Bontempelli. Il fascismo di “900”

I movimenti che gravitano attorno alla cultura del Regime si esprimono generalmente a colpi di riviste. Riviste che danno colore al panorama culturale del Ventennio incoraggiando la dialettica intellettuale.

Tra queste la più provocatoria sembra essere “900”, in buona compagnia dell’avversaria “Il Selvaggio” di Mino Maccari e Angiolo Bencini.

Fondata da Massimo Bontempelli e da Curzio Malaparte nel ‘26, “900” inizialmente esce in lingua francese (quasi una sfida al Regime), cosa che permette di essere letta più facilmente in tutta Europa.  «Uscirà in francese – spiega Bontempelli a Frank – per noi il criterio di un’opera d’arte è di essere traducibile e raccontabile: e perciò rinunciamo al vantaggio che ci può dare lo scrivere nella nostra lingua e ci presentiamo tradotti: così otteniamo anche maggiore diffusione…»[1].

La duplice intenzione di “900”, con questa scelta, è quella di francesizzare i testi per poterli diffondere in sede straniera. Ma anche, al contempo, italianizzare il francese così da ottenere «ottimi saggi della magnifica prosa classica francese italianizzante del ‘500»[2].

Gran parte dei collaboratori della rivista vivono e lavorano a Parigi. Americani come Robert Mac Almon e lo stesso Hemingway. Russi come il celebre Ehrenbourg. Irlandesi come Joyce. Ma anche spagnoli e tedeschi[3].

“900” si fa portavoce del “realismo magico” proprio nel momento in cui il Regime è tutto teso alla creazione di un’arte concreta, virile, forte. Ma vuole anche gettare un ponte tra la cultura tradizionale italiana e le esperienze culturali più significative sul piano europeo. Inoltre, cerca di inserire l’Italia in una cultura di più ampio respiro, in contrasto con la tendenza nazionalista e tesa al recupero della tradizione italiana. “900” diventa così la rappresentante di una poetica cosmopolita e il punto dove convergono le forze letterarie giovanili, italiane ed europee[4].

Bontempelli, in un promemoria del 10 gennaio 1927, si definisce “autore (cioè inventore, organizzatore e direttore di ‘900’)”. Nella stessa missiva lamenta che Curzio Malaparte, amministratore delegato della casa editrice di “900”, in un’intervista alla “Fiera letteraria” parla della futura rivista “senza neppure fare il nome di me che solo l’avevo ideata in ogni suo particolare”[5].

È la verità: la rivista nasce come scoperta e creatura solitaria di Massimo Bontempelli. Creatura dotata di un programma tutto teso a lanciare a lunga gittata lo stile artistico novecentista e a proporre nuove formule narrative su scala europea. Questo è ben evidente per esempio nel messaggio in cui lo scrittore comense annuncia a Frank la “grande notizia” della produzione di “900”. Nella lettera sono già riassunti i preamboli teorici, che sono quelli di una narrativa antilirica, antisoggettiva, antipsicologia, traducibile e raccontabile [6].

Ma ecco che fioccano critiche sul nome della rivista. Alvaro ne parla sulla “Stampa” il 2 agosto 1926 nel suo articolo Letterati a rumore: «Una dozzina di persone ha rivendicato, con lettere pubbliche e private, la proprietà del titolo. Una dozzina di scrittori aveva pensato questo numero: 900; e si sente derubata d’una idea con la scarsezza che c’è»[7].

A scanso di equivoci, il creatore di “900” spiega a chiare lettere la logica del titolo: «E’ necessario che la rivista si chiami 900 e non Il 900. altrimenti capiranno solo in Italia. 900 nudo e crudo, somiglia alla rivista di Picabia e di Duchamp 381 e 391» [8].

Ancora, dice Bontempelli, “900” dev’essere scritta «per quanto riguarda gli italiani, da pochi giovani tutt’altro che notissimi» e deve sottolineare e favorire gli spiriti nuovi, cioè quelli che potranno dare un suo carattere al nostro tempo”[9].

Le origini della rivista, in termini di convenienza per il Regime, non sono note.

Il novecentismo artistico, che non corrisponde però a quello letterario di Bontempelli, nasce certamente con l’assenso esplicito di Palazzo Venezia perché venga assestato un colpo, possibilmente mortale, al Futurismo. Mussolini, in quegli anni, guarda all’Unione Sovietica con attenzione e ne imita alcuni aspetti. Per esempio, favorisce fin dal ’26 il sorgere in Italia di un “realismo socialista” in pittura, denominato appunto “Novecento” dal pittore Anselmo Bucci nel ‘22. Teorizzato nientemeno che da Margherita Sarfatti, che lo definisce “atto di orgoglio” , “un atto di fede, in quei primi anni grigi e bui del dopoguerra”[10], il movimento artistico, al momento ancora prettamente artistico, si rifà al Masaccio e ai quattrocentisti.

E’ ragionevole pensare che Mussolini pensi contemporaneamente a un “realismo socialista” anche in letteratura. Ma non lo possiamo sapere. Sappiamo invece che il Duce sostiene l’operazione Bontempelli-Malaparte, stavolta di segno meno artistico e più politico e dalla quale si aspetta risultati epocali, primo fra tutti la nascita di una letteratura celebrativa. Difatti, fa salda presa sui «giovani artisti d’avanguardia, molti dei quali erano stati soldati e continuavano ad essere nel Fascismo militi di punta dell’Italia»[11].

Ma “900” nasce soprattutto grazie ai buoni rapporti che intercorrono tra Bontempelli e Mussolini, convinto quest’ultimo che la rivista sia un ottimo strumento di propaganda nazionale all’estero. D’altronde, gli interventi delle autorità fasciste in campo artistico-culturale sono contraddittori e spesso incompatibili, così che per Bontempelli è più facile intrufolarsi nel marasma e realizzare la sua ricetta modernista e cosmopolita[12].

La prima esposizione è inaugurata alla Permanente di Milano nel ’26, con tanto di “memorabile” (e non potrebbe essere altrimenti) discorso del Duce. Il gruppo artistico novecentista, alquanto eclettico, vede tra gli aderenti Salietti, Carpi, Tosi, Zanini, Lilloni, Carpanetti, Ghiringhelli. La tendenza che prende il sopravvento è «l’idea surrealistica d’avanguardia» [13]. Come ricorda Umbro Apollonio, il «Novecento fu appunto anche quel senso aggressivo che si sovrappose su un fondo tranquillo di riprese antiche e tradizionali. Fu un po’ la rivincita dei contenuti, tentata con una simbologia piuttosto facile. Sicché: da una parte la misura tranquilla di riprese neoclassiche, dall’altra l’organismo sprezzante che reagisce a ogni razionalità, caratterizzando le opere dei maggiori esponenti del Novecento…»[14].

Dall’arte, l’impronta novecentista passa alla scultura, all’architettura, alla musica, e attraverso l’anello di congiunzione dell’esigenza surrealistica, alle lettere.

Ecco fatto. L’esperimento letterario fonde insieme politica e arte. Indissolubilmente.

Se però ragioniamo in termini di cenacoli intellettuali, ricordiamo che il Novecentismo pittorico resta separato dall’omonimo letterario. Il primo, che abbiamo visto essere capitanato da Anselmo Bucci (e successivamente da Margherita Sarfatti), non corrisponde (se non marginalmente) con il secondo, coordinato da Massimo Bontempelli. Ed è proprio quest’ultimo a essere prevalente sia in termini di adesione che di diffusione nazionale.

Al momento della fondazione della rivista bontempelliana, esisteva già un gruppo di pittori italiani formato quattro anni prima a Milano sotto la guida della Sarfatti e che si definiva “del Novecento” e che tendeva alla riscoperta dei valori classici di “limpidità nella forma e compostezza nella concezione”[15]. Come ricorda Fernando Tempesti[16] i due novecento non hanno in comune nemmeno la grafia. Tant’è che tra i disegnatori di “900” (le vignette sono affidate per intero a Cipriano Efisio Oppo) non troviamo neppure un pittore del gruppo artistico novecentista.

Tuttavia c’è qualcosa che accomuna i due gruppi novecentisti, vale a dire la modernità, l’avversione al provincialismo, la ribellione contro l’Ottocento, l’esaltazione positiva del Novecento[17].

E non a caso il Novecentismo è definito come «il movimento spirituale più importante nato in Italia durante questo scorcio di secolo» [18].

“900” sorge per sprovincializzare la cultura italiana, sostenendo il valore del novecentismo e il rapporto tra fascismo e mondo moderno[19]. Lo stesso Bontempelli la definisce una «rivista internazionale destinata ad aiutare la ricostruzione tanto lenta dell’Europa letteraria». Si tratta cioè sia di favorire la diffusione all’estero che di fornire una vetrina delle migliori produzioni europee. «Se l’Italia è consapevole della sua missione –  insiste lo scrittore di Como – deve rendersi conto che il suo primo e preciso dovere è quello di ‘europeizzarsi’ al possibile» [20].

Sono tempi, questi, cui in Europa si assiste a un fervore d’iniziative e un desiderio di rinnovamento, mentre “l’Italia prefascista fra tanto rimaneva il carro di coda”[21] e il Regime non produce ancora i risultati sperati. Risultati che invece Bontempelli vuole raggiungere reagendo all’immobilismo culturale.

Ce la farà?

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[1] Carteggio Bontempelli, lettera 29, priva di data, scritta tra il 15 marzo ed il 5 luglio 1926, in C. Alvaro, M. Bontempelli, N. Frank, Lettere a “900”, a cura di Marinella Mascia Galateria, Bulzoni Editore, Roma, p. II, n. 8.

[2] E. Falqui, Il Futurismo. Il Novecentismo, Edizioni Radio Italia,  Torino, 1953, p. 86.

[3] C. Alvaro, M. Bontempelli, N. Frank, Lettere a “900”, a cura di Marinella Mascia Galateria, Bulzoni Editore, Roma, pp. XLI-XLII.

[4] A.M. Mandich, Una Rivista Italiana In Lingua Francese. Il “900” di Bontempelli (1926-1929), Editrice Libreria Goliardica, 1983, pp. 9-10.

[5] Carteggio Bontempelli, lettera 44, 10 gennaio 1927, in C. Alvaro, M. Bontempelli, N. Frank, Lettere a “900”, a cura di Marinella Mascia Galateria, Bulzoni Editore, Roma, p. I.

[6] Carteggio Bontempelli, lettera 29, senza data, scritta tra il 15 marzo e il 5 luglio 1926, in C. Alvaro, M. Bontempelli, N. Frank, Lettere a “900”, cit., p. II.

[7] C. Alvaro, Letterati a rumore, in “La Stampa”, 2 agosto 1926.

[8] Carteggio Bontempelli, lettera 3, 7 maggio 1926, in C. Alvaro, M. Bontempelli, N. Frank, Lettere a “900”, cit., p. II.

[9] M. Bontempelli, La polemica attorno al “900”, in “La Fiera letteraria”, 29 agosto 1926.

[10] E. Falqui, Al tempo della gazzarra fra Strapaese e Stracittà per una cronistoria delle rivista “900”, in “La Fiera letteraria”, a. XVI, n. 29, 19 luglio 1959, pp. 1-2.

[11] Ivi.

[12] A.M. Mandich, Una Rivista Italiana In Lingua Francese. Il “900” di Bontempelli (1926-1929), Editrice Libreria Goliardica, 1983, pp. 10-11.

[13] E. Falqui, Al tempo della gazzarra fra Strapaese e Stracittà per una cronistoria delle rivista “900”, in “La Fiera letteraria”, cit., pp. 1-2.

[14] Ivi.

[15] M. Sarfatti, Segni, colori e luci, Zanichelli, Bologna, 1925, p. 126.

[16] F. Tempesti, Arte dell’Italia fascista, Feltrinalli, Milano, 1976, p. 116.

[17] E. Falqui, Il Futurismo. Il Novecentismo, Edizioni Radio Italia,  Torino, 1953, pp. 76-77.

[18] Ibidem, p. 76.

[19] C.L. Ragghianti, Il Selvaggio di Mino Maccari, Neri Pozza, Venezia, 1955, p. 16.

[20] M. Bontempelli, La polemica attorno al “900”, “La Fiera letteraria”, 29 agosto 1926, p. 1.

[21] G. Artieri, ‘900’. Fascicolo secondo, in “Il Mezzogiorno”, 1-2 marzo 1927.

Ivan Buttignon

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