L’editto di Seoul cala la maschera al più feroce tra i governi della Repubblica

Come il Craxi dei momenti più esecrandi. Come Berlusconi, peggio di Berlusconi. Mario Monti e la sua squadretta di accademici e banchieri hanno perso la testa in tempi sorprendentemente rapidi. Forse perché i dotti sono tanto  abituati a parlare di democrazia dall’alto di un cattedra quanto  poco avvezzi a praticarla, sta di fatto che al primo ostacolo serio hanno messo da parte le sin troppe lodate buone maniere, la famigerata sobrietà, la sbandierata eleganza del tratto.

Da Seoul Monti ha lanciato quello che persino Repubblica definisce senza mezze parole “un editto”.  Un bel ricatto vecchio stile, pronunciato con tecnica più tirannica che professorale,  condito con il solo vero tratto distintivo di questo governo:  una presunzione estrema e impermalita, sconosciuta anche ai più spocchiosi leader della seconda repubblica per non parlare della prima. Per dire che o si fa come dice lui oppure sbatte la porta (tecnica molto in voga anche nei bassifondi, non c’era mica bisogno di scomodare la Bocconi)  Marione la ha messa giù come un reuccio offeso. “Se il Paese non è pronto”. Come dire “Se il Paese non ci merita”.

Non è un fulmine a ciel sereno. Da giorni la preside di provincia arrivata per grazia ricevuta al ministero del Lavoro digrigna i denti, palesemente furibonda perché la classe, cioè il Paese tutto, non si decide a fare silenzio nonostante abbia già sbattuto il registro sulla cattedra più volte. Da giorni i governanti, appena pochi mesi fa maestri d’ironico understatement, sono impegnati in un tipico  braccio di ferro da osteria della politica, tanto che addirittura Eugenio Scalfari mette da parte i concetti alati per definire il tutto “una gara a chi ce l’ha più lungo” (sic).

Non è un caso che Monti e la sua ministra di prima linea scivolino nell’isteria e rivelino il greve animo dittatoriale su una riforma che dal punto di vista concreto non cambia di una virgola i conti, non garantisce entrate di sorta, non crea posti di lavoro, non attrae investimenti esteri, non invoglia nemmeno l’ultima impresa italiana tentata dalla delocalizzazione a restare in Patria.

La cancellazione dell’art.18 è solo un simbolo. Capita però che il mandato assegnato da chi comanda davvero, cioè la finanza europea, a chi deve eseguirei suoi ordini, il governo italiano sedicente tecnico, sia precisamente quello di portare a Bruxelles quella bandiera. Non è un optional. E’ il trofeo numero uno, la dimostrazione della vittoria conquistata sul campo, non contro la crisi o contro il debito  ma contro i diritti dei lavoratori.

Questo governo non è il primo che si propone di raggiungere questo poco lodevole obiettivo. Gli altri, però, lo facevano a viso aperto, riconoscendosi come uno schieramento liberista e compiutamente di destra. I  professori, invece, intendevano farlo con la solerte e attiva complicità del centrosinistra, spacciandosi per  tecnocrati al di sopra delle parti.

La truffa è arrivata al capolinea. Comunque vada a finire questa sordida vicenda, la luna di miele tra il più feroce tra i governi della Repubblica e il popolo a cui in pochi mesi ha fatto molto danno è morta qui.

Andrea Colombo
Altri online 

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks