Sanremo 2012. La gara da evitare

A Sanremo fanno la gara delle canzoni, o forse dei personaggi, o magari di chi è più abile a indirizzare il verdetto finale a vantaggio del proprio pupillo. A Woodstock non l’hanno fatta. Sanremo va avanti dal 1951, e già all’inizio era sottinteso che lo avrebbero replicato anche in seguito, anche se probabilmente nemmeno i più ottimisti sui pregi della kermesse (o i più pessimisti sui difetti del pubblico) si sarebbero mai immaginati che potesse proseguire così a lungo, e praticamente a oltranza. Woodstock lo hanno organizzato nel 1969, come un’iniziativa a sé stante. Sanremo è già da tempo un classico show del sabato sera, sia pure distribuito su più serate, che se lo vedi solo in tivù non ti sei perso niente . Woodstock è stato un unicum, nonostante i ripetuti e goffi tentativi di ripeterne il miracolo a distanza di anni, ed essere presenti di persona significava davvero trasformarsi da spettatore di un evento mediatico a compartecipe di un’esperienza reale.

Infatti. Sanremo e Woodstock sono agli antipodi, e metterli a paragone è un esercizio dall’esito scontato. Sanremo persegue la finzione, talvolta ingenua e più spesso cinica, delle canzonette. Woodstock insegue – ha inseguito – il sogno del grande rock degli anni Sessanta, in cui la vita quotidiana chiedeva alla musica di indicarle la strada da percorrere, anziché la scorciatoia per un po’ di svago nel tempo che rimane libero dopo aver adempiuto agli obblighi del lavoro e a tutti gli altri impegni, e a tutte le altre brutture, che vengono imposti dalla società circostante.

Ma non c’è bisogno di spingersi così in là, per segnare il confine, o l’abisso, che separa queste due proposte. E, ancora prima, questi due approcci. Basta limitarsi alla prima differenza che abbiamo già ricordato in apertura. A Sanremo fanno la gara delle canzoni. A Woodstock non l’hanno fatta. Ed è proprio la gara in se stessa – non i suoi meccanismi più o meno discutibili, e più o meno inattendibili – a segnare il discrimine tra un festival come Sanremo, che riversa la musica in un contenitore improprio come la competizione tra un brano e l’altro, e una rassegna come Woodstock, che la musica la rispetta e trova ridicola anche solo l’ipotesi che si possano stilare classifiche tra i diversi artisti, o anche solo tra i diversi pezzi.

Sanremo è un vizio, in questo senso. Condiviso finché si vuole, e fino a darlo per scontato, dimenticandosi perciò che potrebbe anche non essere così (e che anzi sarebbe molto meglio se non lo fosse), ma resta un vizio. Non un’amabile divagazione che aggiunge il gioco delle votazioni al piacere dell’ascolto. Un vizio. Una distorsione per nulla casuale che applica a un ambito artistico, quand’anche nell’accezione assai elastica dei prodotti più popolari e di consumo, il tipico trucchetto dei telefilm o dei telequiz, che per quanto sciocchi hanno gioco facile nell’irretire i malcapitati con la domanda regina della stupidità catodica: come andrà a finire?

La risposta sarebbe ovvia. Chissenefrega, di come va a finire. Chissenefrega di chi indovinerà oppure no dove stanno i soldi nel tale pacco, o che lavoro fa quel perfetto sconosciuto, o quanto costa il frigorifero o il set di cacciaviti o il materasso ad acqua. Chissenefrega di chi ha ammazzato il poliziotto, o il delinquente, o chiunque altro, nella scenetta iniziale, e di chi lo scoprirà-arresterà-ucciderà in quella finale. Tutto benissimo, se la storia fosse interessante di per sé e i personaggi non si riducessero a figurine viste e straviste, sprofondate in trame in cui l’unica cosa imprevedibile, ma non per questo eccitante, è il fatidico arrivo degli spot. Bisognerebbe scriverlo a caratteri cubitali in apertura di ogni puntata: “Dead Pen Walking”. C’è una penna morta che cammina. È quella dello sceneggiatore. Doveva creare qualcosa di nuovo, e invece si è rifugiato negli stereotipi. Doveva inventare una storia avvincente, e invece si è adagiata sulla regoletta numero uno della curiosità universale – e superficiale: come andrà a finire?

Sanremo, del resto, applica lo stesso escamotage assai prima di andare in scena sul palco dell’Ariston, dove finalmente potrà sfoggiare il bravo presentatore e le vallette attraenti e l’orchestra in grande stile, e via sciorinando le meraviglie del suo catalogo kitsch. Ogni anno, infatti, Sanremo si dà da fare con largo anticipo e cerca in tutti i modi di trovare dei motivi di interesse che calamitino (da calamita, o forse da calamità) l’interesse dei media. E quindi del pubblico. Nel caso specifico, quello dell’edizione 2012 che è ormai in dirittura d’arrivo visto che avrà inizio martedì prossimo, l’esca era di quelle coi fiocchi. Davvero potente, nel suo genere. Ovvero per il genere di pesciolini che doveva prendere all’amo.

Signore e signori, Adriano Celentano. Ma sì? Ma no? Proprio lui? Lui che pure si è segnalato a più riprese per le sue sortite anomale sia nella forma, con quelle pause interminabili, sia nella sostanza, con le requisitorie di stampo ecologico e antinuclearista? Esatto. Proprio lui. Lui che, come ha detto Morandi, «è la storia, è la musica, non si discute averlo. Celentano è l’Italia. Lo conosco da 49 anni e la cosa che mi sorprende è come riesca sempre a creare una rivoluzione ogni volta che arriva, ad attrarre l’attenzione. È come se il festival di Sanremo fosse il festival di Celentano, all’insegna di Celentano, e questo ci aiuterà». E ancora, a rinforzare l’apoteosi, «Nessun artista italiano può costare più di Celentano. È unico non solo in Italia, ma nel mondo. E quando arriva riesce sempre a sorprendere il pubblico. Chi discute quello che vale Celentano? Per me vale il triplo [dei 350mila euro a serata]».

Più che un annuncio, un trailer. Più che un trailer, un prequel. Articolato su più puntate: Celentano verrà o non verrà? Verrà, verrà. Guadagnerà troppo? Macché: devolverà il compenso in beneficenza. Gli abbiamo bloccato uno spot? Sì, ma sul palco farà quello che vuole.

Tira e molla. Molla e tira. Sanremo è sempre Sanremo. Barnum ci metterebbe la firma, se fosse ancora vivo.

Federico Zamboni

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