Cacciate per un nudo d’artista. Se Facebook riabilita la Buon costume

Sono stata segnalata su Facebook per attività oscene e pornografiche – dai, non ridete, è la verità. Primo peccato: un video di Richard Kern, artista americano straordinario, che in gioventù ha prodotto opere molto audaci e adesso, ammansito dall’età o dalla temperie sociale sfavorevole, appena un filmatino in cui delle ragazze lasciano svolazzare la gonna e intravvedere le mutande. In quell’occasione una serie di femministe moraliste (definizione dell’ottima Valeria Ottonelli, che ha scritto per il Melangolo La libertà delle donne. Contro il femminismo moralista) mi hanno accusato di sfruttare il corpo delle donne e di esser maschio (embè? anche fosse? “maschio” a casa mia non è ancora un insulto, amo i maschi). Le signore in questione mi dileggiavano chiamandomi “sedicente femminista”. Ora, sono femminista da quando avevo 14 anni e tutta la mia vita e il mio lavoro  lo testimoniano. Ma loro aggiungevano: «Avevamo avuto notizia di tue posizioni politiche preoccupanti, ma volevamo darti un’altra possibilità». Una possibilità di redimermi e diventare conformista, integralista, misogina e sessuofoba? L’ho sprecata, evidentemente.

L’idea che il femminismo abbia come scopo principale mettere le mutande alle statue è ridicola e, questa sì, oscena. Il femminismo è stato un movimento molto trasgressivo e libertario, eravamo scatenate, ne facemmo di tutti i colori, e certo non auguravamo a noi stesse di diventare donne per bene. Comunque, tornando alla cronaca, per il video di Kern sono stata solo ammonita: se lo rifai, mi ha detto Facebook, passi i guai tuoi. Infatti la seconda volta sono stata sospesa 24 ore per aver postato la locandina di una mostra di Luca Donnini, fotografo di talento immenso, che manifesta un tenero amore per il corpo femminile di ogni forma ed età (se volete un assaggio del suo genio guardate QUI). Nella foto che ha sconvolto i miei rieducatori virtuali si vede una ragazza di spalle che si depila con il rasoio nella doccia. Sorpresa dall’obiettivo, si volta e ride. Ero appena stata riammessa alle dubbie gioie del social network, quando Zuck mi ha punita di nuovo: sospesa per tre giorni perché in passato ho condiviso una foto di Jane Birkin sdraiata sul suo letto senza vestiti. È secondario, ma si tratta di una foto firmata da Richard Avedon negli anni Sessanta, quando l’arte era rispettata, sostenuta, amata, non vilipesa.

Le segnalazioni sono anonime, quindi chi mi denuncia per oscenità può lapidarmi senza esser visto. Non è necessario, inoltre, che costui sia fra i miei contatti, basta che uno dei miei amici – o nemici – di fb condivida una foto prendendola dalla mia bacheca perché qualcuno che non conosco né, spero, conoscerò mai, veda, deplori, mi segnali. Lo stesso odio moralista che colpisce me perseguita da mesi anche la scrittrice Melissa Panarello, continuamente segnalata e bloccata, l’ultima volta per foto di rugbisti in braghette pubblicate mesi fa. Amiche e amici mi raccontano che, in giro per il social network, altri subiscono la stessa sorte, soprattutto gli appassionati di arti figurative, per non parlare di chi viene cacciato perché condivide foto di donne che allattano i loro bambini. C’è qualcuno in giro, dunque, che spulcia morbosamente le bacheche altrui per colpire alle spalle, e sempre per ragioni legate al corpo, alla sessualità, all’arte e all’amore. Come dice la mia amica Irene Leuci, che è un’artista e medita ormai di espatriare, viviamo in un paese noiosissimo. Però, forse, gli impiegati italiani di Zuckerberg addetti alla censura dovrebbero leggere qualche libro e sfogliare qualche catalogo d’arte, così riconoscerebbero almeno un nudo di Picasso o una foto di Avedon. Inoltre protesto vivamente contro le segnalazioni anonime: di certa gente sarebbe meglio annotarsi il nome e non rischiare, magari, di votarla per il consiglio comunale alle prossime elezioni amministrative in una lista politicamente corretta, di sinistra, e con il 50 per cento di donne.

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Paola Tavella
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