Maiwenn Le Besco. Polisse

Ispirandosi al fortunato modello della pellicola La classe –  Entre les murs, Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes 2008 diretto da Laurent Cantet, la regista, attrice e sceneggiatrice francese Maiwenn Le Besco (che si firma un po’ egocentricamente col solo nome di battesimo) è arrivata da pochi giorni nelle sale italiane con il coinvolgente lungometraggio Polisse.  Gratificato anch’esso dal riconoscimento a Cannes (Gran Premio della Giuria), Polisse è un film toccante e a tratti davvero disturbante, un’opera di finzione girata come un documentario in cui gli attori interpretano una squadra di protezione minori della polizia di Parigi.

Se Entre les murs raccontava l’esperienza di un insegnante in una classe difficile di una scuola media di estrema periferia, con tanto di conflitti sociali e multietnici violentemente in primo piano già dalla preadolescenza, in Polisse l’etnia e il disagio sociale non sono che una delle tante variabili che innescano i reati a sfondo sessuale perpetrati ai danni di bambini e adolescenti. In primo piano c’è la pedofilia, raccontata senza mezzi termini ma rifuggendo morbose derive voyeuristiche.

L’opera ha un taglio documentaristico, improntata al realismo soprattutto nei dialoghi resi il più possibile scarni ed efficaci, privi di divagazioni e orientati a colpire duro lo spettatore per calarlo in una realtà talmente quotidiana e presente da rimanere per lo più occultata nel circo mediatico e nell’immenso calderone assordante dell’intrattenimento televisivo.

La Le Besco racconta, attraverso eloquenti immagini, la vita quotidiana di una squadra di agenti di polizia di Parigi che si occupano della tutela dei minori esposti a una molteplicità di abusi. Non solo violenze sessuali, ma vengono monitorate situazioni che vanno dalla prostituzione minorile alla difficoltà di alloggio, dalla carenza di istruzione primaria all’integrazione sociale e culturale. Per quanto temprati, gli agenti si trovano di fronte a un lavoro duro cui risulta difficile staccarsi una volta rientrati a casa. Le situazioni familiari dei poliziotti in effetti non sono idilliache, e il film tende a sottolinearlo con forza entrando nel privato di uomini e donne che hanno anche loro dei figli più o meno coetanei delle giovani vittime di abusi e sfruttamento con cui hanno a che fare ogni giorno. La squadra ha inoltre difficoltà a relazionarsi con gli altri reparti, perché ritenuta ultima ruota del carro sia quando partecipa a interventi congiunti sia nel reperire i fondi a disposizione della polizia parigina. Ne derivano condizioni di lavoro estremamente disagiate. Nadine (interpretata dalla stessa Le Besco), una giovane fotografa, viene mandata ad affiancare gli agenti del gruppo tutela minori per documentarne il lavoro. Inizialmente guardata con sospetto, riuscirà progressivamente ad ottenere la fiducia dell’intero  reparto.

Un film duro toccante e necessario, basato sull’efficacia dei dialoghi e su un impianto realistico che avvicina lo spettatore a vicende in cui il candore infantile si trasforma sovente in potente fonte di attrazione per anime malate e perverse. Quello che colpisce maggiormente in Polisse sono proprio i dialoghi tra i pedofili e gli agenti di polizia: la normalità dell’orrore, verrebbe da dire, se il termine “normale” non fosse a dir poco dissonante accanto a immagini di genitori – sì, anche madri – che “toccano  impropriamente” figli di 4-5-6-7-8 anni, di nonni che “fantasticano” sessualmente sui loro nipotini, di allenatori che si approfittano dei loro giovanissimi allievi, di padri padroni che in nome di (presunti) precetti religiosi picchiano le loro giovani figlie ritenute ribelli, promesse spose di uomini che non hanno mai conosciuto e che mai ameranno. Ma c’è anche l’ingenuità, la noncuranza o l’ignoranza degli stessi adolescenti, più spesso di quanto si pensi, a innescare situazioni poco piacevoli. Emblematica, a questo proposito, la sequenza che vede una tredicenne candidamente affermare, tra l’ilarità degli stessi agenti e come se fosse la cosa più naturale del mondo, di aver fatto sesso orale con un gruppo di coetanei per riottenere lo Smartphone che gli era stato sottratto.

Questa è solo una parte delle quotidiane efferatezze comunemente perpetrate a danno dei minori, delle situazioni di disagio cui possono andare incontro anche in luoghi considerati protetti come scuola e famiglia. La pellicola va anche più in profondità, a ben guardare: pur contenuto nelle circa due ore durata, grazie alla sua agile struttura Polisse riesce a mostrare tutto ciò che serve per entrare nel vortice di dolore e indignazione, ma anche di ammirazione e gratitudine per chi compie, lontano dalle luci della ribalta, un servizio indispensabile, complicato e decisamente degno di nota e di lode. La regia della Maiwenn è assolutamente funzionale al disincanto con cui è affrontato il tema narrato, e grazie all’ottima prova degli attori (tra i quali, in un ruolo minore, anche il nostro Riccardo Scamarcio) e all’indubbio potere che restituiscono le immagini Polisse si distingue come un’opera di assoluto livello. Nonostante un finale un po’ ad effetto, in cui disillusione e possibilità si mescolano in un duplice e volutamente bilanciato quadro emotivo, Polisse è un film notevole a cui sono ascrivibili solo pregi. È una pellicola che scuote le coscienze, che indigna profondamente ma che restituisce anche speranza. Speranza che anche un’opera di finzione possa sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità competenti a non abbassare mai la guardia e a trattare questi delitti della dignità della persona, che sovente hanno effetti negativi a lungo termine sulle giovani vittime di abusi, alla stessa stregua di quelli ritenuti più gravi e lesivi dal codice penale di ogni Stato libero degno di questo nome.

Federico Magi

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