Partito Democratico. Enrico Gasbarra e la crisi di identità della sinistra

Nella sede centrale di Rifondazione Comunista, qualche istante dopo l’ufficializzazione dell’elezione di Enrico Gasbarra a segretario regionale del PD nel Lazio, è squillato il telefono. Già dai primi passaggi tra centralinista, segretaria giovanile, segretaria d’ufficio, responsabile all’organizzazione s’erano iniziate a diffondere le prime voci incontrollate. “Ha stracciato tutti” dicevano e con riluttanza componevano l’interno successivo, nel pieno rispetto della gerarchia di comando. Qualcuno è pronto a giurare che Ferrero abbia sbattuto un pugno sulla scrivania prima ancora che il telefono avesse squillato. “Non ci voleva” ripeteva disperato e risbatteva il pugno sulla scrivania. “E adesso? Come facciamo a raccontare alla gente che pure noi siamo comunisti?” chiedeva inutilmente a chi era corso dentro la stanza, perché nessuno aveva il coraggio di rispondere “semplice, non lo facciamo, Gasbarra basta e avanza”. Negli stessi momenti, Bersani s’era chiuso nella sua stanza, con i più stretti collaboratori. “E adesso, che casso raccontiam alla zente” continuava a borbottare mentre controllava i dati sezione per sezione. Pure i suoi, come gli spin doctors di Rifondazione, non sapevano che pesci prendere. Con Gasbarra alla segreteria regionale del PD si rischiava di spostare l’asse della politica nazionale. Niente più inciuci cogli ex democristiani, niente più dialogo con Fini e Casini e Rutelli, subito terminate le velleità di sostegno al governo Monti. “Che giornata di merda” pare abbia sbottato in chiusura di riunione.

Perché già Veltroni, la mattina, aveva fatto capire che aria tirava: “Basta tabù”. Bersani aveva pensato che la cattiva abitudine di Walter di ingoiare a ripetizione quelle fastidiose caramelle alla liquirizia fosse finita. E così non gli aveva dato peso. Poi, mentre beveva una birra nel solito pub sotto la sede nazionale del Pd, qualcuno – forse lo stesso cameriere del pub – gli deve aver detto: “Amico e compagno segretario, ho l’impressione che Veltroni non parlasse di caramelle”. “Massì” ha ribattuto quello “è fissato con la pubblizità… avrà fatto un dei suoi interventi popolari e demagozitsi”. Ma ormai la pulce nell’orecchio era stata inserita e lui non riusciva a darsi pace. Così, tutto preoccupato, il Pierluigi nazionale aveva fatto un breve giro di telefonate. Ed era arrivato alla conclusione che si parlasse di articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Così, tra Veltroni e Gasbarra, a vincere era la linea non tanto del rinnovamento, ma della vera e propria rivoluzione. Il ticket, ancora una volta, aveva funzionato ancora. E’ vero, l’ultima volta che avevano provato a giocare insieme, aveva vinto Alemanno. Ma Walter aveva minimizzato tutto perché “il rigore non c’era” e quindi la vittoria era una vittoria solo numerica ma non simbolica e ideologica. Roma era rimasta ben salda a sinistra. S’era liberata della vecchia nomenclatura, dei vecchi modi di fare politica e delle clientele. “Se i romani hanno visto tutto questo, rispettiamo la loro volontà. Noi, dopo tanti anni di governo, non avevamo mai notato nulla del genere”.

Alle regionali però la partita non si poteva perdere. Le forze della conservazione e del moderatismo dovevano essere frenate. Le vecchie facce che per anni, nell’ombra, avevano remato contro il loro modo di gestire le cose, non potevano trionfare. Sarebbe stata la fine. E ogni mossa è stata studiata nel dettaglio. Non un errore era consentito. Per far capire agli avversari la pluralità della propria fazione, senza però scadere nel becero, Gasbarra aveva dato vita solo a qualche lista: A sinistra con Gasbarra, Al centro con Gasbarra, A destra con Gasbarra, Comunisti con El Che Gasbarra, Fascisti con GasbarraDuxNobis, Curva Nord con GasbarraDiCanio, Curva Sud con GasbarraTotti, Amatriciana con Gasbarra, Carbonara con Gasbarra, Gricia con Gasbarra, Cacio e Pepe con Gasbarra, AntiSensi con Gasbarra, Sensituttaavita con Gasbarra, Luigienrichiani con Gasbarra, Antiluigienrichiani con Gasbarra, AntiLotitiani con Gasbarra, SochièTare con Gasbarra, Lazio Merda con Gasbarra, Asroma Merda con Gasbarra. All’ultimo anche il colpo di genio, lista dalla Ciociaria e dai Castelli dal nome SemoNasciutiPrima con Gasbarra. Ma il subcomandante Gasbarra si è guadagnato la vittoria con la forza delle sue idee. Già dallo slogan elettorale era possibile capire la profondità e il dettaglio del programma di rilancio del PD: “Programma risparambiato, vittoria guadambiata”.

Veltroni se lo guardava compiaciuto quando, dopo l’elezione, Gasbarra parlava di “rivoluzione” e di “esempio Cuba” e di “governo al popolo”. E non è riuscito a trattenere una lacrima quando il suo pupillo, indicandolo nel buio dal palco, gli ha detto: “Walter, noi mica siamo figurine”. E quello, giù a batter mani, a lacrimare e a ripetere: “magari lo fossimo, Enrico. Magari!”.

Il centrosinistra, da oggi, è un po’ più sinistra. E chi ha dei dubbi è solo un disfattista frazionista. Con il compagno Fioroni, la pasionaria Melandri, il CamilloCienfuegos Vita hanno voluto festeggiare con sobrietà. E, durante il brindisi, hanno voluto ricordare come, con queste continue rivoluzioni interne, nel passaggio PCI-PDS-DS-PD, parecchi quadri dirigenti sono scomparsi, si sono ritirati a vita privata. “Vogliono lasciare spazio ai giovani”. Peccato che questa vittoria, e il commento illuminato di Walter sulle caramelle alla liquirizia – Bersani è stato vittima di un simpatico scherzo – ripetuto all’interno del consesso, nonostante abbia fatto guadagnare 10 punti percentuale all’intera coalizione, sia stata funestata dalle solite polemiche di una sparutissima minoranza. “Veltroni aveva promesso di andare in Africa. Perché sta ancora qui?”. L’ex candidato allapresidenzadelconsigliocontrol’avversariochenonhamaivolutonominareperchétropposimileasé, ha sempre chiarito che non è colpa sua se i biglietti d’aereo per l’Africa hanno un overbooking più lungo che all’Anfield Road per andare a vedere il Liverpool. Lui ha prenotato per tempo, ma i tempi d’attesa sono più lunghi di quelli di una Tac in un Ospedale pubblico del Sud. “E poi fa caldo, ci sono troppe mosche, il ghiaccio è difficile trovarlo e bere una Coca Cola calda non potete immaginare che rutti provochi, senza parlare che il satellite non c’è e se dici Stati Uniti devi essere pronto a fare la traversata del deserto perché la gente ti segue sempre con dei coltelli in mano”. E se qualcuno ancora continua, lui si fa serio e dice: “Che ci potevo fare? Ci dovevo andare a nuoto, come il protagonista del film Africa mon tresor del 1969 con quella fantastica donna di classe di Judie Trevies?”.

Graziano Lanzidei

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