Giuliano Ferrara. Qui, Radio Londra…

Dopo vent’anni di assenza dai palinsesti televisivi torna Qui Radio Londraprogramma diretto e curato da Giuliano Ferrara, già direttore de Il FoglioCinque minuti di approfondimento, di critica obiettiva, di ironia, senza mai abbandonare la linea del rispetto e del buon gusto. Insomma, una condotta molto british, su modello dell’originale palinsesto che contava sulla voce rassicurante del colonnello Harold Stevens:


Buona sera.
Due mesi di arresto e mille 
lire di multa con la condizionale: è questo il prezzo, per ogni cittadino italiano incensurato, dell’abbonamento alle trasmissioni di Radio Londra, oltre al canone annuale dell’ EIAR e all’eventuale confisca dell’apparecchio, se questo è di proprietà del nostro ascoltatore. Il prezzo è caro, ne conveniamo, ma non siamo noi a trarne profitto; e, d’altronde, il numero crescente dei nostri ascoltatori dimostra quanto siano vaste le categorie di italiani che affrontano questo rischio per ascoltarci.

Come i nostri nonni, molti di noi si sono ritrovati ogni sera, tra le 20.25 e le 20.30, a sintonizzare l’apparecchio sulla frequenza e a tendere l’orecchio alle  ‘clandestine’  prime note della V Sinfonia di Beethoven che, secondo il codice Morse,  stanno ad indicare la -V- di Vittoria, segno divenuto celebre con Winston Churchill, quest’ultimo aduso salutare i fotografi con le due dita a formare la lettera. Cinque minuti di trasmissione  secca e diretta, proprio come si dovessero snocciolare con rapidità informazioni sui fronti di guerra e sui successi degli Alleati.

Sparita la Gestapo, che certo non andava leggera con chi osasse ascoltare la ‘radio inglese’, il ‘nemico’ odierno è l’informazione retorica, edulcorata, non completamente libera, ideologizzata. L’Italia d’altronde è un paese nel quale la politica entra praticamente dappertutto, dividendo e monopolizzando i più svariati ambienti sociali dalle scuole alle redazioni giornalistiche. Giuliano Ferrara, in 300 secondi, ripercorre gli eventi salienti della giornata e, senza fronzoli, li ripropone al pubblico nella loro forma cruda, originale, senza influenze di sorta.

La RAI è da alcuni mesi nell’occhio del ciclone sia per il canone (che ora si vuol estendere anche agli apparecchi informatici), sia per l’uso del capitale pubblico in occasioni di eventi quali San Remo, quest’ultimo costato milioni di euro e da una settimana al centro di polemiche aspre, non per la qualità dei canzoni ma per i monologhi di Adriano Celentano, per il ricorrente turpiloquio, per lo spacco vertigionoso di Belen Rodriguez.

Lo scontro tra il Molleggiato e Avvenire, i fischi ricevuti dal milanese sabato sera, momenti trash come lo sketch degli omosessuali hanno spinto milioni di italiani ad interrogarsi sul motivo per il quale ai centoventi euro pagati annualmente per la Tv pubblica non corrisponda un servizio di qualità. Perlessità che si estendono anche oltre le quinte dell’ Ariston, arrivando a coinvolgere programmi in prima e seconda serata,alcuni vere e proprie tribune di propaganda politica altri i cui contenuti paiono toccare sempre più il fondo del barile.

“Non che Mediaset sia meglio” usano commentare gli irriducibili ( e ormai isolati) difensori della RAI. E’ vero, il tubo catodico è intasato di spazzatura mediatica ed un po’ di pulizia non farebbe male. Va anche considerato però che per i canali privati non esiste una tassa, poiché il servizio è pagato attraverso altri canali e offerto gratuitamente agli utenti.
Negli intervalli pubblicitari la pacata voce dello spot RAI ricorda che il 28 Febbraio prossimo scadrà il termine ultimo per il pagamento del canone esteso, come già detto, anche ai possessori di radio e, presto, ai fruitori di strumenti informatici di ricezione (computer e i Phone). E’ obbligatorio, non si può far altrimenti, anche se pesa l’idea che un miliardo e quattrocento milioni delle vecchie lire se li sia intascati Adriano Celentano per qualche momento di delirio mediatico.

Quella somma suona alle nostre orecchie come le mille lire di multa previste per chiunque venisse sopreso (durante la guerra) dalle autorità ad ascoltare la radio britannica. Tuttavia l’ obiettività dell’informazione non è cosa secondaria e programmi come quello di Giuliano Ferrara ci aiutano a dare un significato ad un canone che, nell’era di internet e della comunicazione globale, appare ormai come il residuato di qualche vecchio regime statalista a est della cortina di ferro.

Marco Petrelli

 

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