Basta con il 25 aprile delle cerimonie. La nuova liberazione si chiama amnistia…

(Piero Sansonetti) – Quest’anno ci sono due venticinque aprile. Uno festeggia la Liberazione e chiede una nuova e moderna Liberazione. Lo ha organizzato Marco Pannella, che guida la marcia per l’amnistia. È un momento di lotta politica. L’altro è una cerimonia, noiosa e stupida come lo sono sempre le cerimonie, e che serve solo a riaffermare, quasi settant’anni dopo la Resistenza, l’esistenza di un “ceto antifascista”. Cos’è un “ceto antifascista”? La riproposizione – in assenza di valori nuovi e “pensati” – di valori antichi, non più viventi, “scongelati” da una specie di freezer politico. Il “ceto antifascista” non ha età, contiene al suo interno anziani militanti di sinistra, legati ai vecchi miti comunisti o addirittura stalinisti, e giovani, orfani delle ideologie, privi di nuove idee e alla ricerca di una identità qualsiasi, purché netta, purché di squadra, purché sostenuta da una certa quantità di violenza o comunque di diritto alla violenza.

Il ceto antifascista quest’anno ha riproposto un corteo dell’Anpi che ha come obiettivo la lotta al fascismo. Del tutto incurante del fatto che il fascismo non esiste più e ci sono invece, nella società, molti altri avversari da battere: la xenofobia, la tecnocrazia, il classismo, il forcaiolismo, per esempio.

Il ceto antifascista ha organizzato un corteo – in contrapposizione con la marcia annunciata da molto tempo dai radicali – che ha avuto come sue caratteristica essenziale l’“esclusione”. Di chi? Dei fascisti, ovviamente. E cioè del sindaco di Roma e della Presidente della regione, che sono due ex esponenti del Msi. In realtà da molto tempo sia Alemanno sia Polverini non si dichiarano più fascisti, come è logico che sia, visto che Mussolini è stato fucilato 67 anni fa. E al momento svolgono il ruolo di legittimi rappresentati della democrazia a Roma e nel Lazio. Evidentemente l’idea che le elezioni siano un aspetto del tutto secondario della democrazia (vedi l’insediamento del governo extra-elettorale Monti-Fornero) è ormai consolidata.

La vecchiezza dell’antifascismo di maniera ha dato, credo, un risalto ancora più grande all’antifascismo moderno e politico dei radicali e di Pannella. I quali hanno posto all’ordine del giorno il tema della Liberazione, e hanno messo, su questo piano, i partiti e le forze politiche di fronte a una scelta da fare. Amnistia o no? L’amnistia è uno degli aspetti della Liberazione 2012.

Non credo affatto che il tema dell’amnistia sia marginale, rispetto alla sostanza della lotta politica di oggi. È vero che stiamo attraversando una crisi economica devastante. Però mi chiedo: è possibile immaginare una uscita da questa crisi solo sul terreno dell’economia, e cioè senza la definizione di un quadro politico, di un progetto di società? Beh, non ho dubbi sul fatto che il tema dell’amnistia (cioè dell’idea di giustizia, di libertà, di pena e di risarcimento) sia fondamentale per la costruzione di un modello moderno e liberale di società.

L’amnistia è una proposta che ha due conseguenze. La prima pratica la seconda ideale. La conseguenza pratica è la soluzione dell’“ingorgo” inutile che sta paralizzando la giustizia italiana. E rendendo le carceri un luogo di tortura di stato.

La conseguenza ideale è l’apertura di un nuovo ciclo, libertario, che inverta lo spirito pubblico che negli ultimi vent’anni ha dominato nel nostro paese, e cioè quello spirito che si rifà alla necessità di una giustizia intesa nei termini di vendetta e di pena, di divisione della comunità in giusti e reprobi, di affermazione di una superiorità antropologica degli onesti. L’amnistia prevede una società paritaria, che rifiuti il concetto di onesti, di gente perbene, e che sostituisca il sistema delle pene (della vendetta catartica ) con un sistema di , di diritti,di risarcimenti.

L’amnistia, oggi, è la Liberazione. È il 25 aprile. Non offre ideologie, non offre identità? Già, è la sua forza.

P.S. Nei giorni scorsi i giovani democratici di Roma (cioè i ragazzi del Pd) sono andati in via Rasella a commemorare la Resistenza romana. Il capo dei giovani democratici ha dichiarato all’Unità che la scelta di via Rasella è stata perché via Rasella è il luogo simbolo dei partigiani, e ha detto che loro sono voluti andare lì perché non si disperdano i valori che via Rasella ci ha lasciato.

Non so bene come commentare. Ho la speranza che il giovane democratico confondesse via Rasella con le Fosse Ardeatine. Le Fosse Ardeatine (dove i nazisti uccisero e seppellirono 335 partigiani, soldati e cittadini inermi) sono il simbolo della lotta alla barbarie fascista. Via Rasella, dove un’azione partigiana (contestatissima) fece strage di 32 giovani soldati tedeschi e tirolesi, è un’altra cosa. Non c’è bisogno di mettere in discussione la legittimità dell’azione (azione di guerra, tutta interna alla logica guerresca) e dunque la limpidità del comportamento del partigiano Bentivegna, per capire che a via Rasella, comunque, ci fu una strage. Strage giusta? Strage legittima? Strage dolorosamente e tragicamente necessaria? È una discussione che faremo un’altra volta. Però, diciamolo: una strage non possiede nessun valore da tramandare ai posteri, non vi pare?

Piero Sansonetti
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