Spencer Susser. Hesher è stato qui

Metti un elemento estraneo all’interno di una famiglia con problemi di comunicazione, o quanto meno di comprensione immediata, e avrai sicuramente un effetto imprevedibile. Comunque un sussulto, uno scossone dal torpore che si annida in consolidate routine o in depressioni dovute a una perdita improvvisa. Se poi questo elemento estraneo è proprio parecchio estraneo, portatore di un linguaggio, verbale e non, in un primo momento difficilmente decifrabile, il cortocircuito sarà ancora più evidente.

Su questo assunto semplice e sempre caro a un certo tipo di cinema, di là dal genere che lo rappresenta, si muove anche Hesher è stato qui, da pochi giorni nelle sale, diretto da Spencer Susser e presentato al  Sundance  Film Festival 2010.

È una vicenda segnata da una perdita, e dall’improvviso vuoto esistenziale che ne deriva per chi resta. T.J Forney è un preadolescente che si trova nella difficile situazione di dover elaborare un lutto imprevisto e inaccettabile: la morte della madre in un incidente d’auto nel quale egli stesso era presente. Chi conduceva la macchina però era il padre, subito caduto in una profonda depressione che lo vede vegetare da due mesi tra le mura di casa. Con loro vive anche l’anziana nonna del ragazzo, che cerca di dare una mano come può. T.J. è anche continuamente vessato da un ragazzo più grande, che lo costringe a sistematiche umiliazioni condite con qualche botta qua e là. Si trova a difenderlo dalle angherie subite una cassiera precaria della zona, di cui T.J. candidamente s’innamora. La vita per lui  sembra essersi fatta davvero molto complicata, e a peggiorare il tutto arriva anche Hesher, un metallaro disadattato e sboccato che si piazza in casa di T.J. nella sostanziale indifferenza del padre, oramai perso nel suo sonno anestetizzato da sogni e ricordi per larghi tratti della giornata. Solo la nonna sembra apprezzare Hesher, che è davvero un tipo fuori dal comune. La famiglia Forney è costretta così a rianimare la sua stanca routine, a prendere coscienza del dolore e della perdita; e in qualche modo Hesher diventa, suo malgrado, un detonatore. L’unico in grado di sbloccare la situazione. Hesher peraltro si affeziona al ragazzino, anche se è incapace di mostrarlo attraverso un’empatia diretta e riconoscibile, tanto che anche lui commette qualche errore, riuscendo persino a farsi odiare da T.J.  Ma il riscatto ci sarà, come anche il finale consolatorio.

Tipico prodotto da Sundance con tutti i tratti dell’opera indie ad uso e consumo delle giovani generazioni, Hesher è stato qui è un film sicuramente imperfetto e a tratti fin troppo studiato, ma affatto privo di elementi d’interesse e di quello slancio vitale necessario a scaldare le emozioni dello spettatore. Nonostante una sceneggiatura non sempre risolta e un canovaccio narrativo tutto sommato prevedibile, la pellicola di Susser, come del resto il suo protagonista, ha impennate improvvise e sincere tensioni malinconiche che inducono lo spettatore alla spontanea adesione agli interrogativi esistenziali dei personaggi legati al senso della perdita e alla necessità di risollevarsi di fronte a una vita che preme, che non si ferma ad aspettare. In ciò Hesher è stato qui pone l’accento sul tema dell’opportunità, sulla capacità di poggiarsi sull’imprevisto per smuovere situazioni altrimenti stagnanti: il metallaro anticonformista interpretato da Joseph Gordon-Levitt è proprio quest’elemento di disturbo, inizialmente percepito da T.J come ulteriore zavorra su una vita passata in un lampo dalla tranquillità affettiva alla disperazione, interiorizzato a piccole dosi per opporre scudo a una realtà ingiusta soprattutto in fase di crescita. Qui Hesher diventa film di formazione e viaggio iniziatico, ideale trapasso dall’infanzia all’adolescenza attraverso la progressiva presa di coscienza di una realtà in cui i vuoti vanno necessariamente colmati da chi resta. Chi resta, dopo una morte, ha ancora più responsabilità. Sembra prenderne coscienza, per ultimo, anche il padre di T.J. cui Hesher apre gli occhi attraverso un singolare, improbabile ma comunque efficace discorso pronunciato a una veglia funebre. Oggetto del discorso: la perdita di un testicolo e la conseguente difficoltà del protagonista ad accettare una simile, definitiva mancanza.

Certamente una bizzarra metafora, quella che Susser mette in bocca ad Hesher, ulteriore dimostrazione di come la sceneggiatura (curata dallo stesso Susser insieme al brillante regista di Animal Kingdom, David Michod) scelga di mescolare dramma e satira, malinconia e cinica ilarità (si era al capezzale della nonna morta). Convincente il cast, in cui Joseph Gordon-Levitt, seppur antropologicamente poco adatto al ruolo, dimostra ancora una volta la sua versatilità professionale (lo abbiamo apprezzato soprattutto in tre pellicole molto diverse tra loro, come Mysterious Skin, Inception e 500 giorni insieme e lo vedremo prossimamente ne Il cavaliere oscuro – il ritorno) e in cui è perfetto il giovanissimo Devin Brochu, nel ruolo di T.J., il cui volto espressivo non ha bisogno di troppe parole per restituire i dubbi e le malinconie del personaggio interpretato. Nota di merito anche per la rediviva Piper Laurie, nei panni della nonna, un tempo incarnazione di personaggi malvagi e inquietanti (Carrie lo sguardo di Satana, Trauma, I Segreti di Twin Peaks) e qui accomodante vecchietta, per Rainn Wilson, nel ruolo del padre del ragazzo e di una quasi irriconoscibile Natalie Portman, coproduttrice del film, che occulta la sua bellezza dietro occhialoni sgraziati nei panni di una cassiera che non noterebbe nessuno o quasi. A corredo del tutto, le canzoni dei Metallica, ideale colonna sonora per le alterazioni improvvise di Hesher, culminate sovente ella distruzione dell’ambiente circostante.

Il risultato nel complesso è soddisfacente, e chi ama il cinema indie non resterà certo deluso, nonostante  – o forse proprio per – quel senso di déjà vu (disagio e storie di formazione) che accomuna molte pellicole accolte con interresse al Sundance.

Federico Magi

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