25 aprile 1945. Una liberazione senza libertà…

25 aprile. La festa della Liberazione. La festa delle assurdità. Perché in effetti si festeggia una cosa assurda: la convinzione di una liberazione mai avvenuta. Una liberazione senza libertà. Per alcuni è bastata la caduta del regime fascista per ottenere il paradiso. Gli stessi che poi vivono nella perenne ossessione del “fascismo all’agguato”, “il fascismo ovunque”, sempre pronto a mimetizzarsi dietro le maschere più svariate di volta in volta assegnate dall’antifascismo militante (e mentalmente debilitante), come se invece di portare la camicia nera, i camerati indossassero la scura calzamaglia di Diabolik.

A parte i deliri antifascisti, totalmente deleteri per la storiografia sul Ventennio e sulla Resistenza ed utili solo ad alimentare inutili fuochi di polemica anacronistica, cosa fu il fascismo?  “Dimmi quel che fai e ti dirò chi sei”. Cosa fece un Ventennio di “dittatura”? [1]

Innanzitutto le riforme sociali: la tutela del lavoro per donne e bambini (Legge promulgata il 26-04-1923 con Regio Decreto n° 653); l’assistenza ospedaliera per i poveri (Legge promulgata il 30-12-23 con Regio Decreto n° 2841); l’assicurazione sull’invalidità e la vecchiaia (Legge promulgata il 30-12-23 con Regio Decreto n° 3184); l’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali (Regio Decreto n° 928/1929) nonché la creazione di quella che oggi è l’INAIL (Regio Decreto n°264/1933); l’INPS (Legge promulgata il 04-10-1935 con Regio Decreto n° 1827); gli enti Comunali d’assistenza, oggi inglobati dai comuni (Legge promulgata il 03-06-1937 con Regio Decreto n° 847); gli assegni familiari (Legge promulgata il 17-06-1937 con Regio Decreto n° 1048); l’Istituto Autonomo delle Case Popolari (Legge T.U. con R.D. n°1165 del 28 Aprile 1938); l’INAM, oggi inglobato dalle USL (Legge promulgata il 11-01-1943 con Regio Decreto n° 138).

Non meno importanti furono le riforme legislative: il codice penale del Ministro Rocco del 1930 nonché il Codice Civile del 1942, monumenti del diritto tutt’oggi in vigore.

Infine, sorvolando sulle numerose opere infrastrutturali (bonifiche, autostrade, edilizia, intere città, ecc.), come non citare la riorganizzazione statalistica dell’economia italiana avvenuta con la creazione dell’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI), vera e propria punta di diamante dell’economia italiana.

Elencate queste magnificenze, credere che il fascismo fu la Rivoluzione della Terza Via è da ingenui, ma continuare a ripetere che fu soltanto “una dittatura dove mancava la libertà” è da imbecilli.

La verità (come sempre) sta in medias res: le politiche fasciste rimasero sempre nel solco del sistema capitalistico ma ebbero il grande merito di riformarlo rivoluzionando l’intervento statale nell’economia e nel sociale (sofisticamente si può ben dire che “riformò rivoluzionando” ma non “rivoluzionò riformando”).

Gli assegni familiari che ancora oggi integrano la busta paga dei lavoratori dipendenti sono fascisti, gran parte dell’economia italiana fino alla fine degli anni ’80 era fascista e tutte le norme civili e penali ancora in vigore sono fasciste. Persino la Costituzione è in parte fascista!

Assurdo vero? L’articolo 46 recita testualmente: “Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione dell’aziende”

Ebbene, il 12 febbraio 1944 il governo della Repubblica Sociale Italiana tramite un decreto apriva la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende e alla divisione degli utili.
Proprio il 25 aprile 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, abrogava l’intera disciplina bollandola come “anti-nazionale” e finalizzata ad “aggiogare le masse lavoratrici” [2]. Insomma s’inseriva nella Costituzione un principio già realizzato dal fascismo ma poi abrogato dagli antifascisti che infine lo inserirono nella Carta costituzionale, dove è sempre rimasto lettera morta. Più che politica questa mi sembra schizofrenia.

Se quasi i ¾ della Repubblica Italiana nata dopo la guerra sono “fascisti”, allora quale Liberazione festeggiamo? “Liberazione da una dittatura politica che ha poi portato ad un regime costituzionale” sarebbe la risposta più immediata e, come tutte le cose immediate, superficiale.

Formalmente viviamo in un regime democratico perché una disposizione scritta su un foglio di carta recita “L’Italia è una Repubblica democratica”. Sostanzialmente le cose sono diverse.

Chi scrive non è né un liberale né un democratico quindi ha posizioni molto critiche sulla democrazia parlamentare borghese nonché scettiche sulla generale conciliabilità tra capitalismo e democrazia (rimando ad un mio vecchio articolo [3]). A parte disquisizioni di filosofia politica condivisibili o meno, sfido chiunque a sostenere che negli anni della partitocrazia (1945-1994) targata DC, della bipartitocrazia (1994-2011) nata dal faticoso travaglio di Tangentopoli di cui fu ostetrica l’alta finanza per poi vivere negli inciuci del bipartitismo e infine nell’attuale periodo della tecnocrazia (2011-speriamo presto), ci sia stata una democrazia vera e propria quale quella prospettata dai principi costituzionali. Tra segreti di Stato, stragi, segreti, poteri occulti, gladi, P2, P3, P4 e golpe di tutti i colori il buon senso porterebbe a negare la piena democraticità del Paese.

Ma in tutto questo, dove sono i grandi assenti? Gli eredi dei partigiani e dei repubblicani di Salò?
Gli antifascisti, contraddistinti all’epoca da un variegato intreccio di indirizzi politici che si manifestò nei dibattiti della Costituente, sono oggi tutti concordi sui canoni del neoliberismo (privatizzare, tagliare, ecc.). Il partito che fu “sociale” per eccellenza, tanto “sociale” da definirsi “comunista”, è ormai divenuto quella barzelletta neoliberista ed europeista chiamata Partito Democratico. Come accadde tal disgrazia? Secondo Amadeo Bordiga “Il prodotto più fastidioso e pernicioso del fascismo è l’antifascismo”. Probabilmente fu l’unico a capire la natura dell’antifascismo: un’ideologia borghese, un modo di fare capitalismo diverso (e peggiore) di quello fascista.

 

Fin da molti anni addietro, noi affermammo senza esitazione che non si doveva ravvisare il nemico ed il pericolo numero uno nel fascismo o peggio ancora nell’uomo Mussolini, ma che il male più grave sarebbe stato rappresentato dall’antifascismo che dal fascismo stesso, con le sue infamie e nefandezze, avrebbe provocato; antifascismo che avrebbe dato vita storica al velenoso mostro del grande blocco comprendente tutte le gradazioni dello sfruttamento capitalistico e dei suoi beneficiarii, dai grandi plutocrati, giù giù fino alle schiere ridicole dei mezzi-borghesi, intellettuali e laici. [4].

 

Il comunismo, abbracciandosi a tale abominio politico (oggi divenuto abominio anche, e più che altro, psichiatrico, degno di essere studiato nei manuali di schizofrenia nevrotica), si era autocondannato alla progressiva borghesizzazione mutandosi prima nel simpatico “eurocomunismo” berlingueriano, per poi essere definitivamente seppellito dopo la Svolta della Bolognina. Risultato: il Partito Democratico.

I fascisti oggi riempiono le file dell’antifascismo. Finita la guerra, si opposero per qualche anno all’americanizzazione culturale e politica dell’Italia. Sotto la segreteria di Almirante, il loro partito, il Movimento Sociale, divenne spudoratamente filo-americano e sempre meno sociale fino ad arrivare a Fiuggi quando Fini per rendersi presentabile alle elitè neoliberiste dichiarò ufficialmente la morte del fascismo, commentata amaramente da Pino Rauti: «Gianfranco Fini a Fiuggi non ha deviato di una virgola dalle sue idee di sempre. Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato». Risultato: Alleanza Nazionale, poi confluita nel Popolo Delle Libertà, poi divenuta Futuro e Libertà, sostegno parlamentare dell’aguzzino Monti.

La Liberazione è una festa per i banchieri e gli industriali che beneficiarono della svendita del patrimonio pubblico, per gli speculatori a cui pagheremo interessi sui titoli di Stato versando il nostro sangue, per gli statunitensi che da allora possiedono una portaerei sul Mediterraneo e della carne umana sempre pronta a essere sacrificata per le loro operazioni di Risiko nel mondo nonché delle elitè finanziarie europeiste che con le loro direttive e i loro regolamenti hanno distrutto ogni residuo di autonomia legislativa.

Se per voi il fascismo è stato solo “olio di ricino e manganello” allora la dittatura non è mai finita perché il fascismo politico esiste ancora nonostante la Liberazione. Se invece per voi il Ventennio è stato Littoria, l’IRI, la socializzazione e le bonifiche, allora il fascismo è morente, straziato da privatizzazioni, distruzione del welfare e perdita della sovranità nazionale.

Il Fascismo sta morendo e tocca a noi difenderlo.

Perciò lancio una proposta: il 25 aprile invece di ripetere le solite ed inutili diatribe, mettiamoci tutti a tavolino (fascisti, comunisti e chiunque sia interessato a salvare questo martoriato Paese) per decidere a quale giorno rimandare la Festa. Ovviamente una volta avvenuta la Liberazione. Quella vera che spetta a noi realizzare.

Cristian De Marchis

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Note

[1] Alessandro Mezzano, “I danni del fascismo”: http://www.italia-rsi.org/zzz/cybersamizdat/idannidelfascismo.pdf

[2] DECRETO DEL C.L.N. SUI CONSIGLI DI GESTIONE

25 aprile 1945
Il Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia, considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista del 12 febbraio 1944 n. 375 sulla pretesa “socializzazione” delle imprese, con la quale il sedicente Governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell’Italia occupata al servizio ed alla collaborazione con l’invasore, considerata l’alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze dell’Italia occupata che, astenendosi in massa da ogni partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei consigli di gestione, hanno manifestato la loro chiara comprensione del carattere antinazionale e demagogico della pretesa “socializzazione” fascista,
considerata la situazione di fatto creata dal decreto legislativo del 12 febbraio 1944 e dai successivi decreti di socializzazione di singole aziende, al fine di assicurare, all’atto della liberazione dei territori ancora occupati dal nemico, la continuità ed il potenziamento dell’attività produttiva, nello spirito di una effettiva solidarietà nazionale, decreta:
Art. 1 – Il decreto legislativo del 12 febbraio 1944, n. 375, e quello del 12 ottobre 1944, n. 861, promulgati dal cosiddetto Governo fascista repubblicano, sono abrogati.
Art. 2 – Fino a nuovo e generale regolamento della materia con atti legislativi del Governo nazionale, l’amministrazione delle aziende contemplate nei decreti sopracitati resta affidata ai consigli di gestione nazionale, coi poteri previsti dai decreti medesimi per i consigli di gestione delle aziende “socializzate”.
Art. 3 – I sedicenti rappresentanti delle maestranze nei consigli di gestione fascisti si dichiarano decaduti da ogni loro mandato nell’amministrazione dell’azienda. Tale mandato sarà considerato ad ogni effetto nullo, salvo quanto riguarda le eventuali sanzioni penali in cui i sedicenti rappresentanti delle maestranze siano incorsi per il reato di collaborazione col nemico o altro.
Art. 4 – La rappresentanza delle maestranze nei consigli di gestione prevista dai decreti sopra citati, viene affidata, nei consigli di gestione nazionale, coi diritti e coi doveri e le prerogative ad essi inerenti, a rappresentanti appositamente e liberamente eletti dalle maestranze, secondo norme che saranno ulteriormente fissate. La designazione elettiva di tali rappresentanze dovrà aver luogo non oltre tre mesi dopo la data della liberazione.
Sino al momento in cui la nuova rappresentanza liberamente eletta dalle maestranze potrà entrare in funzione, la rappresentanza delle maestranze stesse nei consigli di gestione nazionale resta affidata, con tutti i diritti, i doveri e le prerogative, ad essa inerenti, ai comitati di liberazione nazionale aziendali, costituiti nella fase della lotta clandestina.
Art. 5 – I diritti, i doveri e le prerogative previste dagli abrogati decreti per il cosiddetto “capo dell’azienda” vengono attribuiti al responsabile tecnico della produzione.
Là dove l’azienda sia sottoposta, in base a decreto d’epurazione, a gestione commissariale, le funzioni del capo d’azienda -ferme restando le prerogative del consiglio di gestione nazionale- sono attribuite al commissario.
Art. 6 – Le disposizioni dei decreti sopra citati per quanto concerne la fissazione del limite massimo dei profitti da distribuire al capitale e la partecipazione agli utili restano immutate, in quanto esse non entrino in contrasto con le disposizioni del presente decreto.
Art. 7 – Gli utili attribuiti ai lavoratori in ogni singola azienda verranno versati ad uno speciale fondo unico di solidarietà nazionale, da impiegarsi inopere di assistenza e di previdenza sociale nell’interesse delle masse lavoratrici, con particolare riguardo alle necessità immediate che nascono dalla situazione (mense popolari, assistenza infanzia, orfani di guerra, eccetera).
C.L.N., Bollettino ufficiale degli atti del C.L.N.-Giunta regionale di governo per il Piemonte, 25 aprile 1945,

[3] leggere la parte “homo homini lupus”: http://www.mirorenzaglia.org/2012/01/per-capire-linformazione/

[4]  http://www.fondazionebordiga.org/intervista.htm:

 

 

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