Internet, la pena e il diritto all’oblio…

L’articolo di Miro Renzaglia che segue sarà pubblicato domani, 30 marzo, sul settimanale Altri.

La redazione

OBLIO E PENA
INCASTRATI AL NOSTRO PASSATO

 Tutto sbagliato. Fatevi un giretto su Google  seguendo la freccia direzionale della parola “oblio”. Troverete definizioni che con l’oblio non hanno nulla a che fare. In alcuni casi, si confonderà l’oblio con il concetto di rimozione psicanalitica dettato da Freud. Non è questo che significa il termine “oblio”.  Il prefisso “ob”, infatti sta per: sopra, innanzi, prima, contro e annullamento… “Io”, invece, sta per quel che si intendente come particella pronominale della nostra identità cosciente, più o meno razionale. Ricongiungendo i segmenti, allora, abbiamo questo: annullamento, superamento, avversità, priorità della dimenticanza dell’io e delle sue prerogative fondanti.

L’io è una catastrofe (sempre secondo etimo: “katastrofe” sta per “kata” = fine e “strofe” = volgersi, rivoltarsi, ovvero: volgersi alla fine). In nome dell’io (a volte, del “noi” concepito come mera sommatoria di più “io” che si riconoscono in alcuni tratti condivisi dalla storia e dalle convenzioni sociali) sono sempre stati commessi e ancora si commettono delitti atroci. Fa poca gioia considerare che, siccome dall’io non se ne esce con facilità, siamo pur sempre costretti a farcene carico: in nome e per conto di quella perniciosa corticazione del cervello che si chiama identità. In parole povere e spicce, “oblio” sta per: dimenticarsi di sé… Ovvero: non pretendere che le reminescenze di quel che siamo e siamo stati, dettino le conseguenze di quel che saremo e vogliamo essere. Non significa affatto dimenticarsi delle proprie colpe e responsabilità. Non significa rimuoverle: significa, invece, riunuciare a sé. Rinunciare è la parola chiave.

Già, messa così, l’impresa è improba. Si fa presto a dire “Ok: metto da parte il mio io e mi offro all’altro da me, accogliendolo e lasciando che modifichi alla radice il mio autosentimento”. Perché mica è detto che l’altro da me sia modulato sulla stessa intrapresa. Magari, è un super-io  che c’ha più attaccamento di me alla sua autopresunta identità… E allora? Allora, niente: da qualche parte bisogna pur cominciare. E la cosa più immediata è cominciare da sé. E’ un’impresa ad alto rischio: ne va della salute mentale. Però, l’alternativa è peggio: continuare a cullarci sulle certezze  del mondo che riflette all’infinito l’immagine di un dato “io” che nemmeno sappiamo bene chi è.  “Io è un altro” diceva quel poeta scavezzacollo di Rimbaud… E qualcun altro gli faceva eco: “Io, cioè: chi?”.

Detto tutto ciò, riportiamo il discorso a bomba della cronaca dei nostri giorni. Esiste il diritto all’oblio? Ovvero: esiste il diritto che gli altri si dimentichino di noi per darci modo di dimenticarci di noi stessi? In teoria, sì. Lo stesso codice penale in vigore in paesi eredi del diritto romano  sembra garantirlo: pagato il dazio (la pena) per il proprio misfatto (più o meno criminale) avrei diritto alla dimenticanza. Però, ai tempi di internet, è difficile.  Mettiamo il caso di un autore di qualche crimine passato in giudicato. La legge parla chiaro: non si deve continuare a perseguitare il già-reprobo ricordandogli il suo delitto. Giusto. Il fatto è che con questo strumento della comunicazione globale, internet, il ricordo di quel me che non sono più si irradia in moltiplicazione geometrica. E rieccomi là, di nuovo e per sempre, a fare i conti con il passato che non solo non passa ma pretende di essere replicabile al verbo di ogni futuro a venire.

Si dirà: “sono gli inconvenienti della comunicazione totale”. Può darsi. E aggiungo che indietro non si torna: la vera rivoluzione dalla seconda metà del Novecento ad oggi, è stata proprio internet. E se ne dobbiamo pagare uno scotto, lo paghiamo volentieri. Niente altro c’ha dato le stesse possibilità di liberarci dai canoni fissi dell’informazione e del sapere: dall’origine dei tempi. Però, per non cadere nei suoi tranelli, bisogna sviluppare un senso critico superiore a quello che avevamo sviluppato fin qui. Perché internet non è infallibile e va usato con cautela. Troppi neofiti della cultura globale pensano che quello che c’è scritto su Wikipedia, per esempio, sia oro colato. Ma il guasto maggiore è un altro: ai poveri di spirito non sembra vero trovare le risposte che confermino le proprie paranoie. E nelle paranoie, si sa, l’io ci sguazza allegramente.  Basta un mozzicone di articolo, un’immagine sbiadita dal tempo a rinverdire tutti i fasti dell’uomo che “io non scordo”. Una piattola immane, quest’uomo. Una sciagura di d’io (notare l’apostrofo fra la “d” e “io”). “Io non scordo”… e in quelle tre parole non solo lo sciagurato si fa custode di ciò che manco lo riguarda da vicino ma si fa missionario della sacra consegna che il ricordo impera.

Nel 2009, una parlamentare, Caterina Lussana, si è fatta latrice di un disegno di legge per il rispetto del diritto all’oblio su internet. L’iniziativa, ancorché lodevole, era destinata, così come è avvenuto, a cadere nel vuoto. La disciplina giurisprudenziale in vigore, infatti, pur contemplando il diritto all’oblio, dà facoltà agli informatori mass-mediatici di riesumare la rimembranza di chicchessia, qualora fatti di cronaca necessitino delle stampelle del curriculum vitae dell’attore e il diritto di informazione lo reputi opportuno. Così, può accadere che di Adriana Faranda, per esempio, la memoria indefettibile degli “io non scordo” si fermi sulla sua associazione alle Brigate Rosse e all’omicidio di Aldo Moro. Che sia, oggi, un’artista totalmente recuperata al vivere civile lede l’onorata sensibilità manco delle vittime e dei parenti delle vittime (la figlia di Aldo Moro l’ha perdonata…) ma dei custodi e delle vestali della memoria a comando del calendario funebre.  Che quella del ricordo ad ogni costo sia una pratica che non giovi nemmeno a chi se ne fa agente, lo dice la più recente ricerca di scienze psicologiche. Ma chi glielo va a spiegare agli instancabili girovaghi del web? Agli infaticabili mentori della diagnostica biografica di ciascuno di noi?

miro renzaglia

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