Giorgio Ballario. Le rose di Axum…

“Dove vai in vacanza quest’anno?”. “In Grecia”. “Ancora in Grecia, ma ci sei già stato l’anno scorso!”. Questo è il dialogo ricorrente tra me e i miei amici che mi prendono in giro perché almeno due volte l’anno me ne vado in Grecia. Mi considerano un turista seriale e poco curioso. Non gli basta sapere che mio nonno era greco e che io mi ci sento a casa. Per loro rimango un noioso abitudinario. Non si rendono conto che dire Grecia non significa nulla e che in Grecia ci sono montagne, pianure, lande desolate, laghi, isole in quantità, mare, pietraie, a prima vista orrende e inospitali, così cariche di sentimento che si trasfigurano al passaggio. Andarci anche mille volte non esaurirebbe il piacere di starci.

Un po’ li capisco, se la prendono con un altro tipo di turisti seriali che nulla ha a che vedere con me. Ci sono infatti tipi che ogni anno si ritrovano a Positano o a Malindi dove si sono anche costruiti casa, per incontrare altri amici che partono dalla loro stessa città e che vedono tutto l’anno, per replicare uno standard sempre identico a se stesso e per poter confermare, nella loro insicura mente, l’idea che la Costiera e l’Africa sono sempre quelle che loro hanno fissato una volta per tutte nella loro testa.

Ci sono due tipologie di turista seriale. Il primo torna in un luogo perché attratto dalle molteplici variazioni di tono, di suoni, di odori, di colori che vi si possono trovare. Il secondo torna in un luogo per blindarsi in un’idea che per pigrizia non vuole ritoccare.

Esistono anche scrittori seriali e anche questi sono di due tipi: il primo scrive una serie infinita di opere riproponendo sempre la stessa idea, lo stesso concetto, intorno al quale sono modificati gli scenari ma non il nucleo narrativo, dimostrando una rigidità che presto stanca il lettore. Il secondo che, ripresentando lo stesso schema narrativo, lo trasforma, con la scrittura, costruendo ogni volta, con gli stessi ingredienti, una leccornia gastronomica che, pur ricordando nei profumi, nelle forme, nei colori, negli odori, nelle atmosfere le sue opere precedenti, è da queste distinto e offre sempre una novità nella continuità, attirando con forza la curiosità del lettore.

Tra gli scrittori seriali del primo tipo, con rammarico cito Hermann Hesse, mio amore adolescenziale che non regge a una rilettura adulta. Tra quelli del secondo tipo mi viene in mente Simenon che non si ripete mai nonostante l’infinita sequela di Maigret sfornati.

Fa parte di quest’ultima categoria di scrittori seriali, con le dovute differenze, anche Giorgio Ballario che con la nuova (per lui) casa editrice Hobby&Work ci ha regalato la terza puntata delle indagini del Maggiore Morosini in un libro evocativo fin dal titolo Le rose di Axum.

Per chi ancora non si è avvicinato, e necessariamente affezionato, al Maggiore Morisini ricordo che stiamo parlando di un Maggiore dell’esercito di stanza in Africa negli anni in cui l’Eritrea era una nostra colonia che indaga sui casi che gli vengono affidati, dipanando quegli intrighi. È stato così in Morire è un attimo e in Una donna di troppo, i due suoi romanzi che precedono questo.

Nel nuovo episodio, di questa che va delineandosi come una vera saga, Il Maggiore Morosini, siamo nel 1936, dovrà dipanare una storia intricata e complessa a partire da un misterioso omicidio. Nelle saline di Massaua viene ritrovato un corpo completamente sfigurato e orribilmente mutilato. Unico indizio la misteriosa parola “Axum” che il morente, prima di spirare, riesce a profferire.

Da qui parte l’avventura che porterà Morosini e i suoi fedelissimi, Barbagallo e Tesfaghì, ad Axum, al seguito di una strana spedizione archeologica, voluta dal Reich tedesco, sulle tracce del mitico re Caléb.

Il viaggio che da Massaua porterà la spedizione ad Axum è scandito da un perfetto ritmo che ricorda il Ballario a me noto. C’è una lenta progressione in un vuoto pneumatico che lentamente ci presenta i personaggi, le ambiguità che affiorano nei loro comportamenti, i silenzi che nascondono, stratificata sotto la superficie, verità nascoste e imbarazzanti. Solo un tentativo bizzarro di avvelenamento con serpenti s’affaccia nel racconto (e siamo già alla settantesima pagina), ma è quanto serve per il lettore, avvolto dal contesto, per calarsi pienamente nella scena e godersi il successivo crescendo, sempre misurato, che porterà la storia al suo compimento.

Fin dall’inizio Ballario sceglie la via, così a me pare, del depistaggio. Inserisce prima del testo una cartina ma si guarda bene dall’affollarla di preziose informazioni che potrebbero anticipare i tempi. Lo scarno percorso che da Massaua porta ad Axum è più reticente che chiarificatore.

Per far cascare il lettore in una lettura filologica inserisce alla fine del testo un glossario che, se benedetto perché traduce in lingua nostrana i termini eritrei che puntellano la sua narrazione, in realtà è un nuovo astuto tentativo di deviare l’attenzione.

Il consiglio che do a chi vorrà leggere il romanzo è invece di tutt’altro genere. Non usate il glossario, pur necessario alla comprensione, perché non è nascosto lì il sottile piacere della scrittura di Ballario. Leggete le pagine immergendovi solo nei suoni che quelle parole misteriose e arcane: billao, burnùs, zaptiè, sanno donare. Solo attraverso quei suoni si potrà assaporare la scena che incornicia i protagonisti, solo così saranno restituiti gli odori penetranti, i calori asfissianti della pianura e le rinvigorenti frescure delle Ambe. Solo così si potrà odorare il profumo delle rose di Axum. Solo così ci si farà avvolgere da quel baluginare caldo e mortificante e si potrà passarci attraverso verso il disvelamento che proprio dietro quel tremolio ingannevole è nascosto.

Non c’è fretta, soffermatevi, anche qui non fatevi ingannare, su questo raccontare la storia andrà avanti ma senza che questi particolari fondamentali vadano persi. Tutti noi lettori salgariani non possiamo che rendere omaggio a questo stile fatto di suoni ammiccanti più che di significati espliciti. La storia apparirà. L’autore lo permette, ma per fare questo dissemina di piccoli indizi la scena, con la sapienza di chi sa accennare per poi ritrarsi.

È così che Ballario inserisce nel racconto a proposito della spedizione archeologica il riferimento all’ Ahnenerbe  ed alla Thule Gesellschaft, oscure organizzazioni esoteriche del Reich che ai meno accorti ricorderanno film come Sette anni in Tibet o un qualche Indiana Jones ma che invece sono una porta aperta ai curiosi che ricorderanno interpretazioni del nazismo che Giorgio Galli ha condensato nel suo Hitler ed il nazismo magico e che Alleau ha ampliato in Le origini occulte del nazismo, oppure il più vetusto Prima che Hitler venisse di Von Sebottendorff in cui è analizzato quel brodo esoterico, misterico, anomalo da cui Hitler trasse alcune delle sue fuorvianti teorie.

Come non può sfuggire un riferimento ad Eco e al suo Il nome della rosa nell’intrigo monastico di Axum in cui, forse non casualmente, compare un Malakias. E che dire poi della citazione di Evola e del Kali Yuga?

Una serie d’inviti ad amplificare la lettura e il suo senso, in un altrove che permea il racconto e che spinge a svelarne il complesso edificio.

C’è spazio anche per la presenza di personaggi storici cui Ballario rende omaggio con rispetto, come nel caso del giovane Hugo Pratt che compare a Massaua (un anno prima della sua reale presenza, come ci avverte lo stesso autore) per ritrarre Morosini e i suoi, o con ironico affetto, quando fa incontrare Morosini con Marinetti. Un Marinetti un po’ imbolsito, ingrigito e non più elettrico come negli anni ruggenti.

Una narrazione che, pur non perdendo mai il teso filo degli accadimenti, viene arricchita da un gioco ambiguo di specchi, volto a incuriosire il lettore, ad ammaliarlo e a depistarlo, in una serie di rivoli o universi paralleli che sono un po’ come le trappole e i trabocchetti inseriti dagli abili architetti delle piramidi per sviare i cercatori del tesoro. Una serie di cunicoli benedetti che rendono Ballario quasi complice dei furfanti che alla fine Morosini smaschererà.

Non mancano pagine di sottile fascino poetico, come quando, nel capitolo il dito e le stelle, Morosini ricorderà il padre, guardando il firmamento stellato che chi non ha conosciuto l’Africa non può nemmeno immaginare. Un caleidoscopio d’immagini nitide, di luci sfolgoranti, di tremolii ingannevoli, di rimandi sornioni, di citazioni incuriosenti, giocato tutto su quello stile fatto di suoni da cui, come in un’epifania sonora, tutto prende forma.

Una sorta di piccola sinfonia armonica, ricca di variazioni, in cui spunta una sola piccola dissonanza che mi ha ferito l’orecchio: quel “zum teufel” messo in bocca alla fotografa tedesca al seguito della spedizione che mi ha ricordato i SuperEroica. Tipica espressione un po’ stereotipata del celebre fumetto di guerra che a me però non è piaciuta.

Piccola cosa, irrilevante stecca, in un romanzo affascinante e ricco d’armonie.

Mario Grossi

 

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

Frascati, 24 marzo 2012

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