Diaz, Bertinotti difende il film di Vicari: «Agnoletto la tua analisi è sbagliata»

Fausto Bertinotti non ha dubbi: «È sbagliato confondere la discussione politica con un film». Il film in questione è Diaz di Daniele Vicari dallo scorso week end nei cinema di tutta Italia. Ma insieme alla visione sono arrivate anche le polemiche da parte di chi era stato protagonista del movimento che aveva manifestato a Genova durante il G8. Secondo Vittorio Agnoletto, ripreso poi da Pierluigi Sullo, il film avrebbe due grossi limiti: non si vede il movimento che fa da sfondo alla mattanza della Diaz; non si fanno i nomi e cognomi dei responsabili di quella violenza. Bertinotti, che è appena uscito dalla sala dove proiettano il film di Vicari, è ancora scosso. Emozionato. E non condivide per nulla le critiche. Un film, per Bertinotti, è un film e come tale va giudicato, senza chiedere al regista di sostituire la discussione su quegli anni. «Vorrei sottolineare che si chiama Diaz e nonGenova 2001».

Allora Bertinotti che ne pensa di queste polemiche?

Il film va letto per la sua capacità di essere uno sguardo, per l’attenzione messa sui temi del montaggio, della sequenza, di quell’arte che è il cinema. È un errore tornare alla discussione come se tutta questa linea di ricerca non ci fosse stata e riproporre una lettura contenutistica come se fosse un saggio o un documento del Comintern. Il primo elemento che proporrei come fatto di igiene mentale è la distinzione dei due piani: quello filmico e quello politico.

Partiamo dal piano politico che nella polemica è evocato. Cosa direbbe oggi di Genova 2001?

Penso che sia stata ordita un’operazione politico-repressiva sistematica. Verrebbe da dire come Pasolini: io so chi sono i mandanti. Io so che questa decisione è stata presa su quella stessa scala mondiale su cui si cimentava il movimento. Io so che quella catena coinvolgeva anche il governo italiano e il comando della polizia. Ma questa chiarezza non me l’aspetto nemmeno dalla verità giudiziaria, figuriamoci da un film. Lo strumento idoneo è la commissione d’inchiesta. Sarebbe stata, se fosse stata istituita, l’unico luogo in cui realizzare una verità storica che coinvolgesse non solo i protagonisti di quella vicenda ma l’autocritica della Repubblica. Penso anche che la tragedia che si è consumata, sarebbe stata ancora più drammatica se il movimento fosse caduto nella spirale violenza-repressione. Quel movimento aveva nella pancia una quota di non violenza, peraltro poco indagata, che ha impedito che accadesse il peggio.

Nel film però, dicono i detrattori, tutto questo non c’è.

Ecco io non capisco francamente come questo discorso c’entri con il film. È secondo me un’altra cosa. Si chiama Diaz e non Genova perché si propone di raccontare un episodio, che nella sua eccezionalità, parla di una relazione che va oltre la vicenda in cui pure è inserito il movimento alter mondista e la manifestazione di Genova. Sono fatti questi che possono essere raccontati cinematograficamente, ma non sono il film di Daniele Vicari. Il regista è stato capace di una operazione veramente straordinaria, per intensità di comunicazione, per come gli occhi vengono indotti a guardare quelle sequenze, quelle persone, quelle facce, quello scatenarsi della violenza. Vicari racconta qualcosa che trascende persino l’episodio specifico: la condanna è rivolta a tutte le violenze che si manifestano quando un potere incontrollato e totalizzante, sottraendosi allo sguardo della civiltà, si scaglia sulle vittime. È una storia meta politica. Ma non è meno dura o meno importante perché non racconta la catena di comando, l’innocenza del movimento, la scelta politica della repressione. È di più. Perché isola la violenza e la universalizza. Ci parla di come la nuda vita può essere devastata fino alla distruzione e alla impossibilità di autodifendersi da un potere incontrollato.

Un film sulla Diaz per parlare di oggi, di sempre?

Il fatto di non fare i nomi, che ripeto vanno fatti in altre sedi, rende quel potere ancora più terribile e deprecabile. Perché riguarda anche Guantanamo, la Cecenia, riguarda tutti i luoghi in cui si produce una così violenta asimmetria tra il potere assoluto e la nudità della tua condizione umana, totalmente deprivata di qualsiasi possibilità di reazione. Diaz ammonisce anche sull’oggi. Ti dice che nessuno ti può garantire se non una società pienamente democratica, una società pienamente trasparante, in cui tutti i poteri sono sottoposti al vaglio della sovranità popolare. Anche se al posto di manifestanti pacifici ci fossero stati dei malfattori, quella violenza sarebbe stata ugualmente intollerabile e offensiva della dignità umana. Le forze di repressione sono tanto più violente, quanto più possono pensare che tu sia un mostro, tu sia diverso. L’obiettivo ideologico è la distruzione della diversità. La Diaz racconta tutto questo e l’irruzione terribile della tortura che in Italia non è riconosciuta come reato.

Viste le polemiche non servirebbe tornare su Genova e su ciò che ha significato?

Quello che viene alla luce dalle polemiche, in maniera impropria, è un deficit di accumulazione, di socializzazione e di elaborazioni fatta. Parlo di noi, dei protagonisti di quella vicenda. Abbiamo riflettuto troppo poco insieme. Tra breve uscirà il libro che ho scritto con Dario Danti Le occasioni mancate, edito da Ets. Tra queste c’è appunto Genova 2001. La mia è una posizione molto radicale:  di adesione al movimento nel suo corso e di critica a quello che non fu fatto. Secondo me Rifondazione comunista doveva, come richiesto dal movimento, sciogliersi e iniziare un nuovo percorso. Non capisco però perché tutto questo lo si debba caricare su un film che parla dall’altro.

Angela Azzaro
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