Folco Quilici. La dogana del vento

Vecchi manifesti della Dc mettevano in guardia gli italiani sul pericolo rosso, in particolare sull’eventualità di ritrovarsi i cosacchi in Piazza San Pietro.
Ma si sa, il materiale elettorale abbonda di retorica e non di rado di inesattezze. Vedere i cosacchi a San Pietro, oltre che poco probabile sul piano geo politico, sarebbe stato assurdo per ben altri motivi che affondano le radici nella storia stessa del popolo guerriero più famoso della steppa.
Durante la seconda guerra mondiale i cosacchi alleati dell’Armata rossa furono davvero pochi. La maggior parte delle tribù, dopo le violenze e le deportazioni post rivoluzione d’ottobre, preferirono combattere il governo sovietico inquadrati nella Wehrmacht o nelle Waffen SS.

Una guerra mondiale, non soltanto perché si combatté dalla Nuova Guinea a Capo Nord, ma perché senza precedenti fu il coinvolgimento di genti della provenienza più disparata: a Leningrado i fanti spagnoli della Azul, in Italia indiani, pakistani e gurkhas nepalesi, alle isole Hawaii giapponesi ed italiani prigionieri nei medesimi campo, caucasici e cosacchi in Friuli.

Nell’estate del 1944, con l’Armata Rossa ormai di fronte a Varsavia, le unità cosacche al seguito della Germania furono trasferite in Carnia, quell’area geografica parte del Friuli Venezia Giulia allora non occupato, bensì annesso territorialmente al Terzo Reich. Le promesse germaniche parlavano di nuovi insediamenti, di una Kosakenland a due passi dall’Adriatico e dal confine di quella che, di lì a pochi anni, sarebbe stata la Repubblica popolare di Jugoslavia.

Ventimila persone e lunghe carovane colme di suppellettili e armi, nella quali viaggiavano donne, vecchi e bambini, familiari della Kosaken Kawalrie Division, quest’ultima costituita da reduci menscevichi della guerra civile del 1919, da aristocratici russi e da esuli della cosiddetta migrazione bianca, profughi fuggiti dal comunismi e ora tornati con la propria gente sotto la bandiera nazista.

Episodi veri, per quanto ai più potranno apparire ai confini della realtà. Naturalmente la bibliografia sull’argomento è poca e molto di nicchia, malgrado quegli otto mesi di occupazione cosacca appartengano alla nostra storia e al nostro passato prossimo.

A rendere nota l’avventura dei guerrieri della steppa al grande pubblico ci pensa Folco Quilici, giornalista, documentarista, romanziere,  che in oltre cinquant’anni di attività ha permesso a lettori e spettatori di conoscere gli angoli più remoti del pianeta, storie di uomini e di monti lontani.

La dogana del vento (Mondadori, 2011) parla di guerra, amore e ricordi. Guido, il protagonista, è un quindicenne friulano che vive con la madre a Villa Alta, all’ombra dell’imponente maniero chiamato Dogana del Vento. Negli ultimi tragici mesi del 1944 incontra Pijotr, un cavaliere cosacco al seguito della Divisione stanziatasi in tarda estate in Friuli. Tra i due giovani nasce una sincera amicizia, alla quale fanno da sfondo la guerra e la tragedia umana che sta per profilarsi all’orizzonte.

In base alle disposizioni di Yalta, gli alleati occidentali erano tenuti a consegnare ai sovietici tutti i cittadini russi presenti in Europa. Seppure arresisi agli inglesi i cosacchi di Carnia finiranno in mano alla GhePeU. Gli anni passano e Guido, da adulto, ha la possibilità di ricostruire gli ultimi attimi di vita di Pijotr attraverso Jorghi, giocatore  italiano di origine caucasica portiere del Como.

E’ vero, un romanzo non ha certo l’obiettività e gli scopi di un saggio storico, tuttavia ha il merito di generare nel lettore quel sano interesse che spinge a ricostruire mosaici di storia patria, le cui tessere sono cadute e si sono perse nel corso dei decenni.

Marco Petrelli

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