Arthur Atz, i Bozen e la vera storia di Via Rasella…

23 Marzo 1944. Una colonna del Polizeiregiment della Wehrmacht avanza a passo cadenzato lungo una stretta via del centro di Roma. Non è un caso che quei militari si trovino lì: ogni giorno percorrono le strade della capitale dal poligono di tiro fino ai loro alloggiamenti, al Viminale. Quattro plotoni di polizia del battaglione Bozen. In via Rasella c’è qualche passante, un ragazzino ai margini della strada e uno spazzino col suo carretto.

L’8 Settembre del 1943 l’Italia è in rotta. L’Esercito è senza ordini, il Re fuggiasco sul Baionetta verso Brindisi. Unica città italiana non occupata né da Alleati né dai germanici. I tedeschi, nel frattempo, conquistano rapidamente città e punti nevralgici della Penisola, rinforzando le loro posizioni fino a Napoli.
Il Sud Tirolo e Trieste vengono annessi alla Germania. Questo vuol dire che, anche dopo la nascita della RSI il 24 di Settembre, Bolzano, Trento e Trieste resteranno sotto giurisdizione del Reich.
Come negli altri territori annessi, i tedeschi spingono i cittadini alla coscrizione inquadrandoli nelle formazioni di polizia o dello herr (esercito).

In Alto Adige tanti locali finiscono nel Regiment Polizei. Tra loro Arthur Atz di Caldaro. A metà degli anni Duemila Atz è raggiunto da un giornalista di Avvenire . Il contadino di Cadaro ha ottantacinque anni e ricordi ancora vivi del suo periodo romano. Era poco più che ventenne quando marciava serrato per le vie della Capitale, insieme ad altri commilitoni conterranei molto più grandi di lui come età anagrafica, ma accomunati dallo stesso destino.

Sei mesi dopo l’annessione del Sud Tirolo, Atz e i camerati del Bozen si trovano al fronte. Come avrà modo di raccontare il superstite di questa tragica, quanto dimenticata vicenda, non tutti gli arruolati del Regiment Polizei ebbero la fortuna di restare nei luoghi d’origine. La vita di Arthur sarà segnata in modo indelebile a Roma, ad inizio primavera del 1944.

I tedeschi avevano dichiarato Roma (ma così anche Parigi) città aperta, ovvero priva di reparti militari al fine di evitare incursioni aeree da parte americana. Ma gli alleati continueranno inesorabili a colpire la Città Eterna, forse auspicando di fomentare l’odio della popolazione contro gli occupanti.

Gli Alleati incontrano difficoltà ad Anzio e Cassino per una dura resistenza degli italo tedeschi, il CLN è in dubbio su come operare, attendendo ordini dal Comando Americano.

L’attesa è snervante e il Partito comunista (clandestino) prende in mano la situazione. I GAP (gruppi azione patriottica), braccio operativo delle formazioni garibaldine, pianificano un attentato nel venticinquesimo anniversario della fondazione dei Fasci di Combattimento (23 Marzo 1919 – 23 Marzo 1944).

L’occasione è ghiotta per colpire al cuore un fascismo ormai debole, lontano dai fasti del passato. In più i partigiani del PCI potranno dimostrare la loro efficienza al Comitato Liberazione Nazionale, alle altre formazioni cattoliche, badogliane e socialiste, nonché agli stessi alleati occidentali.

Bentivegna, Calamandrei, Capponi, Salinari … questi i nomi dei responsabili di un’azione concepita come ‘dimostrativa’ , ma che provocherà una delle più feroci rappresaglie dell’Europa occupata. Chissà se Calamandrei, sventolando il berretto per indicare a Bentivegna il passaggio del Bozen, abbia per un momento, anche uno solo, capito quali sarebbero stati i termini della vendetta germanica.

Alle 15.52 la miccia, calibrata per far detonare l’ordigno dopo 50 secondi, prende a bruciare.

Un flash, uno scatto come quello di una Rolleiflex, la celebre biottica made in Germany tanto apprezzata in quegli anni. Sulla pellicola della Storia scorrono i volti di Calamandrei, di Bentivegna, di Antonio Chiaretti (un quarantenne di passaggio), del tredicenne Pietro Zuccheretti, di Atz e di quattro plotoni del Bozen.

Un flash, cui non segue il tipico suono della pellicola che si avvolge, bensì un boato terrificante ed una pioggia di schegge e pezzi di ferro, mescolati all’esplosivo per aumentare la forza distruttiva.

Il corpo di Pietro è segato in due. Il suo cadavere verrà fotografato riverso sul marciapiede, busto braccia e testa ciò che rimangono del giovane. Anche Chiaretti è colpito a morte dalle schegge che, nel frattempo, hanno dilaniato il secondo e terzo plotone del battaglione.

Il Bozen spara, è preso dal terrore. Verrà dichiarato in seguito che bombe a mano pioveranno sul reparto spingendo i tedeschi a sparare contro le finestre, nella convinzione che i banditen si rifugiassero nei palazzi di via Rasella.

Berlino annuncia: 50 italiani per ogni tedesco morto. Albert Kesserling, comandante delle truppe germaniche in Italia, convince il Fuhrer a ridurre la cifra a dieci.

Nel frattempo le autorità di occupazione spingono i responsabili dell’attentato a presentarsi, minacciando la fucilazione di ostaggi. Bentivegna, Calamandrei e il resto del commando non si fanno vivi.

Il resto della storia lo conosciamo, il terribile e sanguinario eccidio delle Fosse Ardeatine, una delle pagine più oscure della storia italiana e tedesca.

E il Bozen? E’ Atz a dichiarare al giornalista di Avvenire che lui e i suoi commilitoni rifiutano l’ordine di Herbert Kappler di partecipare all’uccisione dei responsabili. «Per quanto la rabbia sia stata grande – dichiara Atz – nessuno di noi avrebbe voluto rastrellare e fucilare».

Il comandante del Bozen porta ad un infastidito Kappler le volontà dei suoi uomini. I morti di via Rasella sono fagocitati dalla Storia. Nessuno si interesserà più al loro caso. I partigiani, malgrado l’eccidio che la loro azione provocò, furono decorati: a Bentivegna la medaglia d’oro.

Le vedove degli alto atesini non ricevono un soldo di pensione o un riconoscimento per l’atto di coraggio e di solidarietà dei loro uomini, questi ultimi ricordati per SS e non per comuni riservisti della polizia germanica, che risultano essere in realtà.

Pietro Zuccheretti e i camerati di Atz sono i veri vinti, le vere vittime di quel Marzo 1944. Vere, come vere sono quelle cadute nelle cave della strada Ardeatina. Ma se ai 335 morti sono stati tributati onori, le persone cadute in via Rasella sono ignote alla maggior parte degli italiani.

Ho un sussulto al cuore leggendo in nomi dei 33 morti di via Rasella: tutti nati in terra italiana, alcuni dal cognome italico, come J. Dissertore.

Mi spiace che Bentivegna non sia ancora in vita per leggere il mio pezzo, ma non per stizza quanto per potergli chiedere il perché di tanto silenzio intorno a Pietro, Antonio, Atz, Dissertore e tutti gli altri. Poi, anche una domanda che mi porto dietro da quando ho cominciato ad interessarmi di storia: “Rosario, sapevi che sarebbero stati uccisi oltre trecento innocenti, perché non ti sei presentato?”

Ma ormai morte e storiografia certo non nitida hanno tolto ogni possibilità a me e ai discendenti dei tirolesi di poter notare un cenno, anche piccolo, di pentimento da parte del piccolo e letale nucleo di partigiani romani.

Marco Petrelli

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