Green Hill. La vera battaglia è un’altra…

Ci sono alcuni temi su cui non si può essere razionale; non si riesce e nemmeno lo si vuole.

La battaglia animalista è uno di questi: il pensiero che un animale sia considerato un essere inferiore rispetto all’uomo, e possa in nome di questa presunta inferiorità essere sacrificato ed usato come cavia per sperimentazioni medico-scientifiche, provoca rabbia e fastidio, sentimenti che fanno a botte con la razionalità.

Green Hill, canile in cui vengono allevati cani di razza beagle destinati poi ai laboratori di industrie farmaceutiche e/o cosmetiche, rappresenta il concentrato di ogni male per gli animalisti e per tutti quelli convinti della necessità di trovare metodi alternativi a quelli  sino ad oggi praticati dalla ricerca scientifica.

E’ per questo motivo che, all’indomani della votazione dell’articolo 16 della legge comunitaria che fissa principi e criteri della protezione di animali utilizzati a fini scientifici, sul web è stata pubblicata la lista nera dei deputati colpevoli di aver sostenuto i due emendamenti a firma dell’On. Raisi e dell’On. Patarino, finalizzati ad una modifica della normativa in oggetto.

Per sgomberare il campo da equivoci, è opportuno analizzarne il contenuto ed evidenziare gli effetti che avrebbero prodotto se approvati. Questo non per interpretare le intenzioni degli altri, e nemmeno perché pervasi da un buonismo all’italiana; piuttosto per combattere l’ipocrisia e la legge del “meglio che niente” dominante in questa fase culturale e politica, che ci condanna alla mediocrità e ad essere il paese degli Schettino, dei Pugliesi, dei Doni e di molti altri abituati a scegliere la strada più semplice, a barare e a dissimulare.

Due gli emendamenti in questione: il primo, prevedeva la soppressione della lettera C  dell’articolo 16, che vieta categoricamente l’allevamento di primati, cani e gatti destinati alla sperimentazione.

Se fosse passata la modifica proposta da Raisi e Patarino sarebbe stato legittimo l’allevamento di tali animali, fermo il divieto di utilizzare scimmie antropomorfe, cani, gatti ed esemplari di specie in via di estinzione, a meno che non risultasse obbligatorio in base a legislazioni o farmacopee nazionali o internazionali o non si trattasse di ricerche finalizzate alla salute dell’uomo o delle specie coinvolte.

In sostanza, se la priorità era formulare una norma per chiudere Green Hill (senza peraltro occuparsi di che fine avrebbero fatto gli animali lì allevati), Raisi e Patarino – e gli altri favorevoli alla loro richiesta – non hanno certamente dato il loro contributo.

Se invece la legge era un mezzo per risolvere un problema più ampio e serio, la disposizione legislativa come approvata è perdente. Infatti il risultato del voto della Camera rende impossibile allevare primati, cani e gatti in Italia, ma non proibisce di usare nel nostro Paese quelli allevati all’estero.

Dobbiamo pensare che esistono animali di serie A e quelli di serie B? Dobbiamo accontentarci di un traguardo intermedio, del meno peggio? Se ritenete di sì, smettete di leggere queste righe; avete perso tempo e ce ne scusiamo. In caso contrario continuate.

L’altro emendamento firmato dai due deputati di Futuro e Libertà chiedeva che il divieto di esperimenti in cui non fosse prevista anestesia o analgesia e che comportassero dolore all’animale non fosse applicato se considerato obbligatorio dalle legislazioni o da farmacopee nazionali o internazionali.

Parlare quindi di una norma a favore della sofferenza animale è propagandistico ed eccesivo, oltre che lontano dalla verità; allo stesso modo sostenere che Raisi e Patarino abbiano combattuto per  mantenere in vita Green Hill e appoggiare l’esistenza di lager non umani, francamente ci pare fuori luogo.

Complessivamente, semmai, si può dire che la normativa italiana di recepimento della discussa direttiva europea allo stato attuale è insufficiente e parziale, e che le formulazioni dei due deputati futuristi si prestano ad una facile strumentalizzazione.

Tuttavia il problema ancora è lontano dalla sua messa a fuoco: infatti quanto approvato dalla Camera dei Deputati non è definitivo, poiché il provvedimento deve ancora essere analizzato dal Senato dove può essere modificato. Ammettendo che nessuna variazione verrà apportata, dovranno poi essere emanati i decreti attuativi che consentano la chiusura di luoghi come Green Hill, e dovrà essere specificata la fine degli animali lì rinchiusi. Questo significa tempo e lungaggini burocratiche; ovvero niente di buono, anche se la pazienza è detta la virtù dei forti.

Oltre a ciò, la polemica scoppiata sul web è colpevole di illuminare un piccolo angolo di uno spazio grande e buio: chi ha a cuore il bene degli animali dovrebbe gridare per chiedere non leggine, ma l’abolizione e l’eliminazione di ogni forma di vivisezione o sperimentazione animale, non solo perché metodo obsoleto, ma anche perché non scientificamente validato.

Dovrebbe protestare contro la direttiva dell’Unione Europea del 2010 che si limita a prevedere più dettagliate ispezioni in laboratori e allevamenti, a limitare le soglie del dolore durante i test, a stabilire qualche salvaguardia aggiuntiva per i primati non umani e una maggiore regolamentazione nell’allevamento e nel trattamento delle cavie da laboratorio.

Questa dovrebbe essere la vera battaglia, combattuta con determinazione e con rispetto per il “nemico”.

Chi infatti non la condividesse e scegliesse di stare dall’altra parte, non dovrebbe essere criminalizzato; l’affermazione del pluralismo contro il pensiero unico passa anche da qui.

Altrimenti si finisce per essere come quella minoranza che mentre condanna l’uniformità a favore della diversità, finisce per discriminare l’altro da sé.

E’ una storia vecchia; diamo una bella spolverata!

Luisa Santiloni

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