Art. 46 della Costituzione Italiana/2. La legge Morandi…

Nel quadro degli studi preparatori per la proposta di legge applicativa dell’art. 46 della Costituzione italiana, che Il Fondo intende intraprendere, proponiamo degli estratti dalla tesi di laurea di Gianluca Passera. Quello che segue, è il secondo paragrafo del III Capitolo. Il primo paragrafo, si può leggere QUI.

La redazione

Sempre parlando di art. 46 della Costituzione, risulta utile approfondire l’idea sostanziale del progetto Morandi che vede nel “Consiglio di gestione”, uno strumento di collaborazione ad ampio respiro mirante ad elaborare politiche industriali e ad amministrare l’economia. Il disegno di legge prevedeva: che fossero costituiti Cdg. nelle aziende con almeno 250 dipendenti nell’ultimo triennio, o che fosse possibile socializzare le aziende che per la natura della loro attività, rivestivano carattere di pubblico interesse, in questo caso come si può notare, si ha un innalzamento dei limiti numerici per la costituzione dei Cdg., infatti il decreto Mussolini prevedeva essere socializzabili le aziende con almeno 100 dipendenti, quindi con un aumento notevole delle realtà che avrebbero potuto essere socializzate.

Il Cdg. avrebbe dovuto essere composto in modo paritetico tra capitale e lavoro, con la specifica che i membri nominati dall’imprenditore sarebbero stati scelti tra i consiglieri di amministrazione o tra i dirigenti dell’impresa, oppure in alternativa e in particolari condizioni, gli statuti dei Cdg. avrebbero potuto stabilire che la scelta ricadesse su persone estranee all’azienda. Nel caso di imprese con pluralità di centri di produzione, era prevista l’istituzione di altrettanti Cdg. di stabilimento, presieduti dal direttore tecnico, la legge lasciava poi agli statuti di ogni singola azienda, la possibilità di determinare le funzioni del Consiglio di stabilimento e il Consiglio d’impresa gerarchicamente superiore.

Per quanto riguarda le votazioni all’interno del Cdg., il regolamento prevedeva la maggioranza semplice dei presenti, in caso di parità sarebbe stato determinante il voto del presidente. Un articolo molto interessante (e al di fuori di ogni logica sindacale odierna) è il numero 14, nella parte in cui si specifica che durante il periodo in cui il lavoratore avesse ricoperto la carica di membro del Cdg e sino ad un anno dalla cessazione dell’incarico, egli non avrebbe goduto di miglioramenti straordinari di carriera, di aumenti di stipendio e in genere di emolumenti diretti o indiretti, che non rivestissero carattere generale o di uso, salva deliberazione del Cdg.

La partecipazione diretta dei lavoratori all’indirizzo dell’impresa che si raggiungeva in tal modo era molto profonda, le competenze tecniche della forza lavoro partecipavano al miglioramento della qualità produttiva e organizzativa dell’impresa, la completa condivisione delle scelte dell’impresa si sintetizzava nell’obbligo da parte degli organi direttivi, di comunicare tempestivamente al Cdg. le informazioni riguardanti gli investimenti prospettati nell’azienda, costi di produzione, beni e servizi. Il Cdg. era investito di poteri solo consultivi, in materia di: indirizzi dell’attività dell’impresa, programmi produttivi, ottimizzazione della produzione e utilizzo delle materie prime, razionalizzazione del lavoro e distribuzione quantitativa del personale. Era invece dotato di poteri vincolanti e quindi deliberativi in materia di: funzionamento dell’organo stesso di gestione, erogazione e destinazione di somme a fini sociali e migliore utilizzazione delle maestranze.

Il progetto assegnava inoltre al Cdg., la possibilità di verificare l’esecuzione dei piani industriali da parte dell’impresa, tramite poteri di controllo su materie prime, documenti amministrativi e contabili. Assumevano alla fine particolare importanza, i comitati di coordinamento dei Cdg. su scala territoriale, che venivano eletti in speciali congressi e a cui potevano attribuirsi poteri di iniziativa, di consulenza e di decisione secondo le determinazioni del ministro per l’industria. In sintesi il progetto Morandi è, alla luce di quanto analizzato, un ottimo progetto, organico, che capisce il senso della socializzazione e ne cerca la realizzazione, anche se con ogni probabilità non ne penetra la vera essenza. Morandi vede nei consigli di gestione, un organo di tutela necessaria degli interessi della collettività, nei confronti di ristrette categorie e gruppi, che rincorrono interessi particolari. Si considerava infine, la costituzione di “comitati di coordinamento” eletti in appositi congressi tra i delegati dei dipendenti d’impresa. Anche a tali comitati, si potevano attribuire poteri di iniziativa, consulenza e decisione, secondo le determinazioni del Ministro dell’industria e di altri ministeri interessati.

Il disegno ha se vogliamo, un unico limite: pone ancora il Cdg. e gli operai che lo compongono in contrapposizione al capitale aziendale e all’imprenditore, ma è sicuramente un ottimo inizio. Comunque neppure il progetto Morandi purtroppo trovò all’epoca, pratica applicazione: la valutazione negativa di alcuni partiti di sinistra, le diffidenze governative e il colpo di grazia dato dalla crisi dei Cdg., con la ripresa di potere della parte padronale, determinarono l’accantonamento del progetto.

La discussione e la pianificazione dell’articolo 46 in Costituente, diventa un insieme disorganico di proposte, più che altro ideali e politiche, che non tengono in considerazione l’esperienza realmente vissuta nel mondo del lavoro. Alla fine purtroppo, nel testo finale dell’articolo 46 nulla di tutto questo si recupererà, nessuna citazione per i Cdg., nulla per la ripartizione degli utili, nulla sulla partecipazione tecnica consultiva o deliberativa. Sicuramente questo grave peccato è da imputare ancora una volta allo scontro sociale che usò i Costituenti come marionette; da una parte, un concetto liberista di mercato appoggiato da un’ala del Parlamento, dall’altra, la concezione comunista; in mezzo stritolata dagli interessi di questi giganti, tutta la legislazione e l’esperienza collaborativa e socializzativa del periodo.

Certamente la pregiudiziale fascista rispetto a tutto l’apparato dell’esperienza mussoliniana, fece ignorare sia il decreto sulla socializzazione, sia l’esperienza corporativa. Quello che non mi spiego assolutamente dal punto di vista politico: è perché non siano state prese in considerazione le proposte di Morandi nelle discussioni della Costituente, a meno che la politica allora fosse solo un’arma utilizzata per rivendicazioni di classe.

Vista in quest’ottica mi appare chiara anche la vicenda di Duccio Galimberti e della sua proposta costituzionale. Tra i tanti temi che varrebbe la pena analizzare dei documenti di Galimberti, troviamo un pensiero a noi molto caro, “la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa”, che sappiamo essere solo una parte dell’idea socializzativa che abbiamo analizzato sino a questo punto, ma sicuramente una parte importante. Nel breve spazio delle pochissime righe dell’articolo 166, troviamo riflessioni profonde: «Gli operai e gli impiegati delle aziende concorrono al riparto degli utili». Il commento dell’autore che affianca il testo dell’articolo è quanto mai attuale e inerente il nostro studio: «antica aspirazione dell’uomo verso la trasformazione del rapporto di lavoro dalla struttura salariale, alla struttura associativa, vera meta della conquista», quindi il concetto si allarga, dalla suddivisione degli utili alla concezione vera e propria del rapporto di lavoro, sottintendendo che la suddivisione delle attività non è solo un modo per incrementare la busta paga, ma è l’inizio di un profondo cambio di concezione del lavoro, da subordinato a paritario in base alle specifiche competenze, con il capitale.

Infatti, continua Galimberti «di recente uno dei massimi imprenditori italiani ha richiamato l’attenzione sulla necessità di far partecipare gli operai agli utili dell’impresa, per legarli più intimamente al processo produttivo e stimolarli a condividere la responsabilità della gestione… eppure sarebbe questo un notevole passo in avanti anche se il rapporto di lavoro non muta e se resta distante la sua trasformazione. Il sistema in altri termini resta quello primitivo, salariale, ma la funzione del lavoro ne risulterebbe senza dubbio elevata».

Si vede chiaramente in Galimberti, la ricerca di innovazione, e lo stesso lascia intendere che la norma costituzionale in oggetto sarà solo la prima tappa per un radicale rinnovamento della concezione di lavoro, non compare ancora la dimensione superaziendale di Morandi, o l’organizzazione della produzione del periodo corporativista e socializzativo, ma sicuramente il lavoro diventa per il Galimberti soggetto, viene responsabilizzato. Probabilmente nelle intenzioni dell’autore questo era solo il primo passo di un processo di sviluppo che sarebbe poi stato positivizzato sulla base del dettato costituzionale da parte del legislatore ordinario. Perché anche di questa proposta nessuna traccia in Assemblea Costituente?

Purtroppo la risposta la conosciamo e chi non la immagina è probabilmente perché è ancora troppo schiavo di rigidi schemi partitici e classisti, oppure ha le proprie convenienze a far finta di nulla. Mentre scrivo è passata in queste ore la riforma dell’articolo 18, da come si parla di questo oggetto misterioso pare sia la panacea per tutti i mali della nostra struttura sociale. Intendiamoci non credo sia giusto modificarlo, ma provate a riflettere sul perché si è arrivati a questo punto senza poter far nulla, pensateci e probabilmente vi accorgerete che l’unico responsabile è ancora una volta quell’egoismo sociale che abbiamo già visto all’opera nella nostra storia.

Gianluca Passera

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