Lettera aperta a Michel Martone. Il figlio di papà…

Gent.mo Sottosegretario-vice ministro Martone,
come le è noto, la definizione sfuggitale – per così dire – del laureato ventottenne sfigato ha suscitato un po’ di clamore e qualche articolo di giornale. Nient’altro.
La caustica Littizzetto, che molti aspettavano per cantarle con ironia e sprezzante satira quanto lei avesse detto parole inopportune, si è limitata a battute di una banalità commisurabile probabilmente solo al sollievo che misteriosamente produce il governo a cui appartiene anche lei, dopo i nefasti anni berlusconiani.
Vede, per certi versi la sua infelice boutade ha delle punte non secondarie di ragionevolezza. È giusto infatti che finalmente in questo paese qualcuno dica che bisogna spaccarsi il culo. Che la vita non ci viene regalata e che non si ottengono le cose se non col sudore, con l’impegno e col senso di responsabilità. Laurearsi in tempi rapidi è in linea con queste considerazioni: permette un rapido ingresso del mondo del lavoro, la possibilità di aggiustare la rotta, di fare esperienze. Tutto giusto.
Al di là della modalità un po’ semplicistica con cui lei li ha enunciati, riassumendoli negli aggettivi sostantivati ventottenne-sfigato, la verità è che questi principi sono tanto importanti quanto falsi. Non in sé naturalmente ma nella realtà sociale italiana, che lei, evidentemente, come l’intera classe dirigente di questo paese non solo non vuole vedere ma, cosa ancor più esiziale, non è in grado di leggere.
Parto dalla considerazione più ovvia, una contestazione di merito che già le è stata fatta da alcuni giornali e sulla quale è bene tornare solo per rinfrescare la memoria. Lei è nato a Nizza nel 1974, ha tre anni meno di me. Non si può non guardare con ammirazione uno come lei, laureato a 23 anni. Però scusi, ricercatore a 26 – non dottore di ricerca (titolo che si ottiene dopo tre anni di dottorato) – significa che lei dopo tre anni aveva già fatto e vinto un concorso da ricercatore.
Il dubbio che non avesse pubblicato abbastanza (1 pubblicazione!), che non avesse accumulato la dovuta esperienza può legittimamente esserci. Poi ancora: che a 31 divenisse professore ordinario, pur arrivando secondo alla fine delle prove d’esame, ha veramente dell’incredibile e lo strapubblicato verbale del suo concorso a cattedra, con la ciliegina del suo stesso professore presidente di commissione d’esame è la prova di una cosa piuttosto comune nell’università: lei è un privilegiato. Che si siano ritirati 8 candidati perché vincitori di cattedra in altre sedi più gradite, scusi, è veramente fuori dalla grazia di Dio. Cioè ad un concorso si sono iscritte 10 persone delle quali otto, dico otto (l’80%), hanno contemporaneamente vinto una cattedra in altre sedi? Le hanno vinte sempre per insegnare la stessa materia? O i dieci geni d’Italia si sono concentrati tutti in quel concorso? È in realtà cosa nota che queste selezioni si svolgono dopo lunghi accordi preventivi e interuniversitari di cui la sua vicenda è un fulgido esempio. Da manuale.
Sembra dunque, se le cose stanno così, che lei non abbia fatto carriera perché è il migliore ma perché c’è qualcuno che ha costruito a tavolino il suo cursus honorum, le ha ritagliato addosso concorsi e posti di lavoro, come gran parte del personale docente e ricercatore nelle università italiane. Ormai è infatti invalsa la dizione “gli fanno il concorso” per quelli nell’università per i quali è arrivato il turno di un contratto a tempo indeterminato. Adesso, detta così è un po’ brutale ma lo è nella misura in cui tutto il sistema pubblico italiano legato alle classi dirigenti (politica, università, amministrazione della giustizia e via cantando) considera la sua carriera una cosa normale.
E qui purtroppo andiamo a scoprire il vero cancro dello Stato: la mancanza totale di meritocrazia. L’Italia è una paese privo di criteri di selezione che garantiscano alla nazione la crescita culturale, politica, economica. Non ci sono metodi e pratiche che servano a filtrare i migliori tra tutti, quelli che veramente hanno una marcia in più. E non è un mero fatto di preparazione, anzi in giro ci sono carrettate di persone strapreparate e virtuose.
In questo paese se vuoi entrare nella cerchia della classe dirigente devi poterti permettere lunghi anni di volontario “affiancamento” al tuo potenziale protettore, mangiando le briciole che cadono dal suo tavolo e costringendo la tua famiglia al sostegno economico del tuo percorso. Se vede il curriculum di molti pensionandi professori universitari, anche e soprattutto quelli blasonatissimi, noterà facilmente i circa dieci anni di assistenza volontaria che si sono potuti permettere a carico di papino. Questo, che ancor oggi è del tutto normale, risulta essere il primo sbarramento per la mobilità sociale. Ancor prima della preparazione personale, del merito, c’è un fatto socio culturale. Devi attaccarti alle ghette di un professore, in attesa che elargisca. Se te lo puoi permettere sei dentro. Se no sei fuori. Puoi essere pure Einstein.
Mi viene il sospetto dunque che anche appartenere ad una certa fetta della società (suo padre è un rispettabile avvocato generale della Corte di Cassazione che il ministro Brunetta aveva nominato presidente della Commissione per la trasparenza nella Pubblica Amministrazione – quando si dice fortuna! – professore di Diritto del Lavoro della LUISS e de La Sapienza – guarda un po’ le coincidenze!) l’abbia non poco agevolata; non è un fatto di essere raccomandati ma di avere una possibilità in più, molte possibilità in più (viaggi all’estero, master, ricerca volontaria etc.) che non le sono concesse in virtù di una speciale capacità intrinseca ma solo di una maggiore disponibilità del ceto cui appartiene.
Vede, il popolo italiano è costretto a sentire sempre un portavoce del governo che lamenta la scomoda eredità lasciata dalla precedente amministrazione. Anche Monti, converrà con me, si sente investito della massima autorità proprio in seguito ai disastri perpetrati e piovutigli in mano. Lui è stato chiamato a salvarci. Nessuno però ha mai sentito un serio lamento e visto un provvedimento rigido, rigoroso, che elimini un’altra eredità, questa però assai comoda. L’eredità di una gestione della classe dirigente totalmente basata (almeno dal dopoguerra e per cause assai ben ricostruibili) sull’autoprotezione, sul clientelismo, su di una rete capillare di favori tra politica, università, lobbies, aristocrazia e alta borghesia.
Guardi che questo non è solo un problema di formazione della dirigenza, è un problema ormai antropologico. La conduzione di questi comportamenti e la mancanza di criteri oggettivi sta causando guai terribili nella nostra cultura: chi “arriva”, pur rientrando nella media, tende a sentirsi un padreterno. Chi non arriva, non sapendo se per demerito o per le solite macchinazioni, tende a sentirsi un perseguitato, pensa di non vedere riconosciute le proprie legittime aspettative e sposa una politica del lamento che può degenerare in totale lassismo.
C’è stato e c’è, in Italia, un sistema di privazione della libertà mostruoso. Chi studia, chi è appassionato di ricerca, chi crede in sé stesso, si trova troppo, troppo spesso a vedere le sue speranze diventare illusioni; a capire che se vuole arrivare ad un certo livello deve rinunciare alla propria libertà consegnandone una parte ad un protettore che deciderà della sua vita, sempre che stia attento a dove mette i piedi e non pesti mai quelli del clan.
È una cultura talmente assimilata, antropologicamente connaturata al pensiero italiano, che ormai anziché credere in sé stessi (all’americana) o fare in modo, col lavoro e l’impegno, che qualcuno creda in noi, si lotta nella speranza spesso vana di trovare qualcuno che debba un favore a quello a cui si è chiesto un lavoro. O ci si arrende.
Ora, che io debba sentir dire che un laureato a ventotto anni è uno sfigato, pur al netto delle migliori intenzioni, non lo posso accettare da chi risulta il simbolo, anzi l’emblema, di un malcostume tutto italiano. Ben più grave se mi permette.
Francesco Moriconi
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