The Doors. L.A. Woman…

Capitoli migliori. Capitoli peggiori. E di tanto in tanto, anche nelle parti meno riuscite, qualcosa che fa balenare i lampi della vera creatività. Quella che non si limita a piacere, e ancora meno a compiacere, ma che gioca d’azzardo al tavolo dell’ignoto: soprattutto la musica, e a volte anche le parole, hanno questo potere di pescare nell’inconscio e di far emergere ciò che gli stessi artisti non immaginavano. Se lo ritrovano lì e devono decidere cosa farne. Se hanno coraggio lo mostrano al pubblico.

Non è un autoritratto in posa, per sembrare questo o quello e assecondare un’idea precostituita, a cominciare dall’icona pubblicitaria della star che si è già o che si vorrebbe diventare: è una sequenza “rubata” al caso, al sogno, a quello che si è senza nemmeno saperlo. E che nasconde la sua sceneggiatura, ammesso che ce l’abbia, dietro bagliori intermittenti. Devi strizzare gli occhi, per mettere a fuoco i dettagli. Non devi pretendere di mettere a fuoco i dettagli, per afferrare il senso dell’insieme.

Nell’aprile del 1971, quando venne pubblicato questo L.A. Woman che ora viene riproposto nella consueta veste rimasterizzata e con un’ampia serie di bonus che si utilizza per le riedizioni in grande stile (o presunte tali), i Doors erano ormai alla fine. In parte lo sapevano: Jim Morrison glielo aveva già anticipato quasi tre anni prima, con un lapidario «Io abbandono, ragazzi» che solo dopo le insistenze degli altri si era stemperato in un rinvio di almeno sei mesi. In parte, invece, lo ignoravano tutti: la morte dello stesso Jim, che avverrà a Parigi il 3 luglio successivo, si poteva forse mettere in conto come l’epilogo della sua vita sregolata e troppo intrisa di alcol, ma certo non prevedere con esattezza. E così a breve termine.

Per molti altri versi, comunque, i Doors erano già finiti. L’ambizione iniziale di realizzare il suggerimento lanciato negli ultimi anni del Settecento da William Blake, e poi ripreso da Aldous Huxley nel 1954, era ormai retrocessa all’obiettivo assai più prosaico, ma di per sé onorevole, di continuare a produrre buona musica. Della rivelazione di Blake, secondo cui «Se le porte della percezione venissero purificate all’Uomo tutto apparirebbe per come realmente è: infinito», non restava molto di più che la suggestione letteraria e l’attrattiva estetica. Come la mappa di un territorio fantastico, piena di dettagli che appaiono veritieri ma che qui sulla Terra non hanno riscontro. Come il medaglione esoterico di una religione perduta, o inventata. Parole magiche di un rituale fittizio, o inaridito. Il mondo è cambiato. Le serrature si sono arrugginite. I guardiani che avrebbero dovuto rispondere a quei comandi sovrannaturali non ci sono più.

Veniva da chiedersi se non fosse lo stesso anche per il poeta e pittore inglese di due secoli prima. Era pura speranza, la sua? O era vera sapienza? La conclusione, almeno per i Doors, era iscritta a caratteri cubitali nella biografia di Morrison: non erano né le droghe né la lussuria, a poter spalancare le “porte della percezione”. Semmai ne scuotevano un po’ i cardini e li facevano cigolare, per poi mandarli fuori asse e renderli inservibili. Non tutte le droghe sono il peyote del Don Juan di Castaneda, specialmente se non c’è un Don Juan a fare da guida. Non tutta la sessualità sprigiona l’energia trascendente del tantrismo.

Jim Morrison si era consumato. Si era imbolsito. Non aveva più nessun piano preciso, e men che meno nessuna certezza, su quello che avrebbe potuto fare col suo talento, sempre che gliene rimanesse abbastanza da esplorare. E da far esplodere. Gli altri tre, ottimi comprimari di una performance lasciata a metà per l’esaurirsi dell’ispirazione, erano marinai volenterosi e capaci, ma rimasti privi di ordini. Potevano effettuare qualsiasi manovra, in presenza di una rotta da seguire. Così, invece, alzavano e abbassavano le vele senza sapere come avvalersi del vento.

L.A. Woman può anche piacere, se non si tiene conto di quello che lo aveva preceduto. Come ha scritto Riccardo Bertoncelli, «È qui che i giudizi divergono, quelli di chi ascolta oggi e di chi mise la puntina sul vinile nella primavera del 1971. Allora la ri-semplificazione della musica Doors venne percepita come una ritirata, l’ennesimo tradimento “commerciale”. Oggi che non siamo più schierati, si può levare quella cappa pesante di “cosa avrebbe potuto essere” e apprezzare molto semplicemente ciò che suona; e trovare che è tutto molto gradevole anche se non così originale, che le canzoni fluiscono bene e la voce di Morrison è sempre una benedizione, anche quando scricchiola sotto il peso dell’alcol e dei suoi depravati eccessi».

Ma dipende dalle aspettative, naturalmente. E non solo da quelle che riguardano specificamente i Doors – sia pure nella finta contemporaneità di una riedizione che arriva 41 anni dopo e che, perciò, non può che rievocare/simulare di essere parte di una storia ancora in fieri – ma in generale la musica. Anzi il rock. Se ci si accontenta di alzare un po’ la temperatura interiore, può bastare che i brani siano accattivanti, dando a ogni piccolo guizzo di imprevedibilità la fragranza di una spezia che va ad arricchire un cibo che è comunque gradevole. Ma se si aspira a qualcosa di meglio, e lo si è già sperimentato grazie al torbido ma inebriante elisir di The End o di When the Music’s Over, allora no. Nessun pasto è più sufficiente. Perché non si è venuti per mangiare e ristorarsi quel tanto che serve a ricominciare con le solite cose.

Si è giunti fin qui per ricongiungersi a un’inquietudine preziosa e necessaria. Proprio come i Riders on the Storm, i Cavalieri nella tempesta, del pezzo che chiude L.A. Woman. E che fa rimpiangere tutto ciò che non c’è stato – che non ha potuto esserci – dopo quell’estremo brivido di consapevolezza senza scampo e senza rammarico. «Cavalieri nella tempesta / Cavalieri nella tempesta /Dentro questa casa siamo nati / Dentro questo mondo siamo stati gettati / Come un cane senza un osso / Un attore fuori da solo / Cavalieri nella tempesta».

Federico Zamboni

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