(Nicola Mente) A volte, si pensa per associazioni. Capita che ci si lasci trasportare da avventurosi collegamenti, col gusto di comprendere il proprio pensiero in maniera più ampia, al di là della visione e di quel che suggeriscono i sensi. Si potrebbe ad esempio associare, in un gioco tutto sommato divertente, Lucia Annunziata ad un divano. Un divano d’antiquariato, o un moderno divano d’avanguardia. Un divano molto costoso, e incredibilmente scomodo. Un divano che in pochi potrebbero permettersi, un divano su cui nessuno consumerebbe un pisolino ritemprante.
Durante la puntata di “Servizio Pubblico”, la popolare giornalista-sergente dell’Ammiraglia Rai ha preso decisa posizione sul caso Celentano, sfoderando una brillantissima metafora sulla discriminazione attuata nei confronti del Molleggiato, a detta di molti eccessivamente attaccato nei suoi brillanti e fondamentali argomenti di divulgazione di massa. La Annunziata ha detto infatti di essere disposta a difendere Celentano anche se questi “avesse sostenuto che i gay sono da mandare al campo di sterminio”, incarnando il giusto orientamento della mamma di famiglia nella sua cieca fede nei confronti dell’ex ragazzo della via Gluck.
Quella mamma di famiglia dell’Italia d’un tempo, l’Italia di democristiana memoria, con la maggioranza del silenzio e il perbenismo degli imbellettati. D’altronde, pare d’essere tornati alla fine degli anni Sessanta, quando Morandi e Celentano maramaldeggiavano in Riviera: i due golden boys del Boom, in un’atmosfera da film di fantascienza, sono riusciti ad offuscare persino i lanciatissimi prodotti dell’infinito vivaio De Filippi. In tutto questo colorato circo amarcord, l’uscita della conduttrice di “In ½ Ora” offre l’ingrediente proprio dei tempi che furono (e di quelli che verranno): la discriminazione, quella grossolana. Ovviamente, all’indomani dell’infelice uscita, la giornalista ha tentato di replicare agli attacchi della “comunità omosessuale”(parola di per sé terribile) con una rettifica di tiro non del tutto convincente: «La frase che ho pronunciato era a mio parere chiaramente paradossale - spiega a Repubblica.it la Annunziata – e veniva alla fine di un discorso in cui ho preso nettamente le distanze dall’attacco alla stampa cattolica e non (da Famiglia Cristiana a Repubblica), portato avanti da Celentano. Ho difeso la libertà di espressione dell’artista, ma ho usato l’esempio - di proposito estremo – della ferocia antigay per rendere più chiara l’esistenza anche di una contraddizione fra questo diritto e il merito delle opinioni che si esprimono».
Quel che forse potrebbe rimanere in un cono d’ombra, è lo sguardo sulla suadente e vera discriminazione sepolta sotto il tappeto di questa vicenda. Lucia difende la libertà di censura di Celentano, scegliendo malissimo il termine di paragone, indipendentemente dall’uso che l’infelice richiamo abbia avuto nel contesto. Questo a dimostrazione del fatto che la discriminazione non sgorga dal basso, né da questo o da quell’ambito politico. La diversità intesa come classificazione di diversità, riconoscimento del concetto secondo il quale “uno che non mangia le zucchine è uguale a me” ma “un gay non è uguale a me” è una realtà diffusissima, capillare, in cui chiunque è caduto o costantemente cade, almeno una volta nella vita. Scivoloni, bassezze provocate da una cultura sballata e distorta, atta a partorire esclusivamente distorsioni. Già, perché se dal salotto è spontaneo azzardare questi paragoni, non si può poi certo buttare tutta l’intolleranza per le strade, giusto per indicare e strillare al mostro.
La frase di Lucia Annunziata viene vomitata da un buco disperso nella notte dei tempi, e piovuta dall’alto in basso a diffondere odio. Parole generate dall’incrostazione di un problema che va al di là del pensiero progressista sulla questione delle ondate migratorie, o sui diritti per gli omosessuali, al di là delle diatribe politiche, al di là dei grandi sermoni generalisti. Ѐ una pericolosa escrescenza dell’ormai famigerato “io non sono razzista però”, è l’ incosciente consapevolezza di una frustrazione e di un limite umano indelebile da alcuna dichiarazione di facciata, e assolutamente accomunabile a quello del dirimpettaio Giovanardi.
Il potere dei più buoni, il dominio della plastica, l’assurda concezione della “concessione” di diritti, come se si pensasse al diritto come una grazia di un premio, guardando alla condizione di chi (per noi) è già disagiato, o diverso. La linea è sottile, quasi invisibile. Le controffensive proposte dai salottieri benpensanti sono appunto proposte di battaglia: “contro il razzismo”, “contro l’omofobia”. Non sradicare, non annullare, ma combattere, fronteggiare. Dare peso all’esistenza del diverso, come a quella del cattivo che non tollera il diverso, evitando di riconoscere la propria, di cattiveria. Criticare il leghista e stringere la mano alla borsa alla vista del primo “colorato” sul tram. Difendere la pluralità, l’interesse di tutti, anche a costo di appoggiare chi sale su un palco e chiede la chiusura di qualche testata, sfruttando l’enorme ondata emotiva che questo può provocare. Oppure, considerare i gay come una comunità, alla stessa stregua dei Pellerossa d’America. Accomunarli in categoria, come se si fondasse “la comunità di quelli che non mangiano zucchine”. Usarli come termine di paragone, come se si parlasse di un’etnia, di un ceppo culturale ben distinto.
Se ci fossero meno persone che dicono ciò che ha detto la Annunziata, forse ci sarebbero meno scellerati per le strade. Forse, il problema della discriminazione non avrebbe queste dimensioni. Forse, non ci sarebbe neanche il gay-pride, e lo strascico di caroselli autoghetizzanti, forzata risposta ad una società che classifica, divide, e punisce secondo diversi gradi di intolleranza, dove chi non tollera, per un disgustoso gioco di perversione, viene punito proprio attraverso il paragone con colui che non viene tollerato. Proprio quella stessa società che pavoneggia i propri falsi e illuminati pensieri dietro visioni becere che ogni tanto emergono, come se fossero divani costosi messi a dare un tono al salotto, ma pronti a spaccarti la schiena, in caso di stanchezza.
Nicola Mente
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“Lucia difende la libertà di censura di Celentano”.
Affermazione davvero paradossale, considerando che al contrario, e magari sorprendentemente, l’Annunziata difende semmai per una volta la libertà di Celentano, e (come nel suo esempio) di *chicchessia*, di NON essere censurato.
Ma in tutto l’articolo si respira un’aria di “pas de liberté pour les ennemis de la liberté” che, chissà, potrebbe un domani essere applicata da qualcuno anche nei confronti del Fondo.
Credo, senza offesa Stefano, che tu non abbia colto il senso dell’articolo (o forse chissà, è un mio limite quello di non rendermi sufficientemente chiaro). Non hai colto l’ironia della frase che trascrivi ( puntualizzando che, in lingua italiana, “censurare” vuol dire “giudicare”). Poi non so, magari in francese assume un altro significato. Credo che salire su un palco e ordinare la chiusura di qualche giornale, soprattutto sfruttando l’enorme potenza mediatica di cui si dispone, non sia proprio una manifestazione massima di principi libertari, e credo che Celentano sia attaccabile soprattutto per questo. Il concetto di diversità nasce proprio dalle incrostazioni culturali che ti permettono di utilizzare i gusti sessuali come categoria (esattamente come fa la Annunziata), non superando l’ostacolo più alto, quello della contemplazione insita del diverso. Con quella frase, Lucia Annunziata ha dimostrato di considerare gli omosessuali una “minoranza” da tutelare. Questa, a casa mia, è omofobia. Suadente, ma presente. Non credo che l’unico modo per manifestare intolleranza sia quello di armarsi di bastoni e andare a pestare qualche gay per strada. Esistono mille sfaccettature, e la violenza da strada è solo la conseguenza della violenza morbida, quella di cui nessuno si accorge. Comprendere questo aspetto, rappresenterebbe già un grosso passo avanti nella consapevolezza di “annullamento” delle differenze. Differenze che fanno parte della vita, e che bisognerebbe evitare di non rimarcare in maniera ghettizzante, indipendentemente dall’obiettivo che si vuole raggiungere.
Beh, ma credo di aver capito correttamente che l’idea qui è che a uno non dovrebbe essere permesso di auspicare pubblicamente la chiusura di due giornali (che nel caso di specie corrono invero ben pochi rischi…), e che l’espressione di “principi libertari” dovrebbe essere la misura delle opinioni consentite. Il che, ribadisco, di libertario non ha molto.
Sull’omosessualità: esiste una tribalizzazione generale della nostra società, che in prospettiva coinvolge in effetti anche coloro a cui non piacciono le zucchine o che sono nati sotto il segno del Capricorno o che tengono per l’Atalanta o che sono musulmani, e che guarda caso corrisponde alla scomparsa della Politica a favore appunto del simulacro rappresentato dalla tribalizzazione stessa.
Ma che altro fa in questo l’Annunziata se non prenderne atto? A questa stregua, se l’”omofobia” consiste nel considerare gli omosessuali una minoranza da tutelare, i primi responsabili della medesima sono coloro che promuovono questa cultura in tale ambito, ad esempio parlando a nome della “categoria” in reazione alle sue esternazioni.
Non capisco invece che significa “Differenze che fanno parte della vita, e che bisognerebbe evitare di non rimarcare in maniera ghettizzante”. Cioè, risolvendo la dobbia negazione, le differenze andrebbero rimarcate in modo ghettizzante? E perché mai?
D’altronde, se rilevo che qualcuno propone di farla vedere ai tifosi dell’Atalante, e che comunque non può azzittito per questo, sto davvero ghettizzando o non ghettizzando i tifosi dell’Atalanta? Non sono domande retoriche…
“Beh, ma credo di aver capito correttamente che l’idea qui è che a uno non dovrebbe essere permesso di auspicare pubblicamente la chiusura di due giornali (che nel caso di specie corrono invero ben pochi rischi…), e che l’espressione di “principi libertari” dovrebbe essere la misura delle opinioni consentite. Il che, ribadisco, di libertario non ha molto.”
Stefano, mi sa che credi male. Qui nessuno ha mai parlato (né scritto) di censura, e già questo è un indizio abbastanza importante di fraintendimento. Qui si sta parlando di “attacco” (legittimo) e “difesa” (altrettanto legittima e legittimamente contestabile), anche perché mi pare che Celentano non abbia subito alcun tipo di censura, semmai credo l’abbia invocata.
Nella frase a cui ti riferisci, il “non” è evidentemente un refuso. Dobbiamo rispondere dei refusi? Rispondiamone pure.
Le ultime, quelle formulate dagli ultrà atalantini, non sono domande retoriche, son domande che non riesco a capire, perdonami.
Per il resto, continuo a nutrire un vago sospetto che tu non abbia inteso ciò che hai letto e ti ripeto, probabilmente è un problema mio.
L’omofobia striscia davvero bene… Non capire la gravità delle affermazioni di Annunziata e il confine tra libertà di espressione e incitamento all’odio è davvero ingiustificabile.
Segnaliamo, per allargare il dibattito e denunciare come purtroppo l’omofobia e il razzismo striscino anche all’interno della comunità omosessuale, una vicenda che sta facendo discutere molto negli Stati Uniti: Tre lesbiche pestano un gay: è omofobia?