8 marzo. Una festa vuota…

Arriva ogni anno, puntuale come le tasse, la “festa della donna”. Una giornata, quella dell’8 marzo, che assume sempre più le tonalità di quelle vecchie foto che conserviamo gelosamente in ricordo dei nostri cari estinti, a dispetto dell’arrivo della primavera e del colore pastello dei ramoscelli di mimosa. Una giornata “della memoria”, si potrebbe dire, in ricordo del caro vecchio femminismo che fu, e che mai più sarà.

Quest’anno, anzi, sembra che qualcuno abbia deciso di festeggiarla in anticipo, questa bella ricorrenza, colto da un improvviso scatto di impazienza. È la notte del 4 Marzo, e Mario Albanese, originario di Modugno, ha ucciso a Brescia la ex moglie Francesca Alleruzzo, il suo nuovo compagno, la figlia ventenne di lei e il suo fidanzato, nella stessa abitazione in cui dormivano anche le tre figlie della coppia, rispettivamente di 5, 7 e 10 anni. E l’ha uccisa dopo averla perseguitata per mesi, perché, come recita il vecchio adagio, “o sei mia o di nessun altro”. Una storia – è terribile dirlo, ma è così – come tante, come troppe storie tutte uguali che giornalmente infestano le cronache nazionali, o che magari (se non intervengono eroici carabinieri, o se a rimanere uccisa è solo la ex moglie di turno) non riescono neanche a uscire al di fuori della cronaca cittadina.

Qualcuno potrebbe dire che va bene, che le tragedie accadono a tutti e che la follia purtroppo alberga in posti insospettabili. Però non si tratta di tragedia, né di follia. Si tratta di normalità. Una normalità che è figlia di quella stessa cultura, di quello stesso modo di pensare che ci porta, anno dopo anno, a festeggiare la vuota festa dell’8 marzo.

È una normalità fatta di numeri, cifre, percentuali: secondo il Rapporto Italia 2011, pubblicato dall’Eurispes, in Italia si sono consumati, tra il 2009 e il 2010, circa 10 omicidi in famiglia al mese. Nel biennio 2009-2010 si sono registrati 235 omicidi domestici (122 nel 2009 e 113 nel 2010), la maggior parte dei quali vedeva coinvolti soggetti appartenenti alla medesima cerchia familiare, e di cui ben 57 sarebbero ascrivibili ai cosiddetti “omicidi di relazione”.

Per la maggior parte dei casi gli autori di omicidi “domestici” erano maschi (85,7% nel 2009 e 84,9% nel 2010), ma anche le donne, sebbene in numero decisamente minore, sono riuscite a ritagliarsi qualche momento di gloria. Ad ogni modo, sono state il 70,5% le donne uccise nel 2009 e il 62,8% quelle che hanno perso la vita nel 2010, tra le mura domestiche. Tra queste, la maggior parte erano mogli o conviventi. Se poi si andasse a indagare nel settore delle violenze domestiche i risultati sarebbero ancora più gravi.

Dunque, normalità. Peggio, quotidianità. Una quotidianità che si fonda non tanto sul problema del genere (che è marginale), quanto sull’evidente confusione tra il concetto di amore e quello di possesso. Un fraintendimento “storico”, e che tuttavia una società fondata sul culto della “proprietà” non riesce ancora a risolvere.

Il problema del genere, poi, viene di conseguenza. Ce lo ricorda Simone de Beavoir, dalle sue foto dai toni seppiati: «La situazione della donna si presenta in questa singolarissima prospettiva: pur essendo, come ogni individuo umano, una libertà autonoma, ella si scopre e si sceglie in un mondo in cui gli uomini le impongono di assumere la parte dell’Altro […] pretendono di irrigidirla in una funzione di oggetto e di votarla all’immanenza, perché la sua trascendenza deve essere perpetuamente trascesa da un’altra coscienza essenziale e sovrana». Simone de Beavoir, pioniera del femminismo, fu la prima, nel suo trattato “il secondo sesso”, ad affrontare una seria riflessione sull’inesistenza del soggetto-donna, partendo dall’analisi per cui in ogni cultura stereotipi, miti e rappresentazioni letterarie sono determinati dalla società, una società in cui l’uomo si è posto da sempre come unico e solo creatore della cultura. Un fraintendimento, quindi, quello tra “amore” e “possesso”, che deriverebbe dall’uomo, e che solo in questo senso potrebbe determinare una vera e propria questione di genere.

Eppure da Simone de Beavoir il femminismo ne ha fatti di passi avanti (anche se, a dire il vero, dopo gli anni ’90 sembra che le donne abbiano incominciato a ripercorrere il cammino in senso inverso), e incolpare l’uomo di tutte le storture della nostra cultura e della nostra società – o del fatto che le donne le accettano senza porsi problemi – può essere utile solo fino a un certo punto. Dalle teorie femministe si è ben presto passati ai “gender studies”, che a loro volta si sono evoluti nelle teorie queer. L’identità di genere viene ben presto disancorata (per lo meno a livello teorico, e ovviamente non in Italia) dalla biologia, e Judith Butler, massima ideologa della teoria “queer”, inizia a postulare la mutevolezza di un soggetto sempre più complesso e difficilmente riconducibile a categorie prestabilite.

E si ritorna all’8 marzo. La “festa della donna”, una ricorrenza per la quale ci dovrebbe essere ben poco da festeggiare. L’8 marzo è ricordo di una tragedia, una tragedia che risale al 1908 e che coinvolse un gruppo di donne morte a causa di un incendio nell’industria tessile in cui lavoravano, bloccate all’interno della struttura dal proprietario a causa della loro decisione di protestare contro le condizioni atroci in cui erano costrette a lavorare. L’8 marzo è una ricorrenza che porta la firma e il volto (anche questo nelle tonalità dei grigi) di Rosa Luxemburg, che proprio in ricordo della tragedia propose questa data come una giornata di lotta internazionale a favore delle donne.

E si ritorna all’attualità, alla normalità del nostro tempo. Un tempo in cui la questione di genere si è ridotta alla libertà delle donne di protestare contro loro stesse, creando nuove immagini e nuovi stereotipi per screditare “l’Altra”, laddove una volta si screditava “l’Altro”: puntando a creare nuove categorie, piuttosto che cercare di buttar giù i paletti di quelle precedentemente costruite. Un tempo in cui la giornata della donna viene sfruttata per far girare denaro, piuttosto che per porre l’accento su una situazione (quella degli omicidi e delle violenze domestiche) che è lontana anni luce dalla sua risoluzione. Una situazione in cui donne e uomini cessano di esistere, e in cui al loro posto subentrano gli oggetti, insieme a tutto ciò che può essere posseduto.

E allora, oggi, una sola domanda sorge spontanea: a cosa serve una festa della donna, nel momento in cui abbiamo perso il nostro senso di umanità?

Susanna Curci

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