Piazza Fontana. Romanzo di una strage…

Dodici dicembre 1969. Una data che difficilmente si arriva a studiare nei libri di scuola (fino alla fine del liceo si vive nella convinzione che la storia si interrompa nel 1945 e arrivi direttamente ai giorni nostri). Una data però fondamentale, che segna l’inizio di un lungo periodo – quello delle stragi nere, della lotta armata, della strategia della tensione – la cui ferita non si è ancora rimarginata completamente. È possibile che sia proprio questo il motivo per cui normalmente a scuola non viene neanche sfiorato l’argomento, o per cui, ogni volta che questo viene introdotto, immediatamente ci si ritrova invischiati in una cortina di polemiche e discussioni dalle quali riesce impossibile districarsi. È nell’opinione di molti l’idea che si tratti di una questione ancora troppo “fresca”, e che sia impossibile guardarla con oggettività. Ma perché, mi chiedo? Perché abbiamo bisogno di cento o duecento anni per elaborare i nostri conflitti? Perché abbiamo bisogno di seppellirli, prima di poter riconoscere la loro esistenza?

Con queste domande ancora in mente, ho salutato con curiosità, questo dicembre, la notizia della preparazione del film Romanzo di una strage, di Marco Tullio Giordana. “Finalmente”, mi sono detta, un film che possa fare da ponte: per accostarsi alla storia di quegli anni (e di conseguenza anche dei nostri) senza preconcetti, per approfondire, per liberarsi una volta per tutte da quella visione manichea e a senso unico che permea la nostra realtà. Una curiosità, la mia, che ovviamente non nasce dall’ottimistica quanto velleitaria idea che un film non possa contenere errori o contraddizioni. È una curiosità, però, che deriva dalla consapevolezza che un film può aprire la storia al grande pubblico meglio di un libro o di un articolo di giornale, e dalla convinzione che nella nostra realtà – in cui numerosi sondaggi attestano che la maggioranza dei giovani studenti si dichiara convinta che le stragi di Milano, di Brescia o di Bologna siano state opera delle Br – questo sia estremamente necessario. Il film, che uscirà nelle sale il 30 marzo (tra pochissimi giorni), sembra aver già iniziato a far discutere, com’era ovviamente prevedibile.

Impossibile entrare nel merito della sceneggiatura, non essendo ancora possibile prenderne visione. Possibile invece entrare nel merito della discussione, una polemica che vede coinvolti da una parte Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi e oggi direttore de La Stampa, e dall’altra la produzione del film, nelle persone dello stesso regista e di Riccardo Tozzi, che ha prodotto la pellicola per Cattleya.

Dunque, cosa è successo? È successo, semplicemente, quel che accade sempre: è successo che, ogni volta in cui si tenta di ricostruire la storia di quel periodo, intervengono i figli delle vittime a rivendicare la loro storia personale e il loro dolore. Questa volta non fa eccezione. E se è giusto e sacrosanto che intervengano, e che rivendichino i loro ricordi, è altrettanto doveroso far notare come il loro coro faccia parte per l’appunto di un solo ritaglio, in una grande vicenda: che la storia è fatta di tante storie personali che si intrecciano fra loro, e che dar risalto a una visione piuttosto che  un’altra significa solo mancare il proprio compito. In un contesto come quello della strage di piazza Fontana, poi, in cui le “verità” riconosciute sembrano essere troppe per un solo evento, ecco che muoversi in punta di piedi diventa quasi obbligatorio. Lo fa notare Adriano Sofri in commento alla trasmissione di Fabio Fazio condotta in merito al film, che si dice liberamente ispirato al libro di Paolo CucchiarelliIl segreto di piazza fontana:

Ma da subito ti pongo questo problema: se si possano accostare e raccomandare insieme un libro in cui Valpreda va in taxi a mettere la sua bomba nella Banca dell’Agricoltura (sia pure immaginando che scoppi a banca vuota), Pinelli è a parte del piano di esplosioni simultanee (sia pure andando rocambolescamente in extremis a farne disinnescare un paio), Calabresi è nel suo ufficio quando Pinelli ne precipita, e sono lui o Panessa a provocare la precipitazione; mentre nel film Valpreda (salvo che io capisca male) non va a mettere la bomba, Pinelli è affatto ignaro e innocente, Calabresi è senza dubbio fuori dalla sua stanza. Ho citato solo tre punti essenziali, sui quali la divergenza è clamorosa. C’è bensì una tesi di fondo sulla quale il film ha voluto seguire il libro, e che io considero delirante: che la bomba della strage (e, nel libro, tutte le altre di quel 12 dicembre, e probabilmente anche numerose altre che costellarono i mesi precedenti) sia stata “raddoppiata”, una bomba senza intenzioni micidiali, un’altra che cercava il massacro; un attentatore anarchico o finto anarchico, un altro attentatore fascista e vigilato dai servizi; una borsa con la bomba, e una seconda borsa depositata accosto alla prima; un taxi di Rolandi, e un altro taxi… Due di tutto. Tu [Fabio Fazio, ndr] hai accennato alla cosa all’inizio parlando “della bomba, e probabilmente due” di Piazza Fontana. Non ci furono due bombe. Volevo dirtelo, intanto.

Eccole: una, due, tre verità sovrapposte. Ed ecco il commento di Mario Calabresi, per cui «Romanzo di una strage ha il coraggio della verità storica, che in questo caso coincide con la verità giudiziaria», ma «i due anni terribili della campagna di Lotta continua contro mio padre non ci sono, se non per qualche vago accenno: una scritta sul muro, i fischi al processo. Ma se nascondi quella campagna, se non metti in scena il clima del tempo, il linciaggio, la disperazione, si fatica a capire perché sia stata condannata Lotta continua. […] Mio padre si sentiva seguito, pedinato. Si doveva nascondere. Con mia madre non potevano più andare al ristorante, al cinema lei si sedeva e lui si chiudeva in bagno fino a quando non si spegnevano le luci».

E ancora, mentre il film sembrerebbe suggerire l’ipotesi (lo riporta Il Corriere) «che la responsabilità dell’assassinio di Calabresi sia dei corpi deviati dello Stato», il figlio la rigetta nel modo più assoluto: «Se lo Stato ha una colpa, è aver lasciato mio padre solo, aver permesso che diventasse un simbolo. Nel film sembra che mia madre fosse contraria a denunciare Lotta continua. Non è così. Mia madre non voleva che suo marito portasse avanti il processo da solo. Gli diceva: “Tu sei un funzionario del ministero degli Interni, è il ministero che deve fare la denuncia, altrimenti tutto si scaricherà su di te”. Infatti è finito lui da solo al centro del mirino». Dunque, in questo caso, la verità storica e quella giudiziaria non mancherebbero, ma sarebbe approssimativa la ricostruzione della storia di Calabresi, evidenziata, agli occhi del direttore de La Stampa, dall’interpretazione di Valerio Mastrandrea, il quale «mette in mostra i tormenti di mio padre, ma ne fa un uomo a una dimensione».

Dal canto suo, Tozzi rivendica il rigore storico che ha portato alla nascita del film: «Per otto anni, dico otto anni, gli sceneggiatori hanno passato al setaccio gli atti processuali e quelli della commissione stragi, hanno letto tutti i libri sull’argomento, hanno intervistato decine di protagonisti. C’è stato insomma un enorme lavoro di indagine». Non manca però di ribadire che, per l’appunto, «si tratta di un film, e come tale va giudicato; che le persone colpite nella vita familiare dall’accaduto non si riconoscano in un racconto metaforico è del tutto comprensibile».

Prima ancora della sua uscita ufficiale, dunque, Romanzo di una strage (il cui titolo, va ricordato, è ripreso dal famoso articolo di Pasolini “Cos’è questo golpe? Il romanzo delle stragi”) si delinea come un film in grado di offrire numerosi spunti di discussione e di riflessione. Una pellicola, insomma, che non mostra una faccia sola. E questo è già un aspetto estremamente positivo. Per quanto riguarda il resto, non rimane altro da fare che andare al cinema e gustarne la visione, verificando autonomamente quanto, in questa occasione, il regista de I cento passi e de La meglio gioventù sia riuscito a venire incontro alle nostre aspettative.

Susanna Curci

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