Slow Food? Un affare per pochi…

Mi pento sempre, dopo essermi incazzato. “Lacrime di coccodrillo” m’ha detto sempre mia madre, da quand’ero ragazzino. Perché non è mai bello litigare con una persona, perché sono un villano ed alzo la voce e perché alla fine mi ritrovo con il dire la metà delle cose che avrei voluto dire. Non so discutere, e prima o poi con questa cosa ci farò pace. Alle volte non ne ho proprio l’occasione, di discutere e di imparare a farlo, perché il mio interlocutore è peggio di me.

L’altra sera al Teatro Fellini di Pontinia, dopo la proiezione del film ‘Così mangiavamo’, mi sono ritrovato a discutere – molto pacatamente, a dire il vero, visti i miei standard – con un logorroico esponente di Slow Food. Ha detto di essere del presidio di Priverno e non ho motivo di dubitarne. Era venuto a dire che quelle terre – l’agro bonificato, terre che i privernesi rivendicano da una vita, così come tutti quelli dei Monti Lepini e che, se potessero, ci verrebbero a togliere dalla sera alla mattina – una volta erano piene di grano mentre oggi non coltiva più nessuno. “Eh,  quant’erano belle quelle distese di grano di una volta. Prima si stava bene, si campava più semplicemente, si mangiava genuino. Oggi invece è tutto uno schifo. O quasi tutto, perché ci siamo noi di Slow Food che tentiamo di preservare la memoria culinaria, di riproporre prodotti genuini”. Così, o più o meno così – non sono come Truman Capote che ricordava il 96% delle parole di una conversazione – è stato l’esordio.

Finito il film, riaccese le luci in sala, afferrato il microfono, l’esponente di Slow Food non ha perso tempo ed è entrato nel vivo del problema. Pronti-via e io mi sono ritrovato ad agitarmi sul seggiolino e a fare i commenti di frustrazione al vicino di poltrona. E’ un’abitudine brutta, della gente cafona che non si sa tenere il cecio in bocca e deve per forza, in ogni occasione, dire quel che pensa. Una volta corressi ad alta voce pure Massimo Carlotto, all’Auditorium, che s’era avventurato in una discussione su Benjamin. “Bengiamin” diceva lui, “Beniamin” correggevo io dalla platea. Tiziana non m’ha guardato in faccia per almeno due ore e se si fosse potuta alzare e andarsi a nascondere l’avrebbe fatto. Era più forte di me. “Bengiamin” lui, “Beniamin” io. Tutte le sante volte. E poi ha iniziato con Jauss. “Giauss” diceva lui, “Iauss” rispondevo io. Poi per fortuna è finita, la discussione ma non la mia cattiva abitudine. Che, come tutte le cattive abitudini, sono difficili da estirpare. Cagacazzi ero e cagacazzi sono rimasto, insomma. Più il tempo passava e più col mio vicino di posto il confronto si faceva fitto.

Lui è figlio di contadini, ha vissuto – indirettamente – la bonifica e si ricordava di quei tempi, almeno per come glieli raccontavano i genitori. Dice che non è che fossero così belli, tutto rose, fiori e… grano. Quelli erano poderi, quindi non c’era coltura intensiva. Una parte era a grano certo, ma poi c’era pure la stalla e l’orto e la casa e tutte le altre bestie. Il privernese, antifascista e slowfooddiano, è rimasto vittima della propaganda di regime: del Duce che tagliava il grano mentre tutti intorno sorridenti mettevano in ordine o lo ammiravano. Forse per questo, sui Monti Lepini, hanno sempre agognato queste terre. Avranno immaginato l’Eldorado, la Terra Promessa. E invece, almeno a stare a sentire il tizio, era l’inferno. Perché le paludi erano state bonificate, ma c’erano le zanzare. Il grano coltivato veniva requisito dal Regime, salvo qualche sacca che, ogni tanto, veniva nascosta. Come ogni passato, se lo iniziamo a riguardare con la lente della nostalgia, diventa inevitabilmente l’epoca che non c’è più. Si era giovani, belli, pieni di speranze. Il mio vicino di posto, a cui metterò il nome di Eliseo, si ricorda però una frase che il padre, finita la guerra, finito il periodo dei giochi a indiani e cowboy, gli ripeteva sempre. “La terra è bassa”. Dice che era come un intercalare. “Studia, la terra è bassa”, “vai a Pontinia, la terra è bassa”, “trovati un posto in fabbrica, la terra è bassa” e così via. Non voleva averlo in mezzo ai campi, se non qualche volta, nei periodi più intensi, solo per dargli una mano e poi via a studiare, a Pontinia e poi magari in fabbrica. Doveva alzare la schiena – che quando uno coltiva la terra c’è l’ha piegata – e conoscere il mondo.

Quello della Slow Food di Priverno, sempre col microfono in mano, e visto che dalla platea non s’alzavano mani per obiezioni o domande, continuava nell’intemerata nostalgista. “Oggi nessuno va a coltivare la terra, siamo tutti schiavi dell’Eurospin o di altri supermercati dove prendiamo la roba a bassissimo prezzo”. “Eh, le multinazionali…” faceva ogni tanto, come per dire che era inutile parlare delle multinazionali, tanto lo sappiamo tutti quello che fanno. Stava mischiando l’immischiabile, generalizzando e non rendendo merito ad un documentario invece pacato, ironico, pieno zeppo d’informazioni certe.

Ma tutto questo giro, questi ammiccamenti, questo dare per scontato, erano la degna introduzione di una domanda retorica tra le più utilizzate da Carlo Petrini e i suoi: “dove sono finiti i sapori di una volta?”. A quel punto però, ho interrotto il mio vicino di posto e ho alzato la mano. La domanda era solo interlocutoria, per dare modo allo spettatore di rispondersi “è vero, i sapori di una volta non ci sono più”, però ha creato l’unica piccolissima pausa in cui potersi intromettere.

Ero curioso di sapere se davvero credeva a quel che aveva detto. Se secondo lui la gente era assuefatta ai prodotti dell’Eurospin o del Sosty o del Lidl, o se invece non c’erano, dietro questo deprecabile orientamento trash food, delle scelte prettamente economiche, considerato il periodo di crisi. Piacerebbe a tutti comprare una delle cinque rarissime caciotte prodotte nella frazione sperduta di un borgo sperduto di una paesino altrettanto sperduto, frutto caseario di una tradizione millenaria di notevole fattura. Ma la domanda più frequente davanti al cibo, per i tre quarti degli italiani è: “quanto costa?”. Rispondendo ha tirato fuori il chilometro zero, la filiera corta e ragionamenti che oggi in Italia non si risparmia più nessuno, da Zaia al dirigente comunale di Rifondazione Comunista. Il mio vicino di posto s’è alzato, per andarsi a mettere due file più indietro. L’intervento del tizio era andato per le lunghe, tra la sua intemerata, le mie domande e le sue risposte, e gli occhi del resto della platea erano rivolti verso di me. “Ciavrai pure ragione, ma taglia sennò non ne usciamo più”. Me lo dicevano tutti, ognuno a modo suo. Così ho lasciato correre, ho approfittato di un signore anziano che ha fatto un’altra domanda più accomodante – la tipica domanda di chi non s’è mai occupato nemmeno dei vasi del terrazzo: “Mi piacerebbe interessarmi di agricoltura…” – e sono uscito a fumare una sigaretta.

Slow Food è nata da un’intuizione geniale, non c’è nulla da obiettare. Prima si chiamava pure Arcigola – proprio Arcigola Slowfood – per contrapporre il modo sano e tradizionale di mangiare al modo definito Fast Food. Era il 1986. Se uno prova a contestualizzare storicamente il periodo si rende subito conto che erano i tempi di Drive In e del ‘paninaro’, delle ‘sfitinzie’ e dei primi cheeseburgher. L’esigenza di non dimenticare la vita normale, quella cadenzata dalle stagioni, quella in cui determinata frutta c’è solo se è periodo, quella dei sapori non standardizzati né omologati,era particolarmente sentita. Una scelta di nicchia, visto che dal dopoguerra in poi, abbiamo sempre ceduto ad ogni tipo di modernità, in cucina più che altrove. Riscoprire o tutelare certe produzioni, cercare di sottrarre i contadini al ricatto della ‘filiera’, garantire la trasmissione dei saperi che, anche se culinari, sempre saperi sono. Un problema tutto occidentale, di una società del benessere che si interroga su se stessa e prova a darsi delle risposte. Era il 1986, dicevamo, ma da allora ad oggi tante cose son successe.

Il chilometro zero, a Pontinia come nelle campagne di Latina o in tante altre zone d’Italia, si è sempre fatto. Nulla di nuovo sotto il sole. Basta fare un giro per le campagne per rendersi conto dei tanti cartelli – fatti a mano col pennarello – che indicano la vendita di zucchine, uova, miele, carciofi, mozzarella, formaggi ecc. ecc. L’obiettivo vero di iniziative come quelle sponsorizzate da Slow Food, ma anche da Confagricoltura e dagli altri sindacati di settore, è quello di creare del turismo culinario (marketing territoriale), che col chilometro zero fa un po’ a cazzotti. A che serve far assaggiare ad uno di Alessandria l’olio di Sonnino? A venderlo. Anche ad Alessandria. Ed ecco che ritorna magicamente la filiera. Ed è così un florilegio di marchi di qualità, di produzioni autoctone, di percorsi del vino, del formaggio, della carne, della sete, della fame, della birra e della salsiccia. E spesso l’abilità di chi cerca di organizzare queste promozioni, non c’entra niente con l’agricoltura o con la zootecnia. In provincia di Frosinone fanno la sagra della patacca e della passerina. La maggior parte della gente che ci va, non pensa certo di trovarsi di fronte due piatti.

Spesso i prezzi sono inferiori, spesso invece pare di andare dall’orefice. Vengono chiamati proprio così, certi negozi d’ortofrutta. “Mi tocca andare dall’orefice” diceva mio padre quando abitavamo a Sabotino e ci mancava frutta o verdura.

Slow Food è diventato un impero economico, merito del senso degli affari di Petrini. Accessibile soprattutto a chi ha le tasche piene o a chi ha interessi da tutelare. Senza considerare che non tutti hanno produzioni di qualità da voler immettere nel mercato. Chi si può permettere di spendere, per un litro d’olio, dai 10 ai 20 euro? Solo pochi fortunati. Al resto non rimane che andare a prendere l’occasione in qualche discount. Questa è la ricetta per uscire fuori dalla barbarie culiaria? E questa può essere la ricetta per risolvere il problema della fame nel mondo? Slow Food si accanisce ancora, e sempre di più, a combattere una guerra che ha già vinto, da tempo. Da quando l’ultimo paninaro ha messo in soffitta il Moncler. Perché? L’affare spesso non si trova nella vittoria, ma nella stessa guerra.

Non voglio addentrarmi in questioni complesse come gli OGM. Basti pensare che OGM è anche il mandarancio o la mela Fuji. Se vogliamo, è OGM anche il modo in cui, da sempre, si è cercato di migliorare non solo l’estetica dei prodotti, ma anche i sapori. Il famoso pomodoro di una volta, era davvero più buono? E il pane, lo ricordate sul serio più fragrante? Vi dico che spesso è una suggestione. Come tutte le suggestioni, emotiva e poco razionale. Il sapore non è solo quello del pane, il sapore è anche quello della papà che lo tagliava, della mamma che vi metteva la marmellata sopra, della nonna che vi accarezzava i capelli mentre lo mangiavate in cucina, sul tavolo, attenti a non far cadere le briciole. E’ marketing sopraffino.  Ma è sempre marketing.

Non so come può essere superata la fame nel mondo. Se avessi la soluzione, non starei a perdere tempo a scrivere articoli su Slow Food. So per certo però, che al Terzo Mondo o nelle nuove zone di sviluppo, il problema vero non è la qualità ma la quantità. La qualità è un problema che si fa, giustamente, chi da mangiare ce l’ha. Sei capace te ad essere vegano (per scelta), se abiti in Darfur.

Graziano Lanzidei

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