L’elefante e la Fornero…

“Fornero al cimitero”. Sì, è vero, la frase è abbastanza estremistica e ricorda il periodo in cui chi provava a riformare il mercato del lavoro al cimitero ci finiva veramente (periodo neanche troppo lontano, chiedete a Biagi) e di certo uno slogan del genere (tra l’altro apparso vicino alla faccia di Diliberto) non è la miglior forma per manifestare il proprio pensiero. Attenzione: ho detto “manifestare il proprio pensiero”. Se vogliamo usare un espediente del genere per intavolare una discussione ragionata sulla riforma delle pensioni già approvata e quella del lavoro alle porte, allora siamo destinati al fallimento: ci linceranno mediaticamente e nessuno ci riconoscerà più la qualità d’interlocutori. In questo modo sia noi che le nostre ragioni morirebbero sotto la cappa asfissiante del perbenismo piccolo borghese, anche conosciuto col nome anglizzato di politically correct, e contro questo onnipresente nemico non si vince mai, al massimo si pareggia.

Certo, tutto questo vale se si vuole discutere, argomentare o controbattere, cose per cui è necessario un certo corredo retorico ed una certa cultura. A nessuno però è venuto in mente che quella signora non aveva affatto intenzione di discutere perché i suoi piani di vita erano stati da poco rovinati proprio dalla riforma delle pensioni della Ministra piangente: «Infatti ero lì per protestare al posto di mio marito, ramo bancario, che a 61 anni e con 37 anni di contributi pensava di poter andare in pensione il prossimo mese di settembre. Invece, con le nuove leggi, ci andrà tra cinque, o sei anni. E questo ci ha fatto saltare tutta una serie di progetti, di idee..[…]..Tipo che con i soldi della liquidazione volevamo poter aiutare i nostri figli… non tanto il maschio, laureato con 110 e lode e che una sua strada l’ha trovata, quanto la femmina, pure lei laureata, laureata in Giurisprudenza, e che però a 30 anni è ancora precaria… e… e…». dichiara la signora Paola Francioni in un’intervista telefonica rilasciata al Corriere (LEGGI QUI).

In questo caso siamo davanti una soglia dove “convien lasciar ogni sospetto; ogni viltà convien che sia morta”: la soglia delle emozioni umane. Perciò da questo momento scriverò senza viltà quel che penso.

Una casalinga che vota “per chi la convince nelle campagne elettorali” non può essere considerata un soggetto politico cosciente e schierato (e soprattutto non ha quegli strumenti di cui ho parlato prima). E’ semplicemente una persona comune alle prese con i problemi comuni che realizzando di non poter aiutare i propri figli e finire di vivere la propria vita nel modo desiderato non ha ragionato: si è fatta prendere dalla frustrazione e spinta dall’odio ha chiesto di farsi stampare quella maglietta ed è scesa a manifestare invece del marito con il primo che gli dicesse “questa riforma è sbagliata” (se era consapevole di quel che faceva non avrebbe manifestato insieme a Diliberto).

Un odio apolitico che non ho remore a definire giusto e ancor di più giustificato. Non scordiamoci che Elsa  Fornero ha messo la faccia su una delle peggiori controriforme sociali della storia italiana che andrà ad incidere in modo sostanzioso sulla vita della gente comune: genitori licenziati per motivi economici non potranno più mantenere dignitosamente le loro famiglie e i nonni (che hanno fatto da surrogato al welfare per molti anni aiutando figli e nipoti) adesso provvederanno a malapena per loro stessi (ma non vi preoccupate perché anche un vecchio ha quel piccolo residuo di forza lavoro per stipulare un contratto di lavoro accessorio tanto per arrotondare la pensione).

Per quanto io stesso provi a ragionare e studiare queste riforme (forse per esorcizzarle almeno consciamente lasciando i sentimenti peggiori all’inconscio) ho paura: e come me hanno paura milioni di cittadini comuni appartenenti al cosiddetto “ceto medio” che non possono raccomandare la figlia all’università dove lavorano (LEGGI QUI) o andare comprare scarpe griffate nei negozi centrali di Torino, peraltro con la scorta dello Stato (LEGGI QUI) (e questa immagine è un plastico dell’ingiustizia sociale ormai dilagante).

Pensate questo “ceto medio” (nell’accezione più ampia) come un elefante in bilico su una fune. Anche se il pachiderma ha tanta memoria, in una situazione del genere non riesce a pensare, magari per ricordare come si sta in equilibrio (sempre che qualcuno glie l’abbia insegnato).

Come si comporta? Urla e sbraita muovendosi convulsamente avanti e indietro sul suo angusto appoggio (la sua unica certezza) cercando in tutti i modi di non perderlo, di non cascare. Arriviamo al punto: questo elefante, spaventato e insicuro, ha il diritto di indossare una maglietta con scritto a caratteri cubitali “tu che col rasoio mi stai sfilettando la fune! Sì dico a te! Sei un grande stronzo e se finisci al cimitero neanche mi dispiacerebbe tanto”.  E’ normale che un elefante in bilico abbia paura: ne ha tutto il diritto. Di conseguenza i sabotatori della fune dovrebbero avere la prudenza di non aiutarlo a cadere: perché se l’elefante cade, schiacciata al cimitero non ci va solo la Fornero ma tutto il sistema che gli sta sotto.

 Cristian De Marchis

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