Giorgio Ballario, Le rose di Axum. Intervista all’autore

Le Rose di Axum di Giorgio Ballario è già stato recensito sul Fondo da Mario Grossi [LEGGI QUI].

La redazione

A questo punto ti trovi ad affrontare lettori che ti seguono da sempre e lettori che si trovano nelle mani per la prima volta un caso di Morosini. Che dici ai primi per farti leggere ancora e che cosa ai secondi per farti leggere la prima volta?

Ad entrambi la stessa cosa: aprite il libro e leggete le prime venti-trenta pagine. Di solito sono abbastanza indicative di un romanzo. I primi, mi auguro, ritroveranno le atmosfere, le storie e i misteri che li avevano appassionati in precedenza. I secondi forse saranno stimolati a proseguire la lettura. E magari ad andarsi a comprare i due romanzi precedenti.

Inserisci sempre la lista dei personaggi, anche se non sono molto numerosi e la storia si legge con facilità. Pensi che sia un aiuto per il lettore o cosa?

È un aiuto per i lettori più distratti o per quelli che magari fanno fatica a orientarsi con i nomi strani. Comunque è una scelta dell’editore.

Ho parlato di te in questo romanzo come autore che tenta di depistare il lettore, i diversivi sono molti. Per me sono un brodo di giuggiole, che tiene sempre vigile la lettura e la fa ricca. Ti senti infastidito da questo giudizio?

Depistare mi sembra eccessivo. Diciamo che l’autore tende a presentare al lettore i possibili errori e vicoli ciechi in cui si può imbattere l’investigatore, specie quando all’inizio dell’indagine ha pochi indizi e molte domande senza risposta. Tutto ciò fa parte del gioco di un romanzo giallo: l’importante è non prendere in giro il lettore disseminando trappole che non possono essere capite oppure prospettando soluzioni impossibili, alle quali non si può pensare. O ancora facendo spuntar fuori responsabili di delitti che non potevano essere individuati nel corso del testo.

Hugo Pratt, la Thule Gesellschaft, il Kali Yuga, Salgari (non lo citi ma le tue descrizioni sono per me una citazione). Sei attratto da questo brodo esotico, misterioso, esoterico o è solo uno strumento di scrittura?

Credo che tutto ciò che riguardi misteri, esoterismi e sette segrete sia in qualche modo affascinante. Dopo di ché non sono né un esperto né un fanatico di questi argomenti: mi divertono e credo possano servire a scrivere un buon plot per un giallo storico. Anche perché negli Anni Trenta erano temi piuttosto in voga, come sappiamo.

Il riferimento che faccio a Eco è frutto della mia immaginazione?

Beccato! Più che riferimento la definirei una citazione, in quanto il tema del monastero misterioso è appena accennato, a differenza de Il nome della rosa. A proposito, il fatto che nel titolo ci sia lo stesso fiore è puramente casuale; invece non è casuale che uno dei monaci si chiami come quello di Eco. Un piccolo omaggio.

Sei d’accordo quando invito il lettore a farsi avvolgere dai suoni della tua scrittura prima di ricorrere al glossario o pensi che sia più importante avere sempre a disposizione una chiara informazione per meglio capire le cose?

Sì, è un buon suggerimento, anche perché di solito cerco di spiegare o di far capire già nel testo il significato della parola “esotica”. Però resto dell’idea che il lettore vada agevolato in ogni modo. Se a metà libro non si ricorda più cos’è un burnùs è giusto che possa andare al glossario e leggerne subito il significato.

Quel Zum Teufel che per me è la sola piccola stecca in una armoniosa scrittura di suoni non ti sembra brutta anche a te?

Ah ah ah! Se l’avessi trovata così brutta l’avrei eliminata dal testo… È vero, è un’espressione  po’ fumettistica, più che dai giornalini di guerra mutuata dall’amico tedesco di Mister No, altro mitico personaggio dei fumetti di Bonelli. Ma in fin dei conti non mi dispiace pensare ai miei romanzi come a un prodotto popolare, in cui si mescolano stili più alti e altri decisamente leggeri. Un po’ come Salgari, perché no?

La copertina del libro per me è molto significativa. La foto leggermente sgranata ma chiarissima nell’immagine rimanda a quei tremolii afosi inseriti ad arte nella tua scrittura da cui poi affiora con nitore la verità che via via si chiarisce nel corso del romanzo. é tua la scelta? E soprattutto ritrovi in quell’immagine la tua scrittura?

La copertina mi sembra molto efficace, ma devo ammettere di non avere la benché minima responsabilità. È tutto merito dello studio grafico dell’editore e anche dell’ufficio marketing, che a quanto pare l’ha giudicata più adatta di altre per “bucare” in libreria.

La dedica all’inizio “A mio padre Ferdinando, compagno di viaggio sugli altopiani dell’Eritrea” ha a che fare con il capitolo, per me veramente bello, “il dito e le stelle”?

Sì e no. In qualche misura c’è sempre qualcosa di personale quando si scrive un romanzo, magari una traccia, una sensazione, un ricordo. Ma il capitolo in questione non è autobiografico. La dedica a mio padre è perché un paio d’anni fa siamo andati insieme in Eritrea e abbiamo viaggiato su buona parte della strada che nel libro percorrono Morosini e i suoi.

Sei uno scrittore poliedrico, ho letto alcuni tuoi racconti a sfondo storico molto belli. Morosini trova parte della sua linfa nel substrato che la Storia degli anni trenta in Africa offreCosa è per te la Storia? E al tempo della fine della Storia che senso può acquistare questo radicamento in essa dei tuoi personaggi?

Per me la storia è fondamentale per capire il presente e anche per farsi un’idea del futuro. E poi mi è sempre piaciuta, fin da bambino: nella storia c’è tutta l’umanità, tutto il bene e tutto il male della nostra specie, ci sono gli eroi e i vigliacchi, ci sono l’amore, l’odio, la cupidigia… Nella Storia con la “s” maiuscola ci sono le piccole storie di tutti coloro che ci hanno preceduto. Quindi anche la nostra, essendo ciascuno di noi una somma sintetizzata delle storie precedenti.

Di Hobby&Work ho letto alcuni saggi storici divulgativi e trova questa casa editrice, per molti pregiudizialmente considerata da edicola, una piacevolissima scoperta. Come ti ci sei trovato? E che cosa rappresenta per te questo cambio, visto che provieni da un’altra pregevole casa editrice?

Hobby & Work ha un’ottima tradizione per quanto riguarda la saggistica storica e la narrativa giallo-noir: anni fa ha portato in Italia Michael Connelly, ha pubblicato giallisti come Lucarelli, MacDonald, Leonardo Gori e, per quanto riguarda i gialli storici, Ben Pastor e Danila Comastri Montanari. Con loro mi sto trovando molto bene, almeno per adesso.

Verrai  a presentare “Le rose di Axum” a Roma? E se sì quando?

Me lo auguro, non solo perché Roma è una piazza importantissima, ma anche perché ho parecchi amici e, per così dire, un “mio pubblico” che apprezza Morosini. Spero di riuscire a organizzare qualcosa entro giugno.

Prossima puntata? Progetti?  

Progetti tanti, in effetti. Forse più di quanti riesca poi a concretizzare. Ho anche un paio di  idee su opere non necessariamente gialle e non necessariamente ambientate nelle colonie italiane d’Africa. Ma sono progetti, di certo c’è solo che è già in fase di scrittura un quarto romanzo del “ciclo coloniale”. Sperando che Le rose di Axum vada abbastanza bene da convincere Hobby & Work a proseguire la serie di Morosini.

Mario Grossi

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 24 marzo 2012

 

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