Fiorella Mannoia. Tour 2012…

Puoi cambiare direzione tutte le volte che vuoi, se non hai paura di smarrire la strada. Se non hai fretta di arrivare in quel determinato posto, in quel determinato modo, in quel determinato tempo. Gli altri ci vedranno una digressione, ammesso che si curino di te e vengano a sapere dei tuoi andirivieni nel mondo. Forse temeranno che tu ti stia perdendo. Forse ne saranno sicuri, perché mai e poi mai loro si azzarderebbero a fare altrettanto.

Tu continuerai a fare quello che fai sempre, dentro o fuori la mappa di ciò che è prevedibile: proverai ad aprirti allo spirito del luogo, a cogliere in uno sguardo, in un’intonazione, in una scena quotidiana, o in uno scenario che è lì da secoli, il tuo catalizzatore per un ricordo perduto. O per un pensiero inaspettato. L’emozione che si annuncia come un vento che inizia a soffiare. È caldo. È mutevole. È come se fosse vivo.

Fiorella Mannoia lo ha detto chiaramente nel titolo del suo ultimo album, quale sia la direzione del momento. “Sud”. Un monosillabo da capitano della nave (a vela, si intende) che parla a un equipaggio fedele e capace di seguirlo in capo al mondo. O da viandante che parla a se stesso, ma che lo fa a voce alta (in realtà poco più di un sussurro) per il bisogno di cominciare, attraverso le parole che si pronunciano, a gettare un ponte tra i desideri interiori e la realtà. Impossibile sapere se, e come, e quanto, si potranno realizzare. Ma intanto è bello, fare la prima mossa. Mettersi al lavoro. Mettersi in cammino.

L’album è uscito verso la fine di gennaio. E in questi giorni ha preso il via il nuovo tour, che si snoderà in due fasi: la prima che si concluderà a Torino il 4 aprile, il giorno del suo compleanno; la seconda che inizierà il 29 successivo a Reggio Emilia e che, a meno di ulteriori ampliamenti, avrà la sua ultima tappa a Varese il 23 maggio. Come ha sottolineato lei stessa un paio di anni fa, «Il contatto del pubblico è l’ossigeno di un artista».

Allora si era nel pieno del tour acustico, e l’obiettivo era rileggere il repertorio in una chiave diversa. Ancora più intima. Ancora più capace di far emergere il coinvolgimento personale in ciò che si canta, depurandolo di ogni tributo agli standard radiofonici. L’interpretazione che tende a una totale compenetrazione. Le stesse melodie e le stesse parole: ma un fremito ulteriore di sincerità. I ricordi che diventano confessioni. Lo so che ne abbiamo già parlato. Lo so che molti di voi ne conoscono a memoria ogni dettaglio. Ma non stiamo passando in rassegna i fatti. Stiamo tentando di riaccenderne i fuochi. Quelli che fanno bene, e più ti avvicini e più ti scaldano. Quelli che fanno male, perché brillano in luoghi che hai perduto per sempre e nei quali non potrai più tornare.

La tournée di quest’anno ha intenzioni diverse. Così come l’album che la precede è assai diverso da quello che anticipò i concerti del 2010. Ho imparato a sognare era una raccolta di cover, dagli esiti altalenanti: ottima nella riproposizione di Le tue parole fanno male di Cesare Cremonini e di C’è tempo di Ivano Fossati; fuori registro alle prese con Una giornata uggiosa di Lucio Battisti. Un azzardo che lei provò a giustificare ammettendo le difficoltà dell’impresa, visto che «cimentarsi con un autore così popolare è sempre difficile», ma che poi aveva corso comunque in nome della discutibilissima logica del «Poi però ti domandi, perché no?».

Una svista grave, per un’interprete della sua finezza: il “perché no?” si accontenta della mancanza di una controindicazione tassativa, che peraltro è quanto mai prossima, e incombente, proprio nel caso di Battisti; il “perché sì”, nel senso di una o più ragioni precise e rilucenti, si nutre di un’empatia autonoma. Più spontanea per un verso. Più meditata, o interiorizzata, per l’altro. Non essendoci da rendere omaggio alla grandezza altrui, esponendosi ai paragoni inevitabili, e ingombranti, con le versioni originali, si è liberi di fissare da sé le proprie coordinate. Invece di affannarsi a reinventare, prendendo le distanze per forza, si può inventare a piacimento, facendo i conti solo con se stessi.

Sud, in effetti, ha ritrovato esattamente questa prospettiva. In una discografia che dal 1999 in avanti ha vissuto molto di antologie e di live, riducendo i veri album di inediti a Fragile del 2001 e a Il movimento del dare del 2008, il nuovo disco ha il suo primo merito nell’approccio artistico. Che aspira a (ri)unire le emozioni e i concetti. I concetti e gli intenti. Non solo il piacere della musica, che rischia sempre di sprofondare nel semplice svago, ma anche la responsabilità nei confronti del mondo reale, che ha sempre più bisogno dell’attenzione di chi ne abbia a cuore le sorti.

«Ho maturato l’idea di questo disco dopo aver letto il libro di Pino Aprile Terroni: è stato talmente scioccante constatare che quello che avevamo letto nei libri di scuola era lontano da quello che realmente era successo intorno all’unità d’Italia, che nel mio piccolo sentivo di voler fare qualcosa per contribuire a ridare al Sud un po’ della dignità che gli era stata tolta. Ragionando sul nostro Sud era inevitabile che lo sguardo si estendesse a tutto il Sud del mondo che condivide più o meno la stessa storia e lo stesso destino: depredato, saccheggiato, tenuto lontano dal progresso e abbandonato a se stesso e il pensiero naturalmente è andato all’Africa terra di conquista e di saccheggio per eccellenza.»

Senza farsi illusioni sulle possibilità di rovesciare secoli di storia, e di sopraffazioni, con un pugno di brani: «Lontano da me l’idea che questo piccolo lavoro possa cambiare lo stato delle cose. Questo disco vuole essere solo un piccolo contributo al Sud cercando, attraverso la musica, di rappresentarne l’allegria, la disperazione, la malinconia, la nostalgia e naturalmente la migrazione dei popoli che tutto il Sud del mondo si porta dietro».

Viene prima il lavoro duro nei campi, della festa del raccolto. Viene prima il sentire le cose dentro di sé, del momento magico in cui si riuscirà a comunicarle agli altri.

Federico Zamboni

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