L. Suárez, P. Evra. Per una stretta di mano…

La storia  di una mano mancata. Una mano che a volte può essere necessaria per evitare una sconfitta. Deve aver pensato così Luis Suárez, che pagò con l’espulsione una mano galeotta, tesa ad evitare un gol certo del lanciatissimo Ghana, squadra simbolo degli ultimi mondiali sudafricani, kermesse all’insegna della tolleranza sbandierata ai quattro venti. Deve averci pensato bene, a quella corsa del Ghana frenata da una mano, la sua. Un pensiero per la mano che permise alla “Celeste” di approdare a una storica semifinale, la stessa mano che il promettente attaccante uruguayano ha rifiutato di stringere a Patrice Evra, prima di Liverpool – Manchester United, e che lo ha costretto a scuse ufficiali e probabilmente non del tutto spontanee, dopo lo strascico di un’altra storia che negli ultimi tempi ha infiammato lo sport britannico, e non solo: la storia dell’intolleranza.

Durante lo scorso weekend Suárez, recentemente rientrato da una lunghissima squalifica in seguito a presunti insulti razzisti nei confronti di Evra, ha rifiutato di stringere la mano al transalpino nel consueto (e finto) rituale pre-match, finendo – nuovamente –  sulla graticola. Una vicenda iniziata lo scorso 15 ottobre, alla fine dell’incontro Liverpool – Manchester Utd, valevole per il massimo campionato inglese. Al termine di quella partita, Evra, recentemente escluso della Nazionale francese e già protagonista di diversi episodi caldi con rappresentanti di tutte le sfumature della pelle (Anelka, Blanc, Thuram), denunciò pubblicamente quanto Suárez gli avrebbe – a suo dire – reiteratamente ripetuto durante le accese fasi della gara. L’uruguayano, a dire del terzino del Manchester, si sarebbe rivolto con espressioni come «Io non parlo coi negri», ripetendo ossessivamente la parola «negro». La spontanea confessione del calciatore francese, avvenuta davanti alle telecamere, provocò immediatamente un gran clamore attorno al caso, specie in un paese multirazziale e profondamente giustizialista qual è l’Inghilterra. La Commissione disciplinare della Federcalcio inglese ritenne opportuno aprire un’inchiesta sull’accaduto e, dopo due mesi di “indagini” sui filmati dell’incontro incriminato, il 21 dicembre decise di comminare al calciatore uruguayano otto turni di squalifica e 60.000 dollari di multa per “insulti reiterati a sfondo razzista”. Reiterati perché, secondo la Commissione, Suárez avrebbe usato l’epiteto per ben sette volte durante l’arco della gara.

Una stangata durissima, nonostante l’entourage di Suárez abbia più volte sostenuto che il numero sette dei Reds avesse risposto ad una provocazione del francese – «Non toccarmi, sudamericano» – usando il termine «negro» in maniera fraintendibile, per questioni di natura linguistica. Infatti, a detta della difesa del calciatore del Liverpool, la parola sarebbe stata pronunciata una sola volta, senza rafforzativi e in lingua spagnola, cosa che avrebbe cambiato non di poco l’accezione semantica dell’espressione: «In Uruguay, il termine ‘negro’  viene usato comunemente, un vocabolo che non riflette una mancanza di rispetto e che non viene considerato un insulto razzista», come detto dal diretto interessato. A nulla è valsa la storia personale del calciatore, mai esposto a episodi simili e cresciuto sempre in contesti fortemente multietnici, dai trascorsi all’Ajax, alla Nazionale di rappresentanza.

Nulla, insomma, fu sufficiente a giustificare l’accaduto, nulla fu sufficiente ad evitare a Suárez  sanzione e forche. Una spada di Damocle resa forse inesorabile grazie ad Evra, in virtù della sua discutibile scelta di denunciare un usuale eccesso di adrenalina in televisione, cristallizzando un evento traballante, e marchiandolo a fuoco nella sempre corruttibile e malleabile opinione pubblica.

Questo perché  l’opinione pubblica, si sa, è intrisa di grande moralismo, steso a mo’ di facciata. L’indignazione superficiale di chi ogni giorno viene manipolato da incontri, convegni, abbracci e canzoncine. Tutte finzioni e rituali atti a mostrare, più che a insegnare. Lezioncine a tinte pastello, che assomigliano alle farse messe in piedi nei peggiori uffici o nelle peggiori classi di alunni. La stessa opinione pubblica pronta a cogliere l’episodio “modello” per veicolare messaggi giusti in canali il più delle volte sbagliati.

Il razzismo nel mondo del calcio, come nel mondo che c’è fuori, è chiaramente un problema da risolvere, una minaccia da allontanare. L’impresa non è certo delle più facili, perché l’intolleranza è un’incrostazione che l’uomo si porta addosso dalla nascita. La paura del diverso, la ricerca della debolezza, la calunnia, la discriminazione sono sempre pronte a serpeggiare in ogni ambito, figuriamoci in un mondo ove il culto della bandiera, la cieca fede, le sfumature cromatiche e il confronto con l’avversario sono all’ordine del giorno.

Il problema, appunto, sono i metodi educativi. Debolezza, calunnia e discriminazione: queste le colpe, queste le punizioni.  L’approccio usato come antidoto, infatti,  è quello di rendere la stessa (presunta) intolleranza come merce di ritorno. Il risultato è stato, in questo caso, l’elaborazione di una sentenza quantomeno sommaria, in cui le dichiarazioni dell’accusa hanno avuto un peso specifico abnorme in confronto alle dichiarazioni della difesa. Eppure, a rigor di logica e secondo i principi della tolleranza, entrambe le versioni dovrebbero avere gli stessi diritti, la stessa valenza. A giudicare dallo sviluppo della vicenda però, si ha il sentore che ciò non sia accaduto. Il tutto aggravato dall’ormai consueta gogna mediatica, pronta ad accanirsi con ferocia e con cattiveria da indice puntato, il sommo giudizio di quelli che non sbagliano mai e che senza guardar dentro i fatti ci scivolano sopra, trasudando finta competenza.

Intolleranza, appunto. Presuntuoso quanto curioso metodo con cui approcciarsi alla questione: si discrimina chi presumibilmente discrimina; non si considerano due persone coinvolte in un comunque spiacevole accaduto, ma si preferisce etichettare la “persona”, e la “non persona”, senza perdere troppo tempo nella tutela di entrambe. La tendenza è quella di far emergere il messaggio colorato, il titolo ad effetto che produce scalpore, anche a scapito della serenità dell’imputato, e del condannato. Coro di voci univoco, quello dei network e dei giornali sportivi e non, nell’inquadrare il mostro. Come se tutti fossimo stati all’Anfield Road di Liverpool, in quel pomeriggio.

In un vergognoso tintinnare di manette, spiccano per demenzialità le parole di “Sir” Alex Ferguson, allenatore del Manchester, all’indomani del rifiuto di “handshake” da parte di Suárez al collega francese: «Luis Suarez è una disgrazia per il Liverpool. Non dovrebbero permettergli di giocare più con quella maglia. Avrebbe potuto causare una rissa. Quando ho visto che si è rifiutato di stringere la mano ad Evra, non riuscivo a crederci. Sono veramente deluso da questo ragazzo, quello che ha fatto è stato terribile». Bravo Ferguson, questa è la retta via. Questo è l’insegnamento che tutti attendiamo. Sbagli a non stringere la mano nell’ordinata finzione pre-gara, perché (erroneamente o meno) colto dall’antipatia nei confronti di un uomo e un avversario poco corretto? Reiteri il tuo razzismo. Decidi impulsivamente di mettere innanzi l’umanità e il reale sentimento di un gesto, estraendolo dalla posticcia e festosa cerimonia d’apparenza? Non devi più giocare. Devi essere emarginato, escluso.

Nessuno a domandarsi le ragioni di tutto quel livore, apparentemente ingiustificato. Questo perché la storia è già stata scritta, e il marchio è a fuoco. Non si può più tornare indietro. Evra “il negro”, Evra “la vittima”, Suárez “il razzista”, quello che dopo otto turni di stop avrebbe teoricamente avuto modo di redimersi e che invece, a detta di tutti, “non ha imparato la lezione”.

Eppure, le chiavi di lettura sarebbero comunque state molteplici, a cominciare dalla decisione di Evra, in ottemperanza al fair play che dovrebbe essergli stato inculcato dalla fascia di capitano, di inguaiare umanamente un collega dopo un alterco sul rettangolo di gioco, senza minimamente provare a chiarire la faccenda da un punto di vista personale. Avremmo potuto immaginarci una telefonata, uno scambio di battute a freddo, un’ammissione di colpe da parte di entrambi, rei di brutti comportamenti che non avrebbero dovuto uscire dal rettangolo di gioco. O, peggio ancora, in televisione, aggeggio diabolico capace di elaborare manufatti fasulli, a seconda di come tira il vento, giusto per dare pennellate di brillantezza alle pareti di una baracca.

Un mondo fatto di “Uh-Uh” e di banane lanciate dagli spalti, un mondo in cui ancora oggi, nella Lega Pro italiana (versione moderna della Serie C che fu) molti extracomunitari e figli di immigrati vengono costretti a vedere in frantumi ambizioni e speranze perché, in ottemperanza al Comunicato Unico n°6/A della FIGC del 5 luglio 2011, «Ѐ proibito tesserare “calciatori, cittadini di paesi non aderenti alla UE e alla EEE provenienti dall’estero, né tesserare con lo statu di professionista calciatori di detti paesi già tesserati in Italia con status diverso da quello di professionista”».

In sostanza, forse occorrerebbe riflettere – italiani, inglesi e tutti gli altri – che qui non si tratta di voler metabolizzare una cultura, quella della tolleranza. Questa è soltanto una questione di facciata, di strette di mano asettiche, di incontri fatiscenti e di striscioni mielosi. Questione di punizioni esemplari, di stangate, di forche e di violenza mediatica. Questione di lasciar intendere che chi di discriminazione ferisce, di discriminazione perirà, in una realtà in cui ci sono soltanto strette di mano mancate.

Nicola Mente

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