Elio Pagliarani e la Signorina Carla

L’articolo che segue è stato pubblicato venerdì scorso, 16 marzo, sul settimanale Altri.

La redazione

ELIO PAGLIARANI
NON AVREBBE VINTO SENREMO 

(miro renzaglia) - Non si è Elio Pagliarani per caso. Ovvero, non si è poeti perché ci si sveglia la mattina con l’ispirazione che il cor coll’anima solleva. Ci vuole incudine e martello e molta lima per tirare fuori la materia, per dare forma alle parole. Una forma che resti, s’intende. E poi, bisogna inventarsi una lingua. La propria, non una lingua qualsiasi. Una lingua che sappia restituire nuovo sentimento alla realtà, farla vivere di una luce realisticamente magica. Se si riesce in tutto questo, allora è poesia e si è poeti. Ecco, Pagliarani, deceduto a Roma l’8 marzo scorso (era nato a Viserba, il 25 maggio 1927) c’è riuscito benissimo.

Quando aderì al “Gruppo 63”, la principale Neoavanguardia italiana della Seconda metà del Novecento, Pagliarani aveva già pubblicato, nel 1954 con  Schwarz, le raccolte Cronaca e altre poesie e, nel 1959 con Veronelli, Inventario privato. Ma sarà,  il poemetto sperimentale La ragazza Carla, scritto fra il 1957 e il 1959, apparso dapprima, sul n. 2 del “Menabò” pubblicato, infine, in volume per la Mondadori nel 1961, con la sola variante di un verso rispetto al testo consegnato al periodico letterario, che lo porrà all’attenzione della critica letteraria. E in questo poemetto, c’è il Pagliarani che confermerà, verso dopo verso, testo dopo testo della sua scarna produzione successiva, che si conclude con La Ballata di Rudi (Marsilio, 1995) il linguaggio e il timbro narrativo della sua poesia, in quell’ «epica del quotidiano» che lo rende attualissimo. E non solo per il linguaggio.

Prendiamo, ad esempio, l’incipit del secondo capitolo: «Carla Dondi fu Ambrogio di anni
 / diciassette primo impiego stenodattilo
 / all’ombra del Duomo. // Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
 / sia svelta, sorrida e impari le lingue
 / le lingue qui dentro le lingue oggigiorno / 
capisce dove si trova? Transocean Limited
 / qui tutto il mondo…
 / è certo che sarà orgogliosa. // Signorina, noi siamo abbonati
 / alle Pulizie Generali, due volte / 
la settimana, ma il Signor Praték è molto / 
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
 / nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
 / sarà sua prima cura la mattina. / Ufficio a ufficio b ufficio c».

Letto? Ora provate a sostituire la sola parola “stenodattilo”, contenuta nel secondo verso, con “call center” (o analogo luogo di attuale alienazione lavorativa) e rileggetelo. Fatto? Bene: non lo trovate di una straordinaria attualità compatibile con le storie dei giovani d’oggi in affannosa ricerca d’un lavoro purchessia, dove per una paga da miseria si chiede al fortunato assunto di tutto e di più? E guai a sgarrare, perché per una minima infrazione si rischia il “posto”. Da precario, certo, ma pur sempre “posto”. Proprio come accadrà alla signorina Carla che, per aver rifiutato le avance del “datore”, si sentirà in obbligo di chiedergli scusa, nel timore di subire l’oltraggio più grave: il licenziamento. Oggi, lo chiameremmo mobbing o stalking, ma il concetto resta quello.

Per quanto la lettura vi si presti, sarebbe però sbagliato ritenere La ragazza Carla un manifesto di denuncia sociale, tanto meno secondo paradigmi marxiani (del resto, non bisogna essere per forza marxisti per empatizzare con gli sfruttati e Pagliarani, che fondò una sezione giovanile del Msi a Viserba, marxista non era). E’ lui stesso a spiegare di cosa invece si tratta: «La vicenda del poemetto, cioè la moderna educazione sentimentale, cioè come si impara o non si impara a crescere, ce l’avevo già tutta o quasi nel ’47-’48, cioè proprio nel tempo del racconto della Ragazza Carla, quando ero impiegato come traduttore dall’inglese e dattilografo in una società milanese di import-export». Una proiezione estatica, quindi,  attraverso il linguaggio sperimentalmente realistico, plurale e polifonico con la finalità, realizzata, di liberarsi dalla  «tirannia dell’io» e accogliere, senza reticenze, senza moralismi, senza inutili pietismi di maniera l’altro da sé, in sé, nell’umanità dello stare al mondo.

Tutt’altro, insomma, di cosa oggi riescono a fare con espressioni che pure si reputano “artistiche” quanti ci spiattellano il loro pianto accorato per le turpitudini del migliore dei mondi possibili. Basta vedere, o meglio: ascoltare (se ne avete lo stomaco)  la performance canora di Emma Marrone, vincitrice, si fa per dire, dell’ultimo Festival di Sanremo, con un testo che tra l’altro recita:  «Se tu hai coscienza guidi e credi nel paese / dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare, / per pagarmi dove stare, dimmi che cosa devo fare. / Se sapesse che fatica ho fatto / per parlare con mio figlio che a 30 anni / teme il sogno di sposarsi e la natura di diventare padre / Se sapesse quanto sia difficile il pensiero / che per un giorno di lavoro / c’è chi ha ancora più diritti / di chi ha creduto nel paese del futuro».

Ora, non è detto che bisogna essere per forza Elio Pagliarani, anche perché non è facile, ma pure a essere l’autore di un testo per musica come questo, tal Kekko dei Modà, ci vuole un certo ingegno. E’ difficile, infatti, mettere insieme tante banalità e avere pure il coraggio di titolarle Non è l’inferno, con la pretesa di denunciare il malessere sociale dei nostri giorni.

In un’autocommento alla sua opera, Elio Pagliarani scriveva amaramente: «E certo, al tempo della Ragazza Carla non solo l’autore coltivava “svariate idee d’amore e di ingiustizia”, ma anche tutto il nostro Paese: non così certamente negli anni della conclusione della Ballata di Rudi, e anche prima, anche molto prima». La Ballata – ricordiamolo – fu conclusa, dopo una gestazione ventennale, nel 1995. Possiamo ritenere con sufficiente grado di attendibilità che anche dopo, anche molto dopo il 1995, quelle «svariate idee d’amore e d’ingiustizia» hanno continuato a declinarsi in negativo.

miro renzaglia

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