, L’uomo in fuga e La lunga marcia. Somiglia per molti versi a un romanzo del 1999 di Koushun TakamiBattle Royale. Più cospicuo e meno superficiale il debito con il film cult degli anni ’70 Rollerball e quello, conclamato, col mito greco del Minotauro e di Teseo.

Ma quali che siano le fonti d’ispirazione, Suzanne Collins sviluppa le sue storie non solo con una capacità empatica che impedisce ai lettori di staccarsi dalle pagine se non quando la tensione diventa troppo forte (talento riconosciutole anche dai critici più severi, tra i quali proprio Stephen King), ma anche con assoluta originalità. Rispetto ai romanzi di King-Bachaman o a Rollerball tiene infatti in perfetto equilibrio il classico aspetto avventuroso, la cronaca tesissima del torneo mortale, con una descrizione del carrozzone mediatico costruito intorno al reality che sconfina spesso nella satira e ironizza sul presente assai più che non su un ipotetico futuro.

Ma a conti fatti la stessa cosa si può dire per l’intero impianto di Hunger Games, ed è questo il segreto del suo successo tanto clamoroso quanto imprevisto. Le storie di questo tipo, post-apocalittiche, distopiche, cucite col filo di una fantascienza più sociologica che tecnologica, funzionano da sempre solo in quanto riescono a raccontare il presente travestendolo da futuro. Da molto tempo nessun romanzo di genere, dunque nessuna espressione spontanea di cultura popolare, era stato altrettanto capace di delineare e insieme massacrare i tratti fondanti del mondo in cui viviamo.

La lotta per la vita e per la morte a cui sono costretti i giovani nell’arena dei giochi della fame proprio come in quelle del precariato. La pratica quotidiana della competitività portata all’estremo: corsa dei topi a uso e consumo di chi sta a guardare e ci si ingrassa. L’abisso che separa l’indigenza dei distretti più poveri, dove la fame accompagna gli abitanti della culla alla tomba, dallo spreco di Capitol City, dove vomitare per poter mangiare di nuovo è il massimo dell’eleganza. Il controllo ferreo esercitato grazie al combinato di repressione, spettacolarizzazione e scoraggiamento collettivo indotto con calcolo sapiente.

Panem non è l’America di domani. E’ l’occidente di oggi, e se milioni di lettori sono saltati su tre libri “per adolescenti” sui quali gli stessi editori avevano scommesso poco è perché lo hanno capito. Meglio, lo hanno sentito a pelle.

Andrea Colombo
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