25 aprile. Festeggiare tutti? Sì, ma cosa?

25 aprile 1945. Oltreoceano, a San Francisco, cinquanta stati fondano l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel Continente, truppe americane e sovietiche si ricongiungono sul fiume Elba, separando la Germania in due. In Italia, i Partigiani liberano Milano e Torino dall’occupazione tedesca.

Oggi. L’ONU è la più importante organizzazione intergovernativa. Ne fanno parte 193 Stati su 202 del totale mondiale. Hanno come fine il conseguimento della cooperazione internazionale nelle materie come lo sviluppo economico, i diritti umani, la sicurezza internazionale e il progresso socioculturale. Questo sulla carta. Pura teoria, insomma. Diversamente, non si spiegherebbero i conflitti e l’insicurezza internazionale, il misconoscimento dei diritti fondamentali degli uomini e la regressione socioculturale di alcune (solo alcune?) aree del mondo. Ma proseguiamo.

L’ex “impero del male” nonché principale oggetto di contesa nella Seconda guerra mondiale, la Germania, torna ad essere un unico Stato il 3 ottobre 1990, grazie al “Trattato sullo stato finale della Germania”, siglato il 12 settembre. Tra gli Stati dell’Unione Europea, è il più dinamico e quello che può vantare una certa stabilità politica ed economica. E’ di nuovo, quindi, una grande potenza mondiale.

Si dice che l’Italia si sia affrancata dal dominio altrui. E’ una nazione libera, democratica, repubblicana. Tuttavia, qualche riflessione va articolata. Tralasciando per questa volta le questioni squisitamente internazionali, parliamo di Casa nostra.

Dal ‘46, il 25 aprile diventa festa nazionale. In moltissime città italiane si organizzano manifestazioni, commemorazioni, cortei. Il provvedimento che sancisce la festività la limita a quell’anno. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 1946 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”) all’articolo 1 decreta infatti: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”. E’ piuttosto una legge del ’49 a istituire la sistematicità dell’evento. E’ la 260 del 27 maggio 1949 (“Disposizioni in materia di ricorrenze festive”) a recitare che “Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti:… il 25 aprile, anniversario della liberazione […]”.

Due domande, quindi. Perché la data del 25 aprile? E perché festa nazionale?

Iniziamo dalla prima.

Il 25 aprile 1945 il CLNAI diffonde il telegramma che annuncia l’insurrezione armata contro gli occupanti nazisti e i collaborazionisti fascisti e ne dà attuazione. Eccolo: “A tutti i comandi zona. Comunicasi il seguente telegramma: ALDO DICE 26 x 1 Stop Nemico in crisi finale Stop Applicate piano E 27 Stop Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga Stop Fermate tutte macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette Stop Comandi zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strade Genova-Torino et Piacenza-Torino Stop 24 aprile 1945”.

La disposizione non è eterodiretta e anzi va considerata come un’azione nazionale in perfetta autonomia rispetto agli alleati.

Tant’è che il 13 aprile 1945 il generale Clark (generale americano della quinta armata e poi di tutte le forze alleati in Italia) invia un messaggio ai resistenti raccomandando loro di rimanere appostati sulle montagne e di non uscire allo scoperto. In altre parole, di non prendere iniziative ed evitare azioni premature. Letta l’ambasciata, Togliatti così scrive a Longo: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. E nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche, […]”.

La direttiva comunista è quindi fondamentale. Il PCI controlla il 40 percento del popolo partigiano. Nondimeno però, soprattutto il Partito d’Azione ma anche il Partito socialista anelano lo scontro definitivo con il nemico. Più tiepidi i rappresentanti della DC, del PLI e dei gruppi autonomi, che però accettano di partecipare attivamente all’iniziativa.

Quanto influisca (quantomeno) la volontà  dell’Unione Sovietica in questo processo non è facilmente comprovabile, ma è ben intuibile. Ciononostante, ripeto: si tratta di un atto più o meno svincolato dalle tentazioni di ingerenza straniera. E come tale, secondo me, va considerato e rispettato. Qualche studioso insiste sul marchio comunista dell’operazione, ma a poco serve. Come appena osservato, il partito di Togliatti, per quanto egemone, tiene conto – e non può fare diversamente – della volontà degli altri attori in campo. Nessun ordine partirebbe senza la garanzia di un sostegno, almeno simbolico e formale, da parte dei gruppi riformisti, moderati e conservatori.

L’altra questione: perché festa nazionale?

Semplice. E’ grazie all’iniziativa diramata il 25 aprile del ’45 che l’Italia ha scacciato il nemico ed è diventata una democrazia che rispetta i principi fondamentali della libertà individuale e dell’uguaglianza. E’ da lì che si crea il DNA della nuova Italia.

Due obiezioni però. La prima. Siamo sicuri che tutti i gruppi partigiani (o meglio tutti i Partigiani) anelino l’abbattimento della barbarie nazifascista in favore di una Nazione rispettosa delle libertà? Conosciamo la risposta.

Tanti Partigiani guardano al modello sovietico che tanto libertario proprio non è. E’, questo, un dato incontrovertibile.

E’ pure sbagliato considerare filodittatoriali tutti i Partigiani comunisti, perché così non è e la Storia (e non le riscritture di parte) ben lo dimostra. Al tempo, molti comunisti sono tali perché anzi credono nelle libertà e al sacrificio umano che la loro conquista comporta. Altri, sono diventano comunisti per altri motivi (e qui potremo citare Giorgio Gaber), tra i quali la fede in un modello liberticida, considerato moralmente, filosoficamente, spiritualmente (sebbene materialista, gran bella contraddizione) e socialmente superiore.

La questione riguarda anche formazioni non comuniste. Partigiani generalmente non comunisti o specificamente anticomunisti potrebbero essere amici degli americani o di talune nazioni straniere e fare il loro gioco. Possiamo (almeno) intuirlo. Ma ammesso che lo siano, con ragionevolezza escludiamo possano essere maggioritari, anche all’interno dei contesti moderati e conservatori della DC, del PLI, dei monarchici e degli autonomi.

Il buono del popolo partigiano, certamente maggioritario, contribuisce a creare la nuova, migliore Nazione.

E ora giochiamo invece con i tabù. Se parliamo del buono, va ammesso ci sia del buono anche dall’altra parte. Nel mio Compagno Duce. Fatti, personaggi, idee e contraddizioni del fascismo di sinistra spiego come l’RSI, che è in parte Stato fantoccio e in parte Stato cuscinetto (che evita, solo con la sua istituzione, agli italiani altre e ben più gravi perdite per mano nazista), sia dicotomica. Esistono di fatto due Repubbliche sociali. Una di aguzzini, persecutori, torturatori e vessatori. Un’altra di idealisti (forse ingenui e incantati), molti dei quali antifascisti sino al giorno prima (o addirittura ancora tali) che alle libertà e all’uguaglianza ci tengono eccome. E che per quei principi lottano, perdono tutto e rischiano continuamente la morte, magari per mano dell’altra RSI.

Insomma, i buoni dell’RSI saranno pure minoranza (un computo è difficile), ma affatto sparuta. Il tentativo di dividere in due gli italiani, tra abitanti dell’inferno e quelli del paradiso, ci acceca e certe sfumature diventano invisibili. Ma la Storia dev’essere visibile, in tutte le sue cromature e in tutta la sua complessità.

Altrimenti accade che a festeggiare una festa nazionale sia solo una parte. Come avviene per la Giornata della Memoria e il Giorno del Ricordo. Festeggiarle è utile quanto un buon esercizio mnemonico che si concentra sull’elemento particolare e che trascura il contesto generale. Se poi sono usate per dare più o meno velate indicazioni di voto il problema oltre che culturale diventa politico. Ma la stessa cosa accade nel caso del 25 aprile. La celebrazione parziale (nel senso etimologico, di una parte) è effetto ma anche causa di una divisione che non può e che non deve più martoriare la dignità e l’unità del nostro Paese.

Il 25 aprile, già festa nazionale de iure, potrebbe però diventarlo anche de facto, unendo, finalmente, gli italiani. Potrebbe assurgere, per esempio, a festa di tutti quelli che hanno creduto in un’Italia migliore. Anche migliore di quella che dopo il 25 aprile è diventata. E allora sì che sarebbe la festa delle speranze, della Patria, degli italiani. Tutti.

Ivan Buttignon

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