Articolo 46 della Costituzione / 3. La discussione in aula…

Nel quadro degli studi preparatori per la proposta di legge applicativa dell’art. 46 della Costituzione italiana, che Il Fondo intende intraprendere, proponiamo degli estratti dalla tesi di laurea di Gianluca Passera. Quello che segue, è il 3°  paragrafo del III Capitolo.

La redazione

 

Sotto la Presidenza dell’onorevole Terracini, il 14 maggio 1947 inizia la discussione dell’articolo 43,  che solo all’ultimo momento a causa di una nuova numerazione diventerà l’articolo 46. Alla discussione di quest’articolo furono però presentati vari emendamenti, il testo definitivo fu il risultato di un lungo e serrato confronto.

Il primo intervento è quello dell’Onorevole Marina: il quale specifica di non essere contrario a quei provvedimenti che abbiano l’obbiettivo di migliorare le condizioni sociali dei lavoratori, ma opta comunque per l’eliminazione dell’articolo, perché convinto a suo dire che l’articolo 43 “tende principalmente a dar vita al consiglio di gestione, che per me e per i produttori nella loro generalità è dannoso all’azienda, anche se ha innegabilmente qualche aspetto che, in via tutto affatto teorica, possa sembrare utile”. L’Onorevole considera l’organo di gestione quasi sempre strumento di inceppo e disordine, soprattutto quando i lavoratori lo usano in maniera demagogica e come arma politica che nulla centra con il buon andamento della produzione. In questo caso effettivamente il Cdg. diverrebbe lo strumento per rivendicazioni ideologiche, politiche e contrattuali, snaturando completamente l’identità dell’istituto e le sue profonde finalità sociali, lo si ridurrebbe a una delle tante armi di ricatto pena la paralisi dell’attività aziendale. Al termine del suo intervento, Marina propone un nuovo emendamento, ritirando il precedente: “ai fini del potenziamento dell’attività produttiva delle aziende e della elevazione dei lavoratori, la legge stabilisce le norme per attuare la più efficace collaborazione tra il capitale e il lavoro”, l’articolo eliminando completamente l’accezione partecipazione, rimuove all’origine ogni possibile e futura interpretazione favorevole ai Cdg. e alla via collaborativa.

A noi interessa particolarmente l’emendamento successivo: “I lavoratori hanno diritto di compartecipare, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, alla gestione e al capitale delle grandi imprese capitalistiche. A tal fine la legge riconoscerà il diritto delle categorie lavoratrici di essere rappresentate nei consigli di amministrazione delle rispettive imprese, a prescindere da qualsiasi partecipazione azionaria e favorirà l’accesso all’investimento azionario del libero risparmio dei lavoratori”, firmato da molti onorevoli della Democrazia Cristiana, tra i quali Piero Malvestiti che lo illustra: specificando subito che l’emendamento in oggetto risponde ai postulati cattolici e al solidarismo espresso dai pontefici, sottolinea come  l’organizzazione sociale, dovrà essere trasformata perché somigli non al principio della massima produttività, ma bensì a quello della giustizia sociale. L’emendamento inserisce, la partecipazione dei lavoratori ai profitti aziendali, collegando il concetto di profitto ad un insieme di elementi non solo legati ai costi e agli interessi sul capitale, al rischio dell’impresario, ma anche ad altri elementi quali: popolazione, strutture tecniche che non dipendono esclusivamente dall’azienda, di conseguenza il concetto di partecipazione agli utili o equa ripartizione, si allarga notevolmente e non rimane nell’ambito squisitamente economico, ma si riflette anche sul piano sociale e sulle sue varie componenti.

In linea di principio, a parte l’emendamento dei liberali, tutti gli altri riportano la parola “partecipazione”. Il concetto è molto importante e abbisogna di una piccola parentesi, perché tutta l’esperienza socializzativa, la sua applicazione nei dettami costituzionali e di rimando nella legislazione ordinaria si gioca appunto su questi termini: partecipazione, collaborazione attiva, collaborazione semplice. Partecipare in linea di principio avrebbe significato aderire, contribuire, intervenire nella vita delle aziende da parte del lavoratore, raggiungendo di fatto una situazione paritaria tra capitale e lavoro. Collaborazione attiva, è sicuramente un concetto meno pregnante di quello precedente e probabilmente gli svolgimenti legislativi sarebbero stati indirizzati verso una collaborazione tecnica, escludendo la eventuale suddivisione degli utili. Il concetto invece di collaborazione semplice, avrebbe voluto dire per la classe operaia, aiutare, sostenere, operare assieme al datore di lavoro, chiaramente questo concetto avrebbe eliminato la possibilità da parte del lavoratore di diventare soggetto attivo nell’azienda,  avrebbe eliminato in toto la possibilità di partecipare agli utili, le applicazioni legislative di questo concetto sarebbero state limitate, anche perché lavoratore e datore di lavoro rimanevano costituzionalmente suddivisi da una scala gerarchica basata sul capitale. Ritornando ora ai lavori dell’Assemblea Costituente: l’onorevole Corbino, chiese agli altri Onorevoli di esaminare la possibilità di rinviare la discussione, con una Assemblea più numerosa. Giovanni Gronchi a riguardo dichiarò: “noi osserviamo che se il differimento dovesse essere fissato alla mattina del lunedì, ci troveremmo praticamente nelle stesse condizioni o in condizioni forse peggiori di oggi. Quindi faccio presente essere per noi indifferente, in un certo senso, il rinvio o meno, perché è lontana da noi ogni intenzione di rimandare una decisione di questo genere”. La proposta di Corbino di spostare la votazione sull’articolo 43 non fu approvata e i lavori ripresero con la presentazione di un emendamento di Gronchi stesso, che proponeva di sostituire l’articolo 43 con il seguente testo: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro, ed in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione della aziende”.

I concetti fondamentali sono: “le esigenze della produzione”, a cui il lavoro deve sottostare, perché in ogni tipo di sistema economico adduce Gronchi, l’obbiettivo è quello di produrre di più per avere più frutti da distribuire, anche se non specifica i modi e i mezzi con cui questa suddivisione dovesse avvenire. E il concetto di “collaborazione” imposta nei paesi capitalistici nell’interesse delle classi lavoratrici “collaborazione…. la quale vuol far salvi taluni principi senza dei quali non vi è ordinata e perciò feconda attività produttiva: primo fra tutti l’unità di comando nell’azienda produttiva”, in tal modo Gronchi sottolinea che sovvertire la gerarchia di compiti e responsabilità all’interno dell’azienda sarebbe contraria agli interessi stessi dei lavoratori. Sicuramente l’emendamento in questione è figlio di una mediazione sociale: gli industriali di principio lo sappiamo bene erano contrari ad ogni tipo di partecipazione e di suddivisione degli utili, per cui nella stesura di tale articolo della Costituzione si doveva tenere conto di questa situazione, l’esperienza dei Cdg. aveva chiaramente creato un precedente che l’area Democratica e Popolare avrebbe potuto condividere, se non ci fosse stato il rischio di una deriva comunista delle strutture in oggetto a causa del notevole consenso che il PCI riscuoteva tra le masse operaie, tenendo anche conto del fatto che Longo fece un’ analisi a Togliatti molto positiva del progetto e della materia. Togliatti avrebbe potuto e voluto appropriarsi di tali organi per fini non propriamente democratici, travisando la reale portata innovativa del progetto, inserendola come pesante arma di scontro sociale e di ricatto, non sicuramente nel quadro generale di un’idea comunitaria di tutto il tessuto sociale e produttivo della Nazione.

Tutte queste paure di una parte nei confronti dell’altra, di un partito nei confronti dell’altro, portarono all’emendamento in questione, che però lasciava più di qualche spiraglio aperto a futuri sviluppi costituzionali e legislativi come lo stesso Gronchi non mancò di sottolineare. Al termine della discussione si materializzò una linea generale: “Non abbiamo voluto determinare a priori la forma e il modo di questa partecipazione,  ciò allo scopo di non confiscare a nostro profitto quella libertà di decisione che deve essere lasciata intatta al legislatore futuro”. Nelle successive dichiarazioni di voto l’Onorevole Di Vittorio dichiara che il PCI voterà l’emendamento sostitutivo di Gronchi, “attribuendo però al concetto di collaborazione il significato di partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione dell’azienda, e quindi allo sviluppo dell’azienda stessa nell’interesse dei lavoratori e del paese”. Al termine dei lavori il testo approvato è quello odierno come compare in Costituzione, viene affossata e accantonata completamente la partecipazione sia attiva, sia agli utili aziendali, per una generica concezione di collaborazione, nella speranza di tempi sociali migliori. Ad oggi, passate le tempeste della lotta di classe, delle pseudo rivoluzioni, delle auspicate dittature del proletariato. Verificato inevitabilmente che la concezione capitalistica di lavoro a nulla serve se non a sfruttare ed enfatizzare la parte più egoista dell’uomo economico. Secondo voi non sarebbe auspicabile, oltre che socialmente ripescare da tutta questa serie di esperienze e tentare di terminare il lavoro che i nostri Costituenti e i loro predecessori hanno lasciato in sospeso?

Gianluca Passera

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